Tifiamo asteroide

Il libro Tifiamo asteroide - Cento racconti sulla fine catastrofica del governo Letta può essere scaricato gratuitamente dal post apposito sul sito dei Wu Ming.

Qua sotto trovate l'appello originale, comparso su questo sito, che ha fatto partire l'intera operazione.


Ai Wu Ming non si dice mai di no.

E quindi eccoci qua. Abbiamo pochi giorni per produrre Tifiamo asteroide, un ebook sulla fine catastrofica e grottesca che auguriamo al governo di larghe intese.

Il finale di tutti i racconti, che devono appartenere almeno parzialmente al genere fantascientifico, sarà il seguente:

Dopo il boato assordante, con le orecchie che fischiavano, sentivamo ancora quella musica.

Dove fino a un istante prima si trovava Enrico Letta, capo del governo di larghe intese, si apriva una spaventosa voragine. Dall'enorme cratere si levavano nubi di fumo nero.

Inviateci i vostri testi via email ad asteroide@maurovanetti.info entro domenica 16 giugno alle ore 16 o qua sotto in forma di commento. Ne faremo un instant ebook che testimoni il nostro cordoglio per questa immane tragedia che ha colpito il nostro Paese (ci riferiamo al governo Letta, non al meteorite).

Blob

Il meteorite "Sinistros"si avventa sull'italia. Entrando nell'atmosfera si disintegra andando in mille pezzetti che ... Finiscono a casa di ogni rappresentante del governo È un blob colossale di cacca ...Un mare di m ...a li seppellirà!

Limite battute

Vedo che molti si chiedono se esista un limite di battute imposto da noi per questa impresa letteraria. No, non esiste. Tuttavia, vorrei invitarvi a fare un breve ragionamento.

Avete dieci giorni di tempo, quindi 14400 minuti. Randy Gardner è stato in grado di stare sveglio in modo documentato per 11 giorni di fila, quindi è teoricamente possibile che non dormiate da qui al 16 giugno, ma siccome teniamo alla vostra salute vi imponiamo almeno 6 ore di sonno a notte. I 14400 minuti vengono così ridotti a 10800, diciamo 10mila per arrotondare.

La più veloce dattilografa in inglese pare che sia Barbara Blackburn, che viaggia sulle 150 parole al minuto come velocità di regime. La velocità di battitura in varie lingue è comparabile se misurata in temrini di parole al minuto, quindi confidiamo che nessuno di voi riesca ad andare oltre questa soglia. La lunghezza media delle parole che compongono I promessi sposi è 4,93 caratteri, arrotondiamo a 5 e aggiungiamo un paio di caratteri per spaziatura e punteggiatura. Sostengo che nessuno di voi sarà in grado di scrivere in italiano più di (5 + 2) x 150 = 1050 battute al minuto; arrotondiamo a mille.

10mila minuti, mille battute al minuto. Il limite di battute imposto dalla natura è dunque di 10 milioni di battute, di poco superiore alla versione originale di Alla ricerca del tempo perduto di Marcel Proust. Considerate però che quello era un romanzo in sette volumi, mentre voi dovete scrivere un racconto.

Buon lavoro!

Racconto breve #tifiamoasteroide

25 aprile 2045
di Alberto Biraghi

GC: Ground Control a Major Tom, Ground Control a Major Tom
MT: Qui Major Tom
GC: Come sono i valori di morfina Major Tom?
MT: Buoni. Non ho dolore in questo momento. Ho ridotto del 20% il dosaggio per restare più lucido.
GC: Ti stai avvicinando all'obiettivo Major Tom, cominciamo il conto alla rovescia per l'uscita dalla capsula.
MT: Sono pronto Ground Control. Avviate il conteggio.
GC: Meno 20... 19... 18...
MT: Casco chiuso
GC: 17... 16... 15...
MT: Ossigeno aperto. Sganciate cinture.
GC: 14... 13... 12... 11... 10...

"Here am I sitting in a tin can far above the world. Planet Earth is blue and there's... something I can do!"

GC: 9... 8... 7...
MT: Salgo sull'Ape Spaziale.
GC: 6... 5... 4...
MT: Motori Ape Spaziale avviata.

"This is major Tom to ground control, I'm stepping through the door. And I'm floating in a most peculiar way. And the stars look very different today."

GC: 3... 2... 1... Launch! Ti vediamo sui sistemi di tracciamento Major Tom. L'obiettivo è di fronte a te.
MT: Ground Control. Vedo l'obiettivo. L'asteroide è bellissimo. Ecco mi avvicino. Sparati cavi di tenuta, l'Ape Spaziale è agganciata. Scendo... Ecco, sono sull'asteroide. Scarico i razzi mobili dal cassonetto dell'Ape. .... Razzi posizionati sulla roccia .... Razzi fissati alla roccia ... Scarico il sistema autonomo di guida ... Sistema autonomo di guida attivato e puntato su Palazzo Chigi alle coordinate 41°54′5″N 12°28′43″E ... Sistema avviato ... Inizio conteggio alla rovescia per abbandonare l'asteroide ... 10 ... 9 ... Risalgo sull'Ape Spaziale ... Sistemi di tenuta dell'Ape sganciati ... Takeoff! ... 3.. 2... 1... Vedo i razzi dell'asteroide avviati. Ecco, si sta muovendo, si dirige verso la Terra!
GC: OK Major Tom lo stiamo seguendo sui nostri sistemi di controllo. Il sistema autonomo di guida funziona perfettamente. Secondo i nostri calcoli tra 7 minuti l'asteroide sarà su Palazzo Chigi.
MT: Bene Ground Control, missione compiuta. Come disse Buenaventura Durruti, "Noi portiamo un mondo nuovo qui, nei nostri cuori. Quel mondo sta crescendo in questo istante." Vi voglio bene compagni e compagne. Ora tocca a voi. Passo e chiudo.

John Fish, pronipote di Giovanni Pesce, comandante partigiano nella Seconda Guerra col nome di battaglia Visone, navigatore interstellare, chiuse la comunicazione e si perse nello spazio il 25 aprile 2045 all'età di 47 anni. Quando aveva saputo che una malattia incurabile gli lasciava pochi giorni di vita mi aveva chiesto di essere messo in contatto con la cellula italiana del Collettivo Soviet. Si offriva volontario per la missione di distruzione del Governo Letta, che durava incessantemente dal 2013 e soffocava il Paese.
Nel rifugio della cellula italiana del Collettivo Soviet, allestita a Milano in via Cola di Rienzo, nei locali di una pizzeria abbandonata da decenni, tenevamo tutti il fiato sospeso. Ma il sistema di guida autonomo funzionò perfettamente e indirizzò l'asteroide, spinto dai razzi mobili fissati sulla sua superficie, verso la Terra, l'Italia, il Lazio, Roma e le coordinate di Palazzo Chigi. L'impatto avvenne alle 6 del pomeriggio del 25 aprile 2045 con un boato talmente forte da schiantare le casse dell'impianto di tracciamento.

"This is ground control to major Tom, you've really made the grade.
And the papers want to know whose shirts you wear."

Dopo il boato assordante, con le orecchie che fischiavano, sentivamo ancora quella musica.
Dove fino a un istante prima si trovava Enrico Letta, capo del governo di larghe intese, si apriva una spaventosa voragine. Dall'enorme cratere si levavano nubi di fumo nero.

Tifiamo l'asteroide

ISTITUTO SCIENZE POLITICHE PRIMITIVE: ricerca su sistemi politici in via di sviluppo, allo stadio di democrazia imperfetta, svolte sul III pianeta del sistema della stella Sol.
Premettiamo che dopo decenni di ricerca sul campo, svolta tramite osservazione partecipata, abbiamo deciso di cambiare approccio riducendoci in forma di colonia batterica telepatica, per assicurarci un' osservazione completa senza più inferenze. Nonostante la nostra mutazione sia avvenuta da solo un mese ci è stato possibile, grazie alle scarse norme igieniche del pianeta, contaminare (in modo ovviamente innocuo) le più alte cariche dello stato ed una considerevole parte di popolazione, al fine di poterne studiare comportamenti e procedimenti mentali.
Andiamo qui a riassumere il mancato salto politico evolutivo, accaduto recentemente nel nostro territorio di studio, nazione chiamata Italia, per eventi del tutto eccezionali, capitati al del tutto normale primo ministro di allora Enrico Letta:

Guardando il caffè storceva la bocca, pregustando l'acido sapore il reflusso gli avrebbe causato. 40 giorni. 40 giorni e non aver concluso nulla, ne' finora aveva la minima idea di cosa fare.
Bevve il caffè in due sorsi e represse il rigurgito. Nella politica terrestre c'è sempre qualcuno che sa cosa sta succedendo e cosa accadrà. Per la prima volta, nella nostra memoria, dal 3 settembre del 1943, la leadership italiana brancolava nel buio. Questo accadeva ormai da febbraio, quando il Popolo italiano aveva gettato se stesso e la sua casta dirigente nel caos. La grande coalizione che si era venuta a formare aveva una sola cosa in comune: non aveva la minima idea di come procedere, non che l'opposizione camminasse nella luce della rivelazione. Essendo questo quindi un governo di larghe intese, intendevano tutti chiaramente che l'unica cosa da fare fosse non fare niente (campo in cui gli statisti italiani eccellono). Un detto terrestre recita “Meglio cento giorni da pecora, che uno da leone”. Tuttavia, gastrite a parte, quel giorno Letta si sentiva un leone. Dopo una vita passata al centro e una notte insonne, Enrico sarebbe salito sul palco, e avrebbe fatto un discorso di SINISTRA, non più riformatrice, ma di nuovo rivoluzionaria! Avrebbe detto tutto: patrimoniale, tesse adeguate al reddito, regolazione contratti flessibili, legge sul conflitto d'interessi, tassazioni ai beni della chiesa, unioni civili, tutela dei lavoratori, soldi a palate a ricerca e istruzione ed altro ancora e per una volta, tanto per cambiare, oltre che promettere, avrebbe anche mantenuto. Già dopo i primi minuti di un'orazione travolgente tutte le reti televisive terrestri erano collegate in diretta, intuita la portata storica dell'avvenimento. Dopo un'ora parecchie ambulanze dovettero recarsi nelle più disparate case del popolo della penisola, dove il vecchio cuore di antichi partigiani non aveva retto alla commozione di sentire parole dimenticate dalle orecchie, ma non dallo spirito. Passata la seconda ora Berlusconi stava cercando istericamente il suo passaporto, non ricordandosi più in quale cassetto, di quale comò, di quale casa, lo avesse riposto dopo l'ultima gita da Putin. Alla terza ora Nanni Moretti fu ritrovato in coma iperglicemico da Sacher e Nutella, ma finalmente con il sorriso sulle labbra. Dunque alla quarta ora, esausto, il nuovo eroe della sinistra italiana si accasciava su una sedia, coperto da applausi, mentre cittadini esultanti si riversavano nelle piazze, intonando “bella ciao”(anche se molti di loro non la conoscessero bene perché fino a quattro ore prima erano di destra). Dopo decenni osservavamo finalmente nella popolazione italiana lo scarto mentale di unione, pacificazione ed eguaglianza, che avrebbe portato la democrazia terrestre dal livello di “imperfetta” a quello di “in via di perfezionamento”, quando un ombra cadde dal cielo. Le folle entusiaste, cantando a squarcia gola, non si accorsero di niente. Solo Enrico vide l'orribile asteroide precipitare dritto verso di lui. Ebbe appena il tempo di pensare: “ in fondo me lo aspettavo”.
Dopo il boato assordante, con le orecchie che fischiavano, sentivamo ancora quella musica.
Dove fino a un istante prima si trovava Enrico Letta, capo del governo di larghe intese, si apriva una spaventosa voragine. Dall'enorme cratere si levavano nubi di fumo nero.
All'esimo professore di scienze politiche primitive Karl Marx
I suoi contagiosi studenti Giulio Andreotti.

#tifiamoasteroide

Noi li avevamo avvisati. Neanche noi eravamo certi di avere ragione.
I nostri risultati erano pochi e sconnessi, ma lasciavano intuire quella che poi si è rivelata la verità.

Il 74% circa dell'universo è composto da energia oscura, così detta perché incompresa ed incomprensibile. Fino ad ora.

Avevamo notato delle fluttuazioni quasi impercettibili nei dati che arrivavano dalle nostre sonde spaziali nel pomeriggio del 25 febbraio. Controllando le tracce che erano rimaste nell'immensità dello spazio-tempo scoprimmo che le fluttuazioni erano già state riprese in date apparentemente casuali. La prima registrazione, letta dal cuore di una stella morente, datava 21 gennaio 1921, e la più intensa, ancora impressa nelle lune di Giove, risaliva al 28 marzo 1994.

Solo dopo un'attenta analisi e molti colpi di fortuna riuscimmo ad interpretare i dati, e la conclusione fu a dir poco sconcertante. L'energia oscura era il prodotto della sfiga e della condotta dei partiti della sinistra italiana contemporanea, della democristianità, della dilagante clericalizzazione del Bel Paese. Forse di quella di tutte le nazioni, forse quella di tutti i pianeti, i dati erano criptici a dir poco. Ma una cosa sembrava certa, l'Italia stava alterando l'equilibrio, e gli effetti sarebbero stati spaventosi.

Chiamammo la polizia per cercare di salvare i cittadini, ma fummo tacciati di allarmismo. Dopotutto c'era un governo che doveva dare tranquillità, perché rischiare il panico?
Chiamammo i presidi per cercare di salvare gli studenti, ma ci impedirono di parlare. Dopotutto c'era un governo che doveva sostenere le scuole pubbliche e private, perché rischiare lo squilibrio?
Scendemmo in piazza per cercare di salvare i passanti, ma ci risero in faccia. Dopotutto c'era un governo che prendeva provvedimenti, perché spaventarsi per l'ignoto?

Alla fine tentammo il tutto per tutto. Ci dirigemmo a Palazzo Chigi, narcotizzammo le guardie ed irrompemmo nella sala del Consiglio dei Ministri, gridandogli di ascoltarci per scongiurare il rischio, e di dare finanziamenti alla ricerca per trovare una soluzione.
Enrico Letta si alzò e ci guardò in faccia senza proferire parola né sbattere le palpebre. E quando le sbatté, gli occhi mutarono. Poco, ma abbastanza per accorgersene. Le iridi si ritrassero, le pupille si allargarono, lo sguardo si fece serpentino. Mentre i ministri guardavano, gli occhi spenti, lo sguardo vuoto, e noi non riuscivamo a spezzare il contatto visivo, il Presidente del Consiglio allungò una mano dalla tasca della giacca ed estrasse un piccolo flauto, che iniziò a suonare mentre ancora con gli occhi ci teneva ancorati. La musica era lenta, grigia, tetra e spettrale. Una strana sonnolenza ci prese, mentre i nostri pensieri andavano all'immagine internazionale dell'Italia, alla necessità di austerity, alle priorità, al dover salvare le banche prima che i cittadini, e con nostro orrore tutto sembrava avere senso.

Ma lo squilibrio nell'energia oscura era ormai arrivato al punto critico. Novanta anni di sfiga si materializzarono appena fuori dall'atmosfera terrestre, sotto forma di un asteroide ferroso.

Nella stanza la nostra volontà stava cedendo, e già eravamo pronti a difendere il crocifisso nelle aule come segno di identità culturale, quando d'improvviso la stanza esplose, o almeno così ci sembrò. Una scrivania ci travolse, scagliandoci fuori dalla finestra.
Dopo il boato assordante, con le orecchie che fischiavano, sentivamo ancora quella musica.
Dove fino a un istante prima si trovava Enrico Letta, capo del governo di larghe intese, si apriva una spaventosa voragine. Dall'enorme cratere si levavano nubi di fumo nero.

#TifiamoAsteroide

L'allarme cominciò a diffondersi il 6 giugno 2013 alle 05,32 con un tweet che nel giro di poche ore divenne virale, diffondendosi su scala planetaria.
Matt McRenz, un bambino autistico di Florence (Alabama) ma dalle straordinarie facoltà matematiche e genio del computer, controllando col suo laptop la traiettoria del piccolo asteroide PD-L 47, che secondo gli astronomi avrebbe sfiorato la Terra a circa 35.800 km di distanza, scoprì che la avrebbe in realtà colpita, precipitando esattamente su Roma il 17 giugno 2013, alle ore 17,17.
Il successivo controllo delle autorità ufficiali tramite il supercomputer Hal 29000 confermò l'esattezza dei calcoli di Matt, gettando nel panico il Governo di recente nomina e scatenando le più varie proposte e reazioni da parte di tutte le forze politiche italiane.
Il pREsidente della repubblica nominò una commissione speciale di 60 saggi, (rigorosamente composta in modo da evitare discriminazioni sessuali: 20 uomini, 20 donne e 20 esponenti di movimenti di gay, lesbiche e transgender) al fine di concordare le modifiche da effettuare alle leggi della gravitazione universale e, conseguentemente, all'orbita del corpo celeste.
Il governo annunciò di avere allo studio un decreto-legge volto a rinviare l'impatto fino a settembre.
Di Pietro, De Magistris e Ingroia – finalmente riuniti - presentarono denuncia presso la procura della capitale, chiedendo che l'asteroide fosse trattenuto agli arresti in regime di 41 bis, con giubilo di Travaglio .
Vendola rivendicò che della cosa si facesse un diverso racconto.
Il PD si divise tra chi chiedeva l'immediata indizione di nuove primarie e chi voleva smacchiare l'asteroide; non mancavano quelli che proponevano di estendere la larga intesa anche all'asteroide stesso. Alla fine prevalse all'unanimità la più modesta ma concreta proposta di votare una legge per l'evacuazione della capitale sotto la guida del Commissario Speciale Tondi ma, al momento del voto, 101 deputati si espressero contro e la legge non passò: a chi si chiedeva il perchè di tale comportamento chiarì le idee il noto politologo Panenero: «sono abituati così!»
Grillo in streaming mondiale urlò: «Asteroide sei morto! vaffanculo!» Il suo urlo tonante riuscì a destare il suo capogruppo al Senato che esclamò «Ro-do-tà» e prese una bastonata in testa perchè non aggiornato, mentre quella della Camera, Roberta Orizzonti de Boria, esclamava furba e giuliva: «Sinceramente, pare di stare a Ballarò!».
L'ex premier Monti invitò tutti ad indossare il loden e attenersi alla massima sobrietà.
Fortunatamente in tanto bailamme intervenne il nostro Silvio informando che l'amico Putin gli metteva a disposizione una navicella spaziale armata di missile atomico che si sarebbe diretta verso il corpo celeste, provvedendo a distruggerlo.
Date le ridotte dimensioni della capsula, alla sua guida fu posto l'ex ministro Brunetta, accompagnato da Trudy el Paciuk, una avvenente astronauta che Silvio garantì – con unanime conferma del voto della maggioranza parlamentare - essere la pronipote di Newton, espertissima astronoma che già in passato gli aveva più volte fatto vedere le stelle.
Il giovane premier decise di non perdere l'occasione di conquistare popolarità, organizzando una cerimonia ufficiale di autoringraziamento e invitando il popolo tutto a parteciparvi ma, con prudenza democristiana, ad evitare ogni rischio suggerì di svolgerla lontano da Roma. Della cosa furono incaricati Flaccido Priapone e Daniela Santanchè, che apprestarono le sale del loro club “Trillionaire” in Sardegna, presso il quale ci radunammo felici e affratellati milioni di Soldati di Silvio e piddini di tutta Italia.
Alle 17,05, secondo i piani accuratamente elaborati, Brunetta doveva azionare il pulsante di lancio del missile ma, come apprendemmo in seguito, avendo nella sua presunzione preteso di ripercorrere le gesta di Clinton, cui non si riteneva meno, fu distratto dalle performances di Trudy e il pulsante fu premuto con un decimo di secondo di ritardo: il missile colpì l'asteroide, ma non lo distrusse completamente e un pezzo di meno di 10 metri, invisibile ai radar, continuò la sua corsa, solo lievemente deviata.
Così, mentre intonavamo tutti felici l'inno “Meno male che Silvio c'è” un urlo e un lampo squarciarono il cielo e il frammento colpì in pieno il Trillionaire, esplodendo.
Dopo il boato assordante, con le orecchie che fischiavano, sentivamo ancora quella musica.
Dove fino a un istante prima si trovava Enrico Letta, capo del governo di larghe intese, si apriva una spaventosa voragine. Dall'enorme cratere si levavano nubi di fumo nero.

#Tifiamo Asteroide

[ ho già inviato via mail il racconto a Mauro, ma vedo che son tutti postati qua, per cui.. posto pure io. :) ]

Tunnel
La ragazza, seduta accanto al finestrino, legge pigramente il giornale elettronico, lo sguardo si ferma su un’immagine. La figura surreale di un vecchio politico il cui ghigno, assicurato dagli innumerevoli lifting, lo rende ancora più diabolico.
La metropolitana sfiora come una carezza i binari sotterranei. Nessun rumore, solo una vecchia canzone, aleggia nell’aria ferma di quel vagone

Hit the road Jack and don’t you come back no more, no more, no more, no more..

La ragazza ha un piccolo fremito, legge ora più attentamente “Berlusconi e il governo Letta legati dalla sentenza della Consulta” mentre la canzone scandisce il ritmo del vagone che ignaro prosegue la sua corsa

Hit the road Jack and don’t you come back no more, no more, no more, no more..

All’esterno un boato sinistro, rompe la monotonia di questa giornata. Chi alza lo sguardo verso il cielo verdastro, nota una palla di fuoco che si avvicina. Sembra puntare una piazza in particolare, proprio la vecchia e antica Montecitorio, il cui “palazzo” fu sede un tempo di Governi meno torbidi di ciò che sembra essere questo dalle “larghe intese”
La musica.. la musica continua, sembra essere connaturata all’articolo, tanto le parole ne rimarcano il senso.

Now baby, listen baby, don’t ya treat me this-a way..
Cause I’ll be back on my feet some day
Don’t care if you do ’cause it’s understood

Sembra non esserci comunicazione tra il vagone e l’esterno, tanto che la ragazza nemmeno si accorge di ciò che sta succedendo in superficie.
La metropolitana, viaggia a velocità sempre più alta, parebbe quasi di trovarsi in un tunnel a battere in corsa i neutrini…
Ciò che scandisce il tutto è quella strana danza senza tempo, che lega a doppia mandata l’articolo e quell’antica canzone
Non si accorge che le sue labbra si stanno muovendo, assecondando quelle note e la voce, dapprima un sussurro, diventa via via più nitida

Hit the road Jack and don’t you come back no more, no more, no more, no more…

La palla di fuoco si schianta dopo pochi istanti sul Palazzo.
Dopo il boato assordante, con le orecchie che fischiavano, si sentiva ancora quella musica.

Hit the road Letta… and don’t you come back no more, no more, no more, no more…

Dove fino a un istante prima si trovava Enrico Letta, capo del governo di larghe intese, si apriva una spaventosa voragine. Dall'enorme cratere si levavano nubi di fumo nero.

Una gita al palazzo

[…] Gli studenti, accompagnati a Palazzo Montecitorio, incontreranno i deputati e assisteranno in diretta alla seduta dell'Assemblea, dalle tribune del pubblico. Si trasferiranno poi in una Commissione parlamentare dove prenderanno posto nei banchi dei deputati. Gli studenti inoltre saranno ospiti per il pranzo presso il ristorante al sesto piano con vista sul Pantheon. Insomma, una vera full immersion nella vita parlamentare del nostro paese. [...]

11 luglio 2013, ore 10,00

Quelli, i miei compagni, fanno casino, non badano a niente. Io invece lo so che non devo leggere in pullman, ogni volta ci casco. Io il viaggio in pullman lo patisco, ci sto male.
Mi sono messo a leggere il foglio con il programma della gita, così, tanto per fare. A me di far casino, di cantare lebiondetreccegliocchiazzurrieppoi e cose così non me ne frega. Ci sto male sul pullman, mi prende allo stomaco.

Siamo partiti da Bagnara (Calabra, n.d.a.) che faceva ancora buio. Gita a Roma con visita al Parlamento. Fico, ho pensato: ci portano a vedere dove si fottono i soldi grossi. Quelli sì che c’hanno la cazzimma.
Noi da Bagnara a Roma ci facciamo la Salerno – Reggio Calabria, e sono cazzi. Così, tanto per passare il tempo, ho già contato sedici tipi di asfalto diversi. E mancano ancora buoni cinquanta chilometri. Mio zio Carmine ci ha lavorato su questo nastro di asfalti: stava nella «Soc.de.sca.li» , grossa società edilizia che il padrone vero lo sapevano tutti che era u Zi’ Cescu.

Ore 11.30

Minchia che bella piazza, una volta sì che le cose le facevano bene. Scendiamo dal pullman (finalmente, io per poco mo-ri-vo di nausea) e il prof. Garibaldi ci dice di stare tutti uniti che perdersi è un attimo. Penso che lui si è perso trent’anni fa e manco se n’è accorto, comunque ubbidisco e m’implotono come gli altri.
Perché a me questa cosa di visitare Montecitorio, lo devo dire, davvero mi interessa.

All’ingresso ci sono dei tipi scuri. Tutti scuri completamente: la faccia, i capelli, gli occhiali e il vestito. (cravatta compresa). Non ho capito cosa hanno chiesto al prof, ma poi ci fanno entrare.
Laura Galati – solita secchiona di merda – dice che gli affreschi nel corridoio sono di... boh, non ho capito di chi.

Ore 12.00

Figata l’ «emiciclo». Io non l’avrei detto che il Parlamento era così grande. Qui dove stiamo seduti pare la curva sud, però dice il prof che non si può urlare.
Adesso c’è uno che parla e La Presidente gli dice: «deputato, deve chiudere». Tosta la Presidente, per essere una donna.

Ore 12.45

A salire con l’ascensore abbiamo fatto un casino. Cirimele Antonio faceva gli scherzi coi bottoni che il coso andava su e giù e le ragazze gridavano aaaaaaahhhhhh! Daaaaaiiiii!!! (Cirimele Antonio è uno che con le ragazze ci sa fare). Poi è venuto uno con la giacchetta bordò e ci ha schiacciato i bottoni lui, facendo anche una faccia di rimprovero che secondo me il prof si è sentito una cacca.

Alla fine al sesto piano ci siamo arrivati. È figo forte, il sesto piano: c’è la vista dalla vetrata, e sotto vedi cose. Dice il programma che si vede il Pantheon, dalla vetrata.

Ore 12.55

Noi ci siamo seduti tutti, senza problemi. Il ristorante è una cosa gigante che ci fai due matrimoni di quelli tosti nello stesso giorno, se vuoi. Camerieri ne vengono come piovesse. Io a uno c’ho chiesto i grissini e lui subito, veloce, ne ha portati di tre tipi.

Il Prof ci dice zitti. Ci fa cenno con le mani. Si sbraccia come uno scemo. Che c’avrà?
Dice che quello lì è Enrico Letta, il Presidente del Consiglio, Capo del Governo di Larghe Intese. È venuto qui a pranzare, normale.
Adesso che lo vedo mi viene in mente: forse la sua faccia una volta l’ho vista sul giornale, tipo il giorno che lo hanno messo a Presidente. Però così alto non ce lo facevo: è pennelone proprio.
Comunque secondo me questo Letta ha la faccia di uno che ti viene a salutare e poi dice cose tipo «voi giovani siete il futuro!», cioè quelle cose che io mi caco il cazzo a sentirle.
Invece no, si è messo in fondo, vicino alla vetrata. Al tavolo con lui ci sono delle persone, quattro o cinque, tutte elegantose con la giacca e la cravatta. Ho sentito qualcuno che diceva che uno di quelli è suo zio.
C’è sempre uno zio che comanda, anche a Bagnara è così: comanda tutto U Ziu. Alla fine tutto il mondo è paese.

Ore 13.00

In questo ristorante c’è una musica strana. Adesso ci chiedo al prof che roba è. «Prof, che musica è questa?» . Dice che a lui gli sembra Stokausen, vabbe’, una cosa così, io non lo so come si scrive. Il prof è uno che di musica ne sa, teneva l’abbonamento all’opera lirica.
Stochaussen, boh, o comeminchiasidice, a me fa venire la stessa cosa del pullman. Una cosa di stomaco.

Che fa adesso Carmelina? Tutto il giorno che non mi caga e adesso mi da le gomitate? Dice Carmelina che fuori dalla vetrata si vede una luce strana. Io dico è il sole, ma lei dice no: dice che è una luce INCREDIBILE. Anche il prof fa segno fuori.

***

Quella luce, se vedevi fuori, t’abbagliava. Oh, ballavano anche i lampadari! Tutti eravamo agitati, e più di tutti il prof.
Pure i camerieri: si erano messi tutti in fila alla vetrata, e non lavorava più nessuno.
Gli unici fermi, noncuranti, erano quello lì, Enricoletta, e suo Zio. Loro non si erano mossi: bevevano sorsi d’acqua e parlavano tra loro, ma non capivi cosa dicevano, anche per via del sottofondo musicale.
È stato in quel momento lì che è arrivato l’asteroide.
Dopo il boato assordante, con le orecchie che fischiavano, sentivamo ancora quella musica.
Dove fino a un istante prima si trovava Enrico Letta, capo del governo di larghe intese, si apriva una spaventosa voragine. Dall'enorme cratere si levavano nubi di fumo nero.
Io mi ero messo riparato sotto al tavolo già un po’ prima. Mica sono scemo io. Io a Bagnara, sono nato, eh.

Racconto

(Questo coso sembra breve, ma in realtà per nascere ha sfruttato le risorse di un’intelligenza collettiva non da poco. Le idee geniali sono sue, dell'intelligenza collettiva, le stronzate sono mie. Ringrazio Maria Caudullo, Veronica Guzzardi, Grazynea Krupczak, Alfio Lombardo, Peppe Marrone, Eva Nicotra, Tiziana Vaccaro, il Direttore Aldo Lo Castro: loro sanno perché. E Robi: tutti sanno perché.)

1.

- Ora o mai più - bofonchiava la strega versando sulla legna le ultime gocce di benzina. - Sei pronto? - fece a Idiota - Vai!
- Dove? - gracchiò il draghetto.
- In nessun posto, idiota! Devi accendere questo cazzo di fuoco!
Idiota andò a prendere i fiammiferi e provò ad accenderne due o tre.
- Umido, - fece con aria sconsolata. – Troppo umido.
- Così potevo provare anch’io, deficiente.
Proprio a lei andava a dirlo, che c’era umido. Coi suoi reumatismi. Proprio a lei doveva capitare, di tutta la fauna del pianeta Xyr, l’unico draghetto che non sputava fuoco.
Cretina lei, che non l’aveva provato prima di andarcisi a rintanare in quel cesso di pianetino, che c’era un freddo cane. Allungò un calcio alle costole dell’incapace animale, che subito cominciò a tossire.
A tossire.
Un accesso di tosse più forte degli altri e il drago non potè trattenersi dallo scaracchiare sulla catasta. E il suo catarro accese il fuoco.
- Fuoco!
- O caro, caro Idiota - diceva la vecchia - Sapevo che ce l’avresti fatta. Caro, caro. Ridacchiava, il drago, e girava in tondo per la casa, tutto contento: - E hee hee! E hee hee!
Anche la vecchia era allegra, riscaldandosi davanti e dietro, davanti e dietro, e le tornava alle labbra un’antica canzone:
Vi ricordate quel diciotto aprileee
d’aver votato i democristianiii
senza pensare all’indomaniii…
Peccato che intanto il fuoco diventava incontrollabile.
Aveva portato in quella stanza tutta la legna, per fargliela accendere.

2.

- Scopa! - gridò un collega.
- Compare, stiamo giocando a tressette.
Noi pompieri non avevamo molto da lavorare in quell’epoca, in Italia. Il pianeta si era congelato, il fuoco non si vedeva più da anni. E chi riusciva ad accenderne non provava certo a spegnerlo, ci metteva su una bella pentola di ghiaccio da squagliare.
Ma ecco il Presidente della Repubblica Federale Presidenziale, Capo dell’Esecutivo delle Grandi Intese e simbolo dell’Unità nazionale della Repubblica Indivisa Autonomista di FEderazione Padana, Etruria, Stato Pontificio e Cupole Riunite di Magna Grecia, una bionda tutta curve, entrare a gran passi nella bettola.
- Signori, c’è bisogno di voi. È scoppiato un incendio.
- Lavoro!, - vociavano i pompieri, - Evviva!
- Dovete recarvi subito su K28 Sinistrius, un vecchio territorio oltrelunare.
- Subito? Eh, si fa presto a dire subito... Prima pagare, poi lavoro.
- Presto, ci sono persone in pericolo.
- Non c’era solo una vecchia strega, su K28 Sinistrius?
- È una delle 4 persone che mi hanno votato nel ‘13, quella strega.
Nessuno ricordò al Presidente che, ai tempi del suo primo mandato, era un distinto signore di mezza età con pochi capelli. Anzi, due distinti signori, zio e nipote, che avevano totalizzato quattro voti in due, prima di essere chirurgicamente riuniti.
Volle salire con noi per farsi riprendere sulla navetta dei pompieri, poi strinse la mano a tutti, scese, e finalmente ci lasciò andare.

3.

Sul posto non ci fu molto da fare. Il draghetto della strega aveva cercato senza successo di salvare la sua padrona, e ormai le fiamme avevano avvolto l’intero asteroide. L’idrante animato della navetta stava già per uscire, ma uno piloti azionò un pulsante che lo richiamava indietro.
- Che cazzo stai facendo?
- Ho un’idea.
Sui monitor si vide, invece, uscire lo schermo ignifugo, e, mentre il tipo armeggiava ancora alla tastiera, il mezzo fu scosso da un urto.
- Ma che fa quel pazzo? Ci abbiamo sbattuto contro.
- State tranquilli, - diceva lui, - l’ho solo tamponato per avvicinarlo un po’ alla Terra. Il suo calore scioglierà la glaciazione. Ecco, lo avvicino un po’ all’Italia… Mentre parlava, disinserì lo schermo ignifugo, e le immagini tornarono sui monitor.
- Eh, che ve ne pare? – domandò voltandosi verso di noi.
- Amico mio, sei una frana - si sentì rispondere. Era il collega con la scala, stava togliendosi la tuta spaziale dopo essere rientrato col draghetto in braccio. Il quale aveva imparato i versi che aveva sentito, e continuava a intonare senza fermarsi: Rdate quel diciotto aprileee… Rdate quel diciotto aprileee…
Dopo il boato assordante, con le orecchie che fischiavano, sentivamo ancora quella musica.
Dove fino a un istante prima si trovava Enrico Letta, capo del governo di larghe intese, si apriva una spaventosa voragine. Dall'enorme cratere si levavano nubi di fumo nero.

Tiriamo l'asteroide

Dopo il boato assordante, con le orecchie che fischiavano, sentivamo ancora quella musica.
Dove fino a un istante prima si trovava Enrico Letta, capo del governo di larghe intese, si apriva una spaventosa voragine. Dall'enorme cratere si levavano nubi di fumo nero.
- Dopo. Prima?
- Prima, si prima, prima della caduta dell’asteroide, cosa stavate facendo?
- Quante volte lo devo ripetere…
- Quante volte sarà necessario. Cominciamo dall’inizio, dove eravate?
- Eravamo al Barone Rosso, di via Libetta.
- Chi c’era?
- C’ero io, il Duca, Francesca, Michele con la sua ragazza, e pupone.
- Il Duca? Non scherziamo ragazzo, chi cazzo è questo Duca?
- Il Duca è Peppino Ercelli, lo chiamiamo Duca perché c’ha la erre moscia come…
- A chi è venuta l’idea?
- Niente ispettore, per dire, è venuta così, sa quante cazzate vengono così per scherzare, per dire una battuta, tra una birra e l’altra…
- Attento a quello che dici, ragazzo, stiamo verbalizzando.
- Insomma stavamo parlando di questo governo, che nessuno di noi lo voleva. E la Franci…Francesca, che continuava a dire che ce l’aveva detto che era una fregatura e il Duca, Peppino, che le dava ragione e che se era per lui…allora ho detto, hanno detto: pensa se cade un fulmine.
- Se cade un fulmine?
- E’ un modo di dire, ispettore. Poi non so chi ha detto: cosa vuoi che faccia un fulmine…un satellite, magari. Così ho detto…abbiamo detto: concentriamoci, pensiamo tutti ad un satellite, così per dire. E c’era in sottofondo la canzone di Tenco…vedrai, vedrai…per scherzare, ci siamo concentrati…abbiamo fatto finta di concentrarci e abbiamo sentito il boato. ..Figo ha detto subito la Francesca. Poi ha aggiunto: concentriamoci su Berlusconi.
Dopo il boato assordante, con le orecchie che fischiavano, sentivamo ancora quella musica.
Dove fino a un istante prima si trovava Enrico Letta, capo del governo di larghe intese, si apriva una spaventosa voragine. Dall'enorme cratere si levavano nubi di fumo nero.

Racconto breve #Tifiamoasteroide

Ormai era certo, il Grande Sasso avrebbe colpito Roma il 20 luglio. Per alcuni era la prova che gli alieni esistono, e sono buoni, per altri si trattava invece di un complotto interplanetario ordito dagli anarco-insurrezionalisti.
Le principali forze politiche non indugiarono. Il Movimento 5 stelle organizzò immediatamente una consultazione in rete – battezzandola “Le planetarie” – chiedendo ai militanti di votare la miglior soluzione per evitare la catastrofe. IL PD del premier Letta, dal canto suo, dichiarò: “Il TAV si farà, non si torna indietro”. Il PDL, per bocca del suo principale teorico – Maurizio G. – invocò invece il ripristino della pena capitale. Il Partito Radicale lanciò un referendum per la legalizzazione della marijuana e per l’abolizione del ministero dell’agricoltura.
Gli alieni se la ridevano.
Intervenne infine il Presidente Giorgio N., che con lo spirito bipartisan che lo contraddistinse negli ultimi anni della sua vita, invitò perentoriamente tutti a trovare una soluzione condivisa.
Immediatamente, venne istituita una commissione di saggi che, sotto la supervisione segreta delle Guardie Svizzere, avrebbe dovuto velocemente elaborare una strategia di difesa.
Subito dopo l’insediamento, la commissione decise la creazione di una squadra di consiglieri militari di alto profilo tecnico-professionale. Il team fu denominato CIRR – Contingente a Intervento Rapido e Risolutivo: era composto da una selezionata élite di carabinieri, poliziotti ed esercito; con compiti di collegamento con il potere politico venne richiamato dal prepensionamento Gianfranco F.
Gli alieni se la ridevano.
Avvalendosi della consulenza di esperti balistici di chiara fama, si optò per la “soluzione missile”: un piccolo razzo, appositamente modificato, con la corazza in uranio impoverito, sarebbe stato lanciato contro l’asteroide per deviarne la traiettoria. Le operazioni di puntamento e lancio vennero affidate al tiratore scelto Mario P. – carabiniere a riposo, che fu sottoposto a un addestramento durissimo.
E venne il 20 luglio. La tensione fin dal mattino era altissima, Roma era deserta, solo pochi erano restati in città, rifiutandosi di abbandonarla. Il governo al gran completo si era invece ritirato in un convento nei pressi di Sarteano, in Toscana. Il premier e il capo dello Stato in una dichiarazione congiunta del 19 luglio avevano cercato di tranquillizzare la popolazione italiana: “Il CIRR è formato da persone di straordinaria competenza, la buona riuscita dell’operazione è certa. L’Europa ha fiducia nell’Italia”.
Gli alieni se la ridevano.
Il lancio del missile era previsto per le 16,45, l’impatto con l’asteroide per le 17,15. Come tutti gli altri componenti del CIRR, il Carabiniere Mario P. era alla sua postazione, teso ma pronto. Eccolo che si avvicinava, il Sasso. Sembrava vicinissimo ma era ancora a distanza di sicurezza. Mario P. aspettava l’ordine del suo superiore Adriano L.: “3, 2, 1, FFFUOCOOO”. Mario P. premette il pulsante. I motori si accesero e nel giro di pochi istanti il missile viaggiava sicuro verso il Sasso.
Gli alieni se la ridevano.
L’impatto si avvicinava, la tensione saliva. 17,14: un minuto alla collisione; il razzo era sempre più vicino. 17,15: IMPATTO. Il razzo colpì l’asteroide esattamente dove previsto, deviandolo verso il mar Tirreno. MA. Ma il razzo non si disintegrò e fu a sua volta deviato verso l’Italia centrale. Mentre i resti del Sasso si inabissavano al largo della Sardegna, il missile si abbatté sulle colline del Chianti. Erano le 17,27 del 20 luglio. Il convento che ospitava Letta fu colpito in pieno.
Il comandante Adriano L. urlò a Mario P.: “Sei stato tu, col tuo sasso! Bastardo”.
Molti italiani – e io tra loro – dissero in quegli istanti: “questa è musica per le mie orecchie”.
Gli alieni – ovviamente – se la ridevano.
E dopo il boato assordante, con le orecchie che fischiavano, sentivamo ancora quella musica.
Dove fino a un istante prima si trovava Enrico Letta, capo del governo di larghe intese, si apriva una spaventosa voragine. Dall'enorme cratere si levavano nubi di fumo nero.

«Porca zozza!» Tuonò il

«Porca zozza!» Tuonò il ministro per le infrastrutture. «Ecco da dove arriva quella musica del cazzo! E ci stai dicendo che è diretto proprio qua?»
«Assolutamente si. A questo punto i calcoli hanno un grado di affidabilità vicino al cento per cento.»
Il ministro della difesa si raddrizzò sulla sedia, tutti rivolgevano lo sguardo verso di lui, che fosse quello uno dei campi d’azione del suo ministero? Evidentemente era così, si disse, meglio dire qualcosa per non fare la figura del fesso.
«Attacchiamolo! Polverizziamo quel dannato asteroide. Schieriamo la contraerea, i caccia F trecento qualcosa, quelli che abbiamo appena comprato.»
«Quelli nemmeno possono volare…» Disse tristemente il generale. «E la contraerea è stata messa fuori uso da un attacco informatico. I nostri missili balistici sono inutilizzabili.»
«Abbiamo chiesto aiuto agli alleati atlantici?» Chiese qualcuno.
«Non mi rispondono al telefono…» Fece sconsolato il ministro degli esteri.
«Beh…» Angelino il bello si era alzato dalla poltrona «per me si è fatto tardi, ho un importante appuntamento a cena e vi devo lasciare, ci si vede in settimana.» Fece in tempo a fare due passi verso l’uscita prima di cadere fulminato, le note dell’Internazionale risuonavano ora a un volume assordante nella camera di consiglio.
«Non vi avevo ancora detto che un misterioso campo elettrico sembra circondare il palazzo… A quanto pare una forza aliena, sicuramente comunista, è in grado di ridurre in cenere chiunque tenti la fuga.»
«Siamo rimasti senza vicepresidente…» Sbuffò Ricky Letta dopo aver dato un’occhiata alla salma fumante del povero Angeluccio. «Qualcuno si propone per sostituire il defunto?»
Fu un sottosegretario sconosciuto a tutti i presenti il più lesto ad alzare la mano.
«La nomino ufficialmente vicepresidente del consiglio.» Disse senza enfasi il capo del governo.
Lo sconosciuto abbozzò un sorriso, poi prese il cellulare per messaggiare alla moglie la bella notizia.
«Ora signori, si tratta di trovare una via d’uscita da questa faccenda. La questione è grave, gravissima, mica stiamo parlando degli interessi del paese, qui si tratta della nostra stessa sopravvivenza. Se qualcuno di voi ha idea di come uscirne è ora che parli!»
«E pensare che io sono stata scelta solo perché ho un cognome strano, facile da ricordare…» Si disperò il ministro delle pari opportunità.
«Idem…» Disse qualcuno.
«Mi dica.»
«Non parlavo con lei. Dicevo idem… nel senso che anch’io sono stato scelto per il nome…» Rispose l’altro.
«Ricapitolando.» A prendere la parola fu finalmente il presidente della repubblica, appena ridestato dal suo pisolino pomeridiano l’ottuagenario faro della democrazia, l’anziano saggio tra i saggi scoreggiò forte prima di proseguire. «Siamo sotto l’attacco di una potenza nemica, non abbiamo la possibilità di reagire militarmente e i nostri alleati storici non rispondono alle nostre richieste d’aiuto. Compagni…»
«Scusate… sarà per via di ‘sta canzone ma mi è proprio scappata. Cosa stavo dicendo… non mi ricordo più.»
Il vecchio si alzò per avvicinarsi alla finestra, una sfera infuocata era visibile nel cielo sopra la capitale, una folla in festa aveva iniziato a radunarsi intorno al palazzo sede del governo.
«Sembra che il popolo non stia dalla nostra… Ci sono proposte?» Domandò il vecchio rivolto ai presenti.
«Non ci resta che una soluzione.» Disse il generale delle forze armate.
«Non starà per caso pensando a…» Ricky Letta non ebbe il coraggio di terminare la frase.
«Non vedo alternative.»
«Sono pronto.» Stoicamente il capo dello stato si alzò in piedi, qualcuno si commosse, altri si misero in fila per stringere la mano dell’eroe. «Dite a mia moglie che i biscotti sono finiti.»
«3…2…1… Codice delta ATTIVATO» Ordinò il generale. «Presidente, ora dipende tutto da lei…»
Un guscio metallico spuntò dal pavimento: l’armatura era pronta per essere indossata. Quando l’anziano uomo si avvicinò essa gli si compose addosso, mirabile esempio di tecnologia made in Italy era stata assemblata nello stabilimento Fiat di Termini Imerese, Lapo Elkann in persona si era occupato di mettere appunto la linea aerodinamica del prototipo… Anche la scritta “I ♥ FIAT” impressa sul casco, era un’idea del celebre imprenditore. Il due volte presidente della repubblica testò i comandi, azionò i razzi e a velocità supersonica schizzò dalla finestra aperta verso la minaccia incombente, pronto a respingere l’asteroide nello spazio marxista da cui proveniva. L’armatura, come sperato, schermò il corpo del saggio dalle scariche elettriche che già avevano fulminato il leader del partito di centro destra; dalle finestre del palazzo i membri del governo si affacciarono speranzosi, il salvatore della patria era proiettato come un fulmine verso l’obbiettivo, veloce, velocissimo… troppo veloce: l’impatto con l’oggetto fu violentissimo, pezzi dell’armatura piovvero infuocati. Le ultime parole pronunciate dal presidente gli servirono a comporre un bestemmione clamoroso.
A quel punto i membri del governo si lasciarono prendere dal panico, c’era chi piangeva disperato, chi pregava e chi tentava di difendersi da altri che, decisi a godersi gli ultimi istanti di vita, tentavano di accoppiarsi con i colleghi. L’unico a rimanere impassibile fu Ricky: egli restò seduto a capotavola deciso a mantenere la dignità in quel tragico momento, disgustato, guardava ministri e sottosegretari lasciarsi andare ai più turpi sollazzi.
“Meno male che non c’è Calderoli…” Furono le sue ultime parole.
Dopo il boato assordante, con le orecchie che fischiavano, sentivamo ancora quella musica.
Dove fino a un istante prima si trovava Enrico Letta, capo del governo di larghe intese, si apriva una spaventosa voragine. Dall’enorme cratere si levavano nubi di fumo nero.

Quel che non saprete mai (#tifiamoasteroide)

[avevo inviato la mail a Mauro, ma se è qui che si balla, mi unisco alle danze]

Quel che non saprete mai.

Il riflesso argenteo del connettore Gorbeltex trifase non era più sufficiente a illuminare la mia postazione. Ero ormai abituata a lavorare, se lavoro si poteva chiamare, al buio.
Quel bagliore affievolito, però, era solo il segno di una piccola catastrofe: la batteria del terminale stava per abbandonarmi e da quando il mio spacciatore di Hi3+ era stato catturato dalla Militia del Condòminus, al mercato nero era diventato quasi impossibile procurarsene quantità sufficienti per la ricarica di un palmare, figuriamoci per la batteria di un terminale Ante-Era Condòminus come quello su cui stavo lavorando.
I compagni dell’Alleanza dovevano sbrigarsi: se non mi avessero mandato le coordinate prima dello spegnimento, la missione sarebbe saltata anche perché di certo non avevo gli 8000 crickets che servivano per comprare una intera bolla di Hi3+. Decisi allora di collegare una vecchia dinamo al generatore del connettore e cominciai a pedalare. Mi guardai intorno per quel che potevo e per la prima volta dopo anni realizzai che la massa di scatoloni, attrezzature, terminali dismessi e cavi, aveva trasformato il mio loft in uno di quei magazzini industriali che avevo visto una volta a lezione di Storia Pre-Era. “È tornato alla sua natura” avrebbe detto mia nonna Esse. E il pensiero corse a quella donna senza la quale, forse, adesso sarei una degli Adepti, sarei felice -o ne sarei stata convinta- e avrei dovuto preoccuparmi solo di scegliere l’opzione A ogni qualvolta il Condòminus avesse voluto fingere di consultarmi. Un beep mi ridestò: era il messaggio che stavo aspettando; pedalai con tutta la forza che avevo per dare al terminale il minimo di autonomia che serviva per salvare le informazioni e per, beffa dell’Era, aver il tempo di scrivere quei dati su un pezzo di carta. Ridevo al pensiero di dover ricorrere a carta e penna e pedalavo, ridevo e pedalavo. Il contatore segnava una carica del 14%, ci provai, corsi al terminale, lessi il testo del messaggio e mi gelai. Era l’informazione che aspettavo ma non immaginavo che l’obiettivo della mia missione fosse la residenza privata del Condòminus, non credevo che quel buffone potesse custodire il chip in casa, ma ora non avevo più tempo da perdere, era già notte, dovevo indossare la mia tuta e vivere sulla pelle l’ennesima avventura che tante volte avevo vissuto e virtualmente simulato.
Lo ammetto: fui punta da un pizzico di vanità quando mi accorsi che la tuta, adesso che ero un po’ ingrassata, mi fasciava i fianchi e mi faceva un po' più sexy e mi sentii come un’eroina di quei fumetti che, fra le atre cose, nonna mi aveva lasciato in dono. Ero pronta, ero concentrata, caricai il terminale sul velivolo e partii con tutte le intenzioni di disturbare il sonno del Condòminus.
Attraversai quelle isole dagli alberi in resina acrilica più in fretta che potei e subito fui inseguita dai velivoli della Militia; non era la prima volta che mi prendevo gioco di loro e anche questa volta mi riuscì di seminarli. Livello 1 completato.
Scelsi di percorrere i sotterranei della città: nonostante i pericoli sapevo che là sotto c’erano più amici dell’Alleanza che in superficie e poi, per quelle oscure vie, avrei preso la Residenza più facilmente: la Militia non temeva i Suburbani e aveva affidato i controlli più esterni agli Adepti, convinta che un’accolita di miserabili denutriti non sarebbe riuscita a superare neanche un blocco di quei creduloni.
Lo scenario che mi si presentò davanti era più spettrale e più affollato di quanto ricordassi e la cosa mi fece avvertire la missione come ancora più urgente; avevamo aspettato anche troppo, ma la ricerca dell’unico chip utilizzabile per i salti temporali diretti al passato si era rivelata più difficoltosa del previsto.
All’inizio i membri dell’Alleanza erano convinti che tutti i chip fossero stati distrutti, poi una volta convinti della mia storia, - nonna mi aveva raccontato di averne messo in salvo uno ingoiandolo dopo averlo isolato per sfuggire agli Rx- avevano scoperto che i resti della Compagna Esse erano stati trafugati; ora però lo avevano rintracciato e spettava solo a me il compito di portare a termine l’operazione.
All’improvviso un gigantesco Ftank mi si parò davanti e fece fuoco, non riuscivo a riconoscere il vessillo che campeggiava sul mezzo, risposi al fuoco e iniziai a svicolare attraverso i tunnel ma quel maledetto Ftank non mi mollava. Questa non ci voleva, continuai a combattere ma stavo perdendo troppo tempo. Decisi di rischiare, qualcuno sarebbe arrivato in mio soccorso e lanciai il segnale: un'antica canzone che narrava di un fiore e di un partigiano riecheggiò fra i sotterranei della città e il maledetto Ftank sospese l’attacco e atterrò.
"Cazzo! Sta a vedere che ci rimanevo secca a causa di fuoco amico!” pensai mentre un uomo tirava la testa fuori dal mezzo.
“Perché cazzo non ti sei fatta riconoscere?” mi urlò.
Atterrai e scesi dal velivolo impugnando la mitraglietta “Perché cazzo non ti sei fatto riconoscere tu? Cos’è quella specie di teschio lassù, chi credi di essere un fottuto pirata?” gli dissi altera mentre pensavo che in fondo il tipo non era male, anzi.
“Sono Diar Jones, capo della Divisione Resistente Orbo e questi tre...” disse l’uomo indicando le teste di quelli che cominciavano a saltar fuori dal mezzo, “questi tre timidoni sono i compagni Lol, Violet e Jay, arditi membri della squadra. Per servirla, Madame”.
Avevo già sentito parlare di loro e mai avrei creduto che quei nick nascondessero quelle facce: Lol sembrava uno studentello sfigato dei telefilm degli anni 2000, Violet era una bruna alta e larga come un armadio e Jay aveva degli occhi che gelavano il sangue nelle vene ed era la donna più bella che avessi mai visto.
“Tu devi essere Xabra, ti aspettavamo, abbiamo l’ordine di guardarti le spalle” disse Jay.
“Pensa se vi avessero ordinato di farmi fuori, allora!” risposi.
“Volevamo metterti alla prova e vedere se meritavi il comando” insinuò Lol mentre Violet sorrideva complice.
“D’accordo, bene, presentazioni fatte, ora andiamo.” Non potevo aspettare un minuto di più. Risalimmo sui nostri mezzi, Lol e Violet presero posto su una specie di velivolo scialuppa accorpato al Ftank e ci dirigemmo alla Residenza.
Cazzo! Gli Orbo erano davvero la migliore squadra di supporto con cui avessi lavorato: mi fecero trovare la via libera fin sotto la stanza del Condòminus, avevano spazzato gli Adepti, disattivato i campi energetici e le linee di comunicazione con la superficie, fatto fuori la Militia e distrutto ogni ostacolo quasi senza che io me ne accorgessi. Da Livello 2 a Livello 7 senza subire troppi danni.
Un giorno o l’altro dovranno raccontarmi come hanno fatto a trasformare in un’allegra scampagnata, la missione più importante della mia vita.
Gli Orbo però, non potevano seguirmi oltre, dovevano restare sotto a vigilare per permettermi la fuga; era giunto il mio momento. Mi introdussi nella Residenza cercando di non fare alcun rumore, quasi non respiravo, pensavo solo a seguire le coordinate che mi avevano fornito e che mi stavano portando dritta dritta nelle fauci del leone.
Il chip si trovava nello studio privato del Condòminus, giusto per confermare la sua stupida arroganza, ci misi un po’ per decifrare la combinazione della sua cassaforte, ma alla fine lo vidi. Il chip era lì.
Livello 8 completato.
Sentii un rumore e per un momento ebbi la tentazione di cedere all’impulso della battaglia e fare un po’ di fuoco, la domai. Dovevo ritornare al terminale e installare il chip. Corsi via come un reattore, mi avevano scoperta e la Militia mi stava alle calcagna, mi colpirono a una spalla. Sento ancora una fitta quando ci ripenso.
Raggiunsi a fatica il vecchio canale di scarico in disuso e mi buttai giù, Diar Jones e Jay erano lì ad aspettarmi, quasi mi avessero letto nel pensiero, mi coprirono le spalle mentre Lol e Violet si prendevano cura di me.
“Al velivolo, portatemi al velivolo” dissi e così fecero.
Mentre inserivo il chip al disco del terminale, ebbi modo di sentire per la prima volta la voce di Violet:
“Non dimenticare questa” sussurrò passandomi una bolla di Hi3+, il cuore stava per esplodermi nel petto. Presi la bolla, la agitai e la montai nel connettore Gorbeltex trifase; il terminale cominciò a lampeggiare, lo collegai ai comandi del velivolo.
Chiamai a raccolta i Compagni della Orbo, volevo portarli con me, glielo dovevo, dovevo mostrare a tutti loro che stavo per cambiare il futuro.
Cominciai a digitare i comandi e il programma si avviò.
INSERIRE DESTINAZIONE:
**********
INSERIRE DATA:
Mi chiesi ancora una volta perché quella data, perché non tornare a quel Luglio del 2001 di cui mi raccontava nonna Esse e non permettere che, stavolta, vincessero i buoni e le loro idee, i compagni dell’Alleanza, però, avevano altri piani ed erano certi che quello che mi accingevo a fare sarebbe servito anche per quel Luglio.
INSERIRE DATA:
**/**/****
Invio
Il velivolo si sollevò e cominciò a ondeggiare e in pochi minuti eravamo nel passato.
Livello 9 completato.
Creare un segnale di disturbo che dirottasse la traiettoria di quei vecchi missili sarebbe stato un gioco da ragazzi, lo avevamo imparato tutti con le prime simulazioni fin da bambini e adesso il mio terminale era carico e fin troppo potente per quelle vecchie tecnologie. E allora lo feci, scelsi di usare proprio quella canzone come cavallo di Troia, avrebbe mascherato gli impulsi del bug col quale avrei distratto la direzione dei missili che nel passato avevano distrutto l’asteroide prima dell’impatto. Il futuro non sarebbe più stato lo stesso. Guardai i miei compagni.
Lol adesso sembrava cresciuto tutto d'un botto, era u uomo adesso e gli occhi di Jay, beh! Gli occhi di Jay bruciavano argento vivo.
“Quindi è per questo che siamo qui?” chiese Diar Jones “Siamo venuti per salvare quell' asteroide?”
“Tifiamo asteroide.” Scandì Violet.
Sì. Tifiamo asteroide.
Invio.
E si diffuse come un virus:
Una mattina, mi son svegliato...
Seguimmo i missili dal terminale e vedemmo la loro traiettoria interrompersi e finire.
L’asteroide avrebbe colpito il bersaglio che un destino non più deviato aveva scelto per lui.
Livello 10 completato.
Dopo il boato assordante, con le orecchie che fischiavano, sentivamo ancora quella musica.
Dove fino a un istante prima si trovava Enrico Letta, capo del governo di larghe intese, si apriva una spaventosa voragine. Dall'enorme cratere si levavano nubi di fumo nero.

Эрнесто (Ernesto)

[Ho già inviato la mail, ma volevo condividere anche qui, per vedere se qualcuno ha suggerimenti o commenti da fare]

Mattina, sette meno venti.
Nella città più grande di uno strano pezzo di terra a forma di stivale Enrico si sveglia, e subito pensa che la sua giornata sarà lunga e complessa. Come da poco più di un mese a questa parte sono tutte.
Enrico inforca gli occhiali e si guarda allo specchio. La testa rasata di fresco e la faccia pulita da bravo ragazzo le ha da sempre. Controlla poi quella ruga in mezzo alla fronte che ogni giorno gli sembra più pronunciata, un segno inequivocabile di una recente, quanto indesiderata, responsabilità.

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Notte, forse la quinta o sesta rotazione dell'anello esterno.
E' difficile stabilire con esattezza un orario, qui nello spazio è sempre buio. La capsula urta un piccolo asteroide e Эрнесто si sveglia di colpo, sbalzato fuori dal sedile.
Si era addormentato alla guida, ma il pilota automatico ha fatto il suo dovere e la strada è ancora quella giusta. Non fosse stato per quel dannato pezzo di roccia avrebbe potuto svegliarsi direttamente sotto casa sua. Si stropiccia gli occhi, uno alla volta. Uno, due. Tre, quattro e cinque. Sente ancora molto male addosso, dalla coda fino alla punta dei gangli delle antenne. Quasi quasi si pente di essere andato a trovare il fratello. Lui e i suoi amici sono ancora troppo giovani, e la loro vita da universitari non è più adatta a Эрнесто, che da tempo ormai ha un lavoro stabile e ha messo le teste a posto.

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Enrico si fa un caffé con la sua nuova macchina espresso, poi esce e si avvia a piedi verso il Palazzo. Da quando è a capo del suo Paese ha smesso di prendere il caffé al bar di Emilio sotto casa, visto che ogni volta ad aspettarlo c'è la solita seccatura, una calca di microfoni e telecamere in cerca di una qualsiasi parola.
Il quartiere Testaccio non è vicinissimo al centro, ma Enrico non ha voluto trasferirsi nella residenza che solitamente spetta al capo del governo. Sta bene qui, e in fondo non gli dispiace passeggiare sul Lungotevere la mattina presto. Anzi,
se pensa a quello che lo aspetta anche oggi, sarà forse l'unico momento sereno della giornata.

Эрнесто butta giù una pasticca, ma la sbornia non accenna a diminuire. Gli gira tutto e sente come dei colpi martellanti sulle tempie. Era sempre stata così piccola ed opprimente quella capsula? Non ne ha mai comprata una più grossa, sebbene col suo attuale stipendio ormai potrebbe permettersela. Ma in fondo è affezionato a quel catorcio, gli dispiacerebbe disfarsene.
Glielo aveva detto, il fratello, di restare a dormire da lui. C'era pure quella sua coinquilina, quella studentessa proprio carina, specializzanda in Teorie della Trasmissione Neuroelettrica, che sembrava aver manifestato un qualche interesse. Ma lui, testardo come al solito, si era messo comunque in viaggio. Adesso però il senso di nausea e le vertigini si mischiano al pentimento per non avere accettato, e l'assenza di gravità non aiuta di certo, in questi casi.
Accende lo stereo. Magari con un po' di musica classica riesce a rilassarsi quel tanto che basta per tornare a dormire. La Sinfonica Ophiuchus invade l'abitacolo con le sue splendide armonizzazioni di fiati ed archi, e Эрнесто sorride, sentendosi subito più leggero.

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Enrico arriva a Campo De' Fiori e qualcosa cattura la sua attenzione. Un trio di artisti di strada, chitarra, fisarmonica e contrabbasso, sta suonando qualcosa a ritmo sostenuto, dal sapore vagamente caraibico. Enrico si avvicina e riconosce il brano. E' choro, musica brasiliana, un pezzo di Ernesto Nazareth. Il fisarmonicista, barba incolta e una folta chioma di capelli raccolti in una coda, suona il tema principale, un unico fraseggio quasi senza respiro, con tocco delicato ma deciso e velocissimo.
Enrico resta immobile insieme al piccolo crocchio radunatosi intorno ai tre. I musicisti adesso improvvisano liberamente a turno e quando infine riprende il tema a velocità doppia, e si arriva alla frenetica conclusione, tutti intorno battono sonoramente le mani. Il trio si inchina, il fisarmonicista passa con un cappello tra i presenti e quando una mano gli allunga una banconota da venti, strizza gli occhi e riconosce il premier. I due si guardano per un momento, l'uno sbarbato e incravattato, l'altro trasandato e irsuto. Stavolta è l'uomo in cravatta a sorridere e inchinarsi. Poi si gira e se ne va. Enrico si chiede se dopo questa inaspettata mattinata anche trovarsi a litigare con i suoi rissosi colleghi dell'esecutivo sarà più sopportabile.

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Эрнесто si sveglia di nuovo con un violento sobbalzo. Ancora ubriaco maledice i dannati asteroidi. Guarda verso il quadro e vede una spia rossa lampeggiare, il bip frenetico dell'allarme nascosto dagli archi dell'orchestra a tutto volume. Il pilota automatico è fuori uso, i generatori spenti, e la capsula ruota pericolosamente su se stessa fuori controllo, attratta da un qualche campo gravitazionale.
L'adrenalina lo riporta alla realtà: sta precipitando. L'urto precedente deve aver fatto qualche danno al suo catorcio, e lui era troppo fuori di sé per accorgersene subito. Эрнесто guarda fuori, c'è un grosso pianeta azzurro. Vicino, troppo vicino. Non dovrebbe essere lì, non c'é niente del genere sulla rotta verso casa. Il radar dice “Terra”, e sinceramente era l'ultimo nome che avrebbe voluto leggere.
I terresti, quei trogloditi talmente idioti da convincersi di essere l'unica forma di vita intelligente del cosmo. Ogni tentativo di contatto era finito sempre male: i terrestri non capivano nessuna lingua, e puntualmente i messaggeri inviati venivano catturati e fatti a pezzetti in qualche stanza sotterranea. Come se non bastasse questi selvaggi continuavano da millenni ad ammazzarsi tra di loro, di solito per dominare qualche pezzo di terra in più, senza nemmeno la decenza di andarsi a cercare un nemico al di fuori del loro pianeta.
Da tempo il Consiglio aveva deliberato di ignorarli ed evitare ogni contatto con questo pianeta morente e bellicoso, condannando così la Terra a vivere nell'ignoranza e nell'arretratezza. Tra le altre cose, pensa con orrore Эрнесто, questo significa nessun rallentatore gravitazionale intorno all'atmosfera, come ha ogni altro pianeta evoluto, che possa frenare un asteroide o una cazzo di capsula impazzita entrate in rotta di collisione. Si getta quindi sui comandi e tirando con tutta la forza cerca di riportarla fuori dalla gravità terrestre, mentre l'esterno comincia già a diventare incandescente.

--

Enrico è proprio fuori dal Palazzo, quando qualcuno comincia ad urlare qualcosa. Niente di nuovo, per carità. Da quando è nato questo strano governo c'è ogni giorno qualcuno che urla, fuori dal Palazzo. I cittadini non volevano questo, Enrico lo sa. Ma un contorto meccanismo legislativo, unito ad un ancora più contorto sistema elettorale, avevano prodotto questa anomalia.
In due parole, le tre forze principali si erano presi un terzo dei voti a testa e il partito di Enrico, accreditato di una facile vittoria, era invece riuscito nell'impresa, brillantemente sintetizzata dal vecchio segretario, di “non vincere, ma comunque arrivare primo”. Il che significava responsabilità di formare un governo, ma impossibilità di farlo da solo. Le alternative erano due: il nemico di sempre, politico controverso con il quale fino ad un mese prima ci si mandava serenamente affanculo ma disposto stavolta a collaborare per formare un governo, o un nuovo giullare che, invece, mandava serenamente affanculo sia una parte che l'altra e che di governare non aveva nessuna intenzione. La scelta era stata dunque obbligata, ma non era andata giù a nessuno, e le proteste di ogni colore politico sotto al Palazzo erano ormai il pane quotidiano.
Ma il tipo che urla oggi non lo fa contro il Palazzo, né contro Enrico. Urla contro il cielo, puntando il dito su una macchiolina di luce, un puntino minuscolo, che sembra diventare poco a poco più grande. Nel giro di qualche minuto le urla si moltiplicano e le teste della piazza iniziano a guardare tutte quello strano puntino luminoso.

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Эрнесто tira e bestemmia, ma la capsula sembra proprio non volergli dare retta. Ormai, dentro la densa atmosfera terrestre, è una palla di fuoco e lega di tantalio. Il freno di emergenza è inserito ma senza i rallentatori serve a poco. Эрнесто sa che se i generatori non ripartono subito si schianterà su quel pianeta.

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Enrico guarda in alto, come tutti gli altri. Guarda il puntino che adesso è visibilissimo. Inspiegabilmente comincia a sentire, lontanissimi, un insieme di suoni. Sembrano note, ma non ne è tanto sicuro. Sono note strane. Sembrano formare una qualche melodia, ma con salti e dissonanze che non ha mai sentito prima. Enrico si sfrega le orecchie. Lo stress di questi giorni lo sta facendo impazzire.

--

Эрнесто prova ancora una volta a far ripartire i generatori, stavolta prendendo a calci la plancia. Non che gliene importi di morire, sa già cosa lo aspetta, dopo. Eviterebbe però volentieri la seccatura della rigenerazione e dell'acquisto di una capsula nuova. Il prezioso impianto a pressione sonora continua a mandare le note della Sinfonica a volume altissimo e Эрнесто pensa a quanto gli costerebbe, coi prezzi attuali, comprarne uno simile. No, deve farcela. Deve evitare lo schianto.

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Enrico adesso la sente. Non era un allucinazione, la musica c'è davvero. Ed è qualcosa di straordinario. Le note si rincorrono, suonate da sconosciuti strumenti che sembrano formare una sorta di orchestra. Quelli che devono essere i fiati scandiscono la melodia, ritmata e a volte discordante, con note fuori posto che inspiegabilmente trovano un senso perfetto nell'insieme. Altri strumenti, simili a degli archi, ma più cristallini, contornano il tutto con accordi lunghi ed assurdi e virtuosismi che nessuna mano potrebbe eseguire a quelle velocità.
Intanto il puntino è diventato un sasso, e sembra proprio un asteroide che sta cadendo. La gente intorno comincia ad avere paura, corre via. La piazza si svuota. Ma Enrico non se ne accorge. Ha in mente solo quella musica.

--

Эрнесто vede il pianeta talmente vicino che adesso distingue benissimo una città. E' abbastanza grande, con un anello, forse una via di trasporto, e un fiume che la taglia a metà. Cerca ancora di tenere su la capsula, e intanto pensa che se almeno riuscisse a cadere nell'acqua sarebbe più facile venire a prendere i suoi resti, una volta che la sua posizione di impatto sarà stata trasmessa al Centro di Controllo. Ma a giudicare da quello che vede sembra proprio che finirà in mezzo a quella città.

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Enrico, che ascolta con gli occhi chiusi, sente il volume della musica sempre più alto. Adesso è sicuro di non aver mai sentito nulla del genere prima. Riapre gli occhi solo per capire che quella musica viene dal puntino luminoso ora grande come un pallone da calcio, ricoperto di fuoco. Si sta avvicinando velocemente, proprio contro di lui.
Ha il tempo di pensare: “Merda”.
Poi più niente.

--

Questo è tutto quello che ricordo.
Eravamo in giro, a qualche isolato dal Palazzo, io e mia moglie. Eravamo lì quando è cominciata quella strana musica. Prima lontana, come un soffio, un qualcosa di indefinito. Poi sempre più vicina e sempre più avvolgente.
Un po' spaventati, un po' incuriositi abbiamo girato di corsa l'isolato, mentre il volume di quella sinfonia diventava quasi insopportabile. Quasi rapiti dovevamo sapere cosa fosse.
Arrivati in piazza abbiamo fatto solo in tempo a vedere il premier in piedi con lo sguardo fisso in alto, anche lui incantato da quelle note. Subito dopo una palla di fuoco, poco più grande di un'automobile, è caduta sopra di lui ed è esplosa. La terra ha tremato per qualche istante e il colpo ci ha fatto cadere, storditi.
Dopo il boato assordante, con le orecchie che fischiavano, sentivamo ancora quella musica.
Dove fino a un istante prima si trovava Enrico Letta, capo del governo di larghe intese, si apriva una spaventosa voragine. Dall'enorme cratere si levavano nubi di fumo nero.

#Tifiamo Asteroide

scusa se mi permetto, ma scherzare sulla morte di Giuliani e sui fatti del G8, lo ritengo di cattivo gusto

Bellissimo!

Bellissimo!

#Tifiamo Asteroide

voleva essere una risposta a "IL SASSO"

Inserito il 7 Giugno, 2013 - 17:07

Q.E.T.E.T.

A questo punto lo inserirò qui anche io, anche se l'ho già mandato via mail, ovviamente critiche e commenti sono bene accetti. =)

"Q.E.T.E.T."

Prologo
Resoconto dell''operazione Q.E.T.E.T.: dopo aver ricevuto diverse segnalazioni e aver verificato con i nostri metodi la veridicità della situazione, abbiamo acconsentito ad attivare la soluzione “alfa-sigma” per il caso #10294710 preso in esame. Segue la valutazione dei dati raccolti con analisi ottica e scansione psichica dei soggetti.

Analisi 1
Il soggetto Enrico si è svegliato di soprassalto, ancora con quella musica nelle orecchie e una sensazione spiacevole. Non riusciva a ricordare cosa avesse sognato ma si ricordava il pezzo musicale, il “confutatis” di Mozart. Appena la mente gli si è fatta lucida è passato dalla preoccupazione allo sconforto, lo aspettava un altro giorno a lavorare con “quelli”, non riusciva a distinguere se la sensazione fosse composta più di disgusto o di senso di colpa.
Con questo genere di pensieri in testa si è alzato dal letto e si è preparato per un'altra giornata di lavoro.

Analisi 2
“Oggi ce n'è uno strano!” ha detto una guardia dando un'occhiata fuori da una delle finestre. Due colleghi si sono avvicinati a guardare, era vero, da tutta la mattina era presente davanti al palazzo un tipo dall'aria stravolta che fermava tutti i passanti e li apostrofava con toni concitati.
Enrico è uscito dall'aula e si è avvicinato alle finestre per distrarsi un po' dal lavoro. Qualunque cosa là fuori gli sembrava libera, “anche tutte quelle persone in giacca e cravatta, omologate” – pensava - “potrebbero ad un certo punto togliersi la cravatta, buttare la ventiquattr'ore e fare quello che vogliono”; lui invece era lì, costretto a subire ricatti, odiato dalla sua stessa base, e senza neppure avere la possibilità di smetterla: lui stesso aveva dato al suo lavoro una parvenza di necessità, un'aria salvifica, eppure sapeva bene che si trattava di uno dei colpi più bassi inferti agli elettori.
Ad un certo punto ha visto anche lui quell'uomo, intento a fermare i passanti, era ben vestito ma allo stesso tempo in disordine, forse lo aveva già visto seduto in qualche bar del centro, certo non sconvolto come ora.
Rientrando in aula non è riuscito a evitare di trattenere il fiato.

Analisi 3
Quell'uomo era il soggetto Italo e fino al giorno prima era un romano come tanti altri, impiegato, sposato, elettore del PD deluso. Quella notte però aveva fatto una scoperta terribile, forse chiamarla “scoperta” è un po' eccessivo, la verità è che abbiamo mandato anche a lui una segnalazione video-onirica per errore. Ora era consapevole del fatto che, se avessimo valutato la situazione troppo pericolosa per l'umanità avremmo provveduto. La sua reazione però è stata quella di piazzarsi davanti al target per avvertire del pericolo più persone che poteva. Sfortunatamente per loro nessuno lo ha preso in considerazione e tutti hanno continuato le loro attività.

Analisi 4
Il target è un palazzo, detto Palazzo Chigi e contiene l'ente governativo della sua nazione. La popolazione che lo abitava è risultata essere molto varia. Si sono suddivisi in varie tribù, più o meno indipendenti e di varie dimensioni, le più piccole hanno idee alquanto curiose e paiono avere una rilevanza discutibile. Le suddivisioni più importanti sono tre: la prima sembra più che altro una trovata pubblicitaria, un'altra emette solo piccolissime quantità di segnali neuronali, generalmente legate a bisogni primari e indirizzate verso un esponente del gruppo univocamente acclamato. Il terzo gruppo è quello di cui fa parte Enrico e pare instabile, vari sottogruppi si combattono, fondono, separano sempre più spesso; il sentimento più comune è il senso di colpa, ma a questo non fa seguito nessuna reazione interessante.
L'aria è tuttavia pervasa di autocompiacimento.

Analisi 5
Enrico ha finito la sua giornata di lavoro ed è uscito dal palazzo scortato da quattro individui. Appena fuori era ancora presente Italo che ha cercato di fermarlo e di avvertirlo: “Fermatevi! Non sapete cosa state facendo! Se non la smettete ora sarà un casino! Fermatevi vi prego!”. Enrico ha proseguito il suo tragitto ed è arrivato a casa.

Analisi 6
Enrico si è svegliato, anche questa notte abbiamo mandato un segnale video-onirico uguale al precedente, questa volta l'avvertimento è stato mantenuto nelle sinapsi anche nei primi momenti dopo il risveglio. Oltre alla musica si è riuscito a ricordare anche l'evento, la caduta di un meteorite, e la sensazione che ciò avvenisse per colpa sua. Nessuna reazione.

Analisi 7
In aula sono stati discussi temi assurdi, sono state fatte proposte inaccettabili e rifiutate proposte irrifiutabili. La situazione è stata valutata troppo grave per essere trascurata, in particolare dopo che è stato approvato quello che è stato chiamato “disegno di legge sulla Tav”. Pur non essendoci chiaro di cosa si trattasse, abbiamo percepito che nessuno crede veramente in questo progetto eppure lo hanno accettato per circostanza e per timore di tirarsene fuori. Enrico non ha detto nulla e il partito a basse emissioni neurali ha festeggiato in pompa magna. Qualcuno ha rilasciato interviste vittoriose, da entrambe le parti, che pur dovrebbero essere contrapposte.

Analisi 8
Italo si è messo a guidare la sua auto senza pensare a quel che faceva, si è diretto verso il centro città, precisamente verso il nostro target. Noi a quel punto avevamo già preso la nostra decisione ma non siamo più stati in grado di fermarlo. Arrivato nei pressi del palazzo ha acceso lo stereo della macchina e aperto le portiere, dalle potenti casse usciva il pezzo da noi selezionato come colonna sonora del video: il cosiddetto “Confutatis” del Requiem in Re minore K626. Italo si è messo a urlare cercando di allontanare la gente.

Valutazioni
Pur con la nostra esperienza non siamo riusciti a capire cosa stesse succedendo nel palazzo, i due fronti contrapposti si sono messi a lavorare insieme, o meglio, si sono messi a fingere di lavorare insieme, sono volate minacce di far “cadere il governo”, ricatti di ogni genere e non è stato mai valutato nulla che andasse a vantaggio dei cittadini. Il fatto più grave è che abbiamo constatato che i membri di questo “gruppissimo” sono ben coscienti di andare contro quello che legittimamente si aspetterebbero i loro elettori ma per interessi personali hanno dato vita a quello che non esitiamo a definire uno dei peggiori disastri governativi della Galassia. Abbiamo dunque dato il via all'operazione Q.E.T.E.T.

Conclusione
Abbiamo impostato la rotta del piccolo meteorite “Gemini 4” sul target, purtroppo il soggetto Italo si trovava in prossimità del luogo previsto per l'impatto; fortunatamente anche il soggetto Enrico.
Nessuno si è accorto di quello che stava per succedere, l'unica cosa che si poteva notare nella piazza era Italo che veniva trascinato via dalla sua auto da alcuni agenti e la musica che proseguiva e invadeva le strade adiacenti.

Dopo il boato assordante, con le orecchie che fischiavano, sentivamo ancora quella musica.

Dove fino a un istante priva si trovava Enrico Letta, capo del governo di larghe intese, si apriva una spaventosa voragine. Dall'enorme cratere si levavano nubi di fumo nero.

Firmato
Comitato esecutore operazione Quando È Troppo È Troppo.

Ovviamente non intendevo

Ovviamente non intendevo scherzare sulla morte di Carlo. Era un tentativo, magari malriuscito, di amara ironia. Tant'è che avevo pensato di intitolarlo "La nemesi". Se tu o chiunque altro lo ritenete offensivo vi autorizzo a cancellare il pezzo.
un saluto.
m.

[quote] Ovviamente non

[quote]
Ovviamente non intendevo
Inserito da Mario B. (non verificato) il 7 Giugno, 2013 - 21:33

Ovviamente non intendevo scherzare sulla morte di Carlo. Era un tentativo, magari malriuscito, di amara ironia. Tant'è che avevo pensato di intitolarlo "La nemesi". Se tu o chiunque altro lo ritenete offensivo vi autorizzo a cancellare il pezzo.
un saluto.
m. [/quote]

no figurati, non ho nessun "potere" nel merito e comunque non lo cancellerei
Mi è venuta spontanea la "critica" anche perchè (essendo pure di Genova) quei giorni li ho vissuti tutti e fino in fondo.
Nessuna polemica, sta tranquillo :)

e mi scuso con tutti per aver in qualche modo spammato

#Tifiamo asteroide

Ho scritto questo, è ingenuo, ma pieno di entusiasmo.

Il presidente del consiglio sudava. L’aria era perfettamente climatizzata e alle riunioni del governo si era ormai abituato. No, il disagio derivava sicuramente dalla riunione segreta. Quella con gli oscuri signori. Li conosceva solo da poco e i loro nomi non significavano molto, ma a loro doveva tutto. Non sapeva neanche se erano veramente loro quelli che comandavano tutto o se c’era qualcun altro più in alto ancora. Dunque il banchiere, il monsignore, il giornalista, il professore con quella loro maledetta supponenza. Gli occhiali si erano appannati, se li tolse un attimo fermandosi, giusto il tempo di dare un’occhiata al culo della hostess fascinosa che lo precedeva. Niente male, forse poteva smetterla di fare il bravo ragazzo. Era il presidente ora.

Il compagno Igor sudava. Faceva un caldo maledetto, il clima era cambiato, quella povera terra aveva visto tutto, le inondazioni e il terremoto e la maledetta siccità e l’inquinamento e ormai faceva sempre quello stesso caldo appiccicoso. Le bandiere rosse erano mosce. Per fortuna c’erano i vecchi, i pochi partigiani e tutti i pensionati veterani delle feste popolari. Era la prima volta che toccava a lui l’organizzazione. Aveva avuto delle buone idee, lo stand vegano, lo stand bio, aveva invitato cinesi e indiani, o quelli che il mediatore culturale aveva convinto a partecipare. Speriamo che vengano i giovani, pensava. E sudava.

Il meteorite era diretto proprio sulla zona della festa.

Il presidente era contento. Il tramonto estivo vedeva una giornata ricca di successi. Salì sull'aereo, rotta segreta, insieme a tutto il governo per tornare a Roma.

Il compagno Igor era contento. Aveva visto i ragazzi del liceo mischiarsi alle ragazze cinesi. La festa era al culmine, la gente era venuta. E ora, mentre gli altoparlanti diffondevano le note dell’inno che tutti conoscevano, i ragazzi insegnavano le parole alle ragazzine cinesi e alle timide indiane, calcando su “bella”, sì bella ciao.

Il meteorite si avvicinava. Ma poiché in questo mondo ogni cosa tende al disordine, il caos decise diversamente. Una parte impercettibile del meteorite si staccò, la traiettoria cambiò, il meteorite travolse l’aereo del governo e precipitò nella pianura.
Il giorno dopo il compagno Igor raccontava: Dopo il boato assordante, con le orecchie che fischiavano, sentivamo ancora quella musica.
Dove fino a un istante prima si trovava Enrico Letta, capo del governo di larghe intese, si apriva una spaventosa voragine. Dall'enorme cratere si levavano nubi di fumo nero.

Anche gli hobbit tifano asteroide

[Anche io ho già inviato il racconto via e-mail, ma visto che la festa è qui ho deciso di accodarmi!]

1. Preambolo
Da qualche parte nella natura selvaggia del centro Sardegna

Il pranzo degli hobbit presenti alla cerimonia si dilungava ormai da diverse ore, il pasto tradizionale delle famiglie sarde aveva deliziato i palati delle decine di comunità accorse da tutte le parti d'Italia, così che con l'aiuto del buon vino e di qualche bicchierino di mirto, la giornata era trascorsa tra chiacchiere, risate e canzoni. Finché a fine pasto Bonario dei Fortevento, salito sul basso sgabello, non alzò la voce e si guadagnò l'attenzione dei presenti
-Signori! Mi duole porre fine a questi momenti di festa e giubilo, ma è importante ricordare che non vi ho convocati qui per festeggiare la bontà dei frutti di questa terra, quanto piuttosto per analizzare la disastrosa situazione politica degli uomini!-
Un mormorio concitato si diffuse lungo tutta la mensa, confusa in quel fitto sottobosco animato dal canto degli uccelli.
-Il mondo che conosciamo, assediato dalla scelleratezza dell'essere umano fin dall'alba dei tempi, si appresta ad affrontare il momento decisivo per la sua sopravvivenza, in ballo c'è la vita del nostro territorio, del nostro paesaggio, della nostra stessa esistenza!-
-I fratelli hobbit sono in fermento, le loro azioni hanno portato grandi mobilitazioni in tutto il resto del mondo, è arrivato anche per noi il momento di agire, di rivelarci-
Le dichiarazioni produssero un caos tale da non poter distinguere se i commensali fossero d'accordo o meno con la decisione di Bonario, Michele dei Fuoco d'Etna invitava a gran voce alla calma, occorreva attendere il momento più propizio, Gabriele dei Guardiani della Susa lanciavo urla di giubilo, felice che i suoi pari avessero deciso di mobilitarsi dopo tante sue pressioni, Giuliano dei Colle Capitolino richiedeva a gran voce la pasta alla carbonara, mangiare avrebbe aiutato la riflessione, mentre Sasà dei Porto Tirreno giudicava più opportuno gustarsi un babbà dopo il caffè.
-Silenzio!-
Soltanto Rolando delle Torri riuscì a porre fine a quella cagnara, hobbit carismatico lui, portava una lunga barba castana che lo distingueva dai suoi simili, forse per questo oltre che per la sua veneranda età, riscuoteva un umile rispetto
-Il nostro amico Bonario ha parlato bene e saggiamente, è arrivata l'ora per noi di entrare in azione- questa volta non ci furono interruzioni ma tutti seguivano il discorso -Ormai sono diversi anni che il mondo degli umani è entrato in collisione con il nostro, le note di quella musica infernale hanno sbloccato i confini che dividevano i due mondi, i nostri destini sono legati-
-Quale canzone babbo?-
-Beh figliolo, “Meno male che S..”-
-Taci stolto!- si infuriò Rolando -sai perfettamente che il solo nominarla potrebbe rievocarla! Dobbiamo eliminare il problema alla radice-
-Si, ma come grande maestro?-
-Togliendo la sedia da sotto i piedi dell'impiccato! Abbassando la leva della ghigliottina! Detronizzandolo! Scrivendo la parola fine! Farlo fuori dai vertici del mondo politico, evocando la caduta dell'asteroide!-
-Ma ora la razza umana italiana è guidata da Letta!-
-...-

2. Lettera al nipote
Mio caro nipote, sono ormai un vecchio rimbecillito e a stento riesco ancora a reggermi in piedi, ma la mia memoria è ancora sana e indelebili sono le vicende che segnarono per sempre la mia vita in quei caldi giorni d'estate del 2013. Al tempo ero un giovane e nuovo parlamentare esaltato e inorgoglito del ruolo civile raggiunto, fiero dei miei ideali, pronto a combattere per le mie idee. Tuttavia non ero pronto ai giochi di palazzo, la porta che ricevetti sbattuta in faccia fu un duro colpo per la mia autostima. Erano le giornate del governo Letta, l'inciucio delle grande intese, dove una falsa sinistra sorda alle richieste del proprio popolo abbassava la testa di fronte alle richieste del Cavaliere. Mi ero ormai rassegnato al tran tran parlamentare in una finta e passiva opposizione al governo quando, proprio quella sera, mi accadde un qualcosa che ancora stento a credere reale.
Mi trovavo nella mia camera d'albergo, seduto sul letto, scanzonato in maniche di camicia e con la cravatta allentata. Vivacchiavo guardando gli affari degli altri alla tv, la gente apriva pacchi e vinceva strani gettoni d'oro, mi piaceva. Quand'ecco squillare il cellulare, risposi senza pensare
-C'è un grande sogno.. che vive in noi.. siamo la gente.. della libertà..-
Una strana canzoncina d'intrattenimento mi colse impreparato, ma che cazzo di pubblicità maledetta, mi dissi e già ero pronto a riattaccare, ma non so come né perché riuscì a sentire altro
-Aiutaci.. solo tu puoi-
Una voce flebile ma disperata si nascondeva fra le note e le parole di quella canzoncina gioiosa. Mi spaventai, sobbalzai e mi misi seduto nel letto.
-Chi parla?-
Risposi con tono alterato, e ancora cercai di captare qualcosa
-Presidente siamo con te.. Sta distruggendo anche noi non solo voi, spegni la tv e fatti un panino.. Siamo la gente che ama e che crede.. Subito!..che vuol trasformare..-
La telefonata si interruppe così. Buttai il telefono a terra, corsi in bagno e mi lavai la faccia. Ero convinto di essermi definitivamente rincoglionito. Il risultato fu che spensi sul serio la tv e mi preparai un panino, d'altro canto dovevo ancora cenare. Non feci in tempo ad addentare il primo boccone che la mia vita cambiò.

Caro nipote, fai un bel respiro perché quanto ti sto per dire è la pura realtà, tutto accadde veramente per quanto assurdo ti possa sembrare. Le mie papille gustative avevano appena iniziato a fare le capriole di felicità sentendo il fine sapore del salame, quando davanti a me apparve un piccolo uomo paffuto e scalzo. Mi presi uno spavento tale che sbattei la testa al muro e persi conoscenza per qualche istante. Quando riaprì gli occhi quel coso era ancora davanti a me, si stava mangiando il mio panino.
-Grazie per avermi ascoltato- disse senza preoccuparsi di celare il pane e il salame che triturava tra i denti -solo in questo modo possiamo trovare pace. Non che mi dispiaccia, mangiare mi piace, ma la vita è davvero diventata impossibile-
-Io non capisco..- dissi massaggiandomi la nuca, avevo proprio dato una bella botta -tu chi.. cosa sei?-
-Andiamo onorevole Palmas, non mi riconosci? Non hai letto Tolkien?-
-Che? Tolkien? Cosa?-
-Avanti guarda questi piedi!-
Devo ammettere che nel momento in cui ondeggiò quelle appendici pelose, con le unghie ingiallite e l'odore nauseabondo, a pochi centimetri dal mio viso, fui sul punto di svenire una seconda volta
-hobbit..-
-Sia lodato il cielo si! Sono un hobbit, voi ci avete chiamato e voi ci volete distruggere, con tutto quello che ne deriva-
-Questo non ha nessun senso- dissi più a me stesso che a quella strana creatura, ma mi rispose
-No non ha proprio senso, non ha senso che voi qui in Italia ancora non vi siete svegliati! Guardatevi! Guardati! Sei qui rinchiuso tra quattro mura, non fai altro che guardare uno scatolone parlante e intanto fuori il mondo muore. Non solo buttate cemento in ogni spazio verde baciato dal sole, non solo bucate monti e pianure alla ricerca di treni e gas tossici, non contenti di dannarvi la vita condannandovi a respirare benzina e catrame, demolite anche le testimonianze della vostra storia, della vostra identità, non sapete più chi siete. Ma davanti a uno scatolone parlante tutto si dimentica. Eh si, mio caro onorevole Palmas, voi uomini siete un caso perso-
Lo seguivo a stento, ero più catturato a osservare i suoi capelli arruffati pieni di foglie verdi, gialle e marroni, le sue vesti verdi e così.. medievali, per non parlare di quei piedi.. notai anche che mangiava in modo molto lento.
-Smettila di guardarmi in quel modo onorevole, leggendo questa ti sarà tutto più chiaro-
Si infilò una mano sotto la maglietta, rovistò per un poco finché la sua bocca dai denti storti e ingialliti non si aprì in un sorriso -Eccolo!-
Tirò fuori un pezzo di carta ingiallito, fittamente scritto, e me lo porse. Io, rimbecillito com'ero in quei momenti, non mi mossi. Al ché me lo lanciò sopra senza troppa grazia.
-Per oggi hai avuto abbastanza informazioni, so per certo che sarai dei nostri. Ti saluto caro il mio onorevole, ci rivedremo presto ricordati di me, ricordati di Bonario dei Fortevento.-
Così come era venuto, il piccolo hobbit sparì di colpo. Mi ci volle del tempo per riprendermi, di colpo mi parve come essere invecchiato di quarant'anni. Poi trovai il coraggio di prendere in mano quel foglio di carta, per quanto rovinato potesse sembrare la scrittura era chiara e limpida, era scritto in un italiano molto colorito ma il testo era comprensibile. Tutt'oggi non saprei dire se quel giorno fui più sconvolto dallo strano incontro o dal contenuto della lettera.

Per farla breve, caro nipote, in quelle righe firmate dal popolo degli hobbit, mi veniva spiegata in modo sintetico la storia di quegli strani esseri, di come in realtà loro fossero un'antica specie aliena dotata di un'immensa conoscenza, giunta sulla terra per salvare il genere umano, richiamata dalla penna di un grande stregone, J.R.R. Tolkien per l'appunto. Certo non riscossero immediato successo ma si erano resi necessari anni di preparazione, dovevano salvare il genere umano e l'intero pianeta, messo a dura prova dalla scelleratezza delle menti umane. Il loro compito principale era quello di agire nell'ombra, risvegliare i sentimenti più puri nelle coscienze degli uomini, il lavoro si era rivelato molto difficile ma iniziava a dare i suoi primi risultati nelle virtù di uomini considerati illustri, ancora troppo pochi. Ma un giorno il lavoro dei piccoli hobbit venne messo a repentaglio, vennero composte le note di una canzone, che loro chiamano “L'Innominata”, che scardinò con le sue inaspettate frequenze i codici magnetici che tenevano i due mondi, umano e hobbit, ben separati. Essi furono assediati da quella canzone, continuava a suonare nelle loro menti, magicamente cessava solo quando erano intenti a mangiare. Tuttavia la condanna era tale da pregiudicare tutti i loro sforzi, intanto il mondo umano intorno a loro continuava a cadere a pezzi.
Caro nipote, a te sembrerà strano ma riponevano grande fiducia nella politica italiana, un Paese cardine per le sorti mondiali, dove pareva che il vento stesse cambiando. Invece il famoso governo delle grandi intese fu la goccia che fece traboccare il vaso.
Le ultime righe della lettera svelavano il piano degli hobbit, definirlo diabolico è un eufemismo. Nonostante l'impressione di arretratezza medievale che mi aveva trasmesso Bonario di Fortevento, gli hobbit dicevano di essere in possesso di tecnologie così avanzate da riuscire a far cadere una stella dal cielo e farla fermare a pochi metri dall'impatto con il suolo terrestre. L'obbiettivo era quello di non frenarla e lasciarla cadere senza troppa pietà sulla testa del capo del governo Enrico Letta, e lasciare così che le carte si rimescolassero da sé.

-Ma questo è omicidio!- Mi ritrovai a gridare, totalmente impazzito. Ero a letto, completamente zuppo di sudore. Accesi l'abat-jour e dopo pochi secondi scoppiai in una lunga risata, tra i colpi e le proteste dei vicini di stanza -era solo un sogno-
Ma il mio entusiasmo fu frenato dalla lettera ingiallita, che ancora giaceva lì sul comodino. Ero sul punto di una crisi di nervi quando il cellulare squillò ancora, con difficoltà lo trovai per terra e risposi -Chi parla?-
-Sasà passami quel babbà- questa volta la voce era chiara e nitida -ah pronto? Onorevole Palmas che piacere. Mi chiamo Rolando delle Torri, so che hai parlato con Bonario, comunque no, non si tratta di omicidio-
-Cosa? Ma che fate mi spiate? Chi siete?- urlavo, mi vennero persino a bussare alla porta, non avrebbero tardato a chiamare anche i carabinieri
-Stai tranquillo, tu fai il nostro gioco e sarai l'eroe del mondo che verrà, un mondo migliore, te lo posso assicurare. Per quanto riguarda Letta, non verrà ucciso, il buco spazio temporale che si creerà lo trasporterà nella dimensione K12, credimi pure, vivrà più felice anche lui-
-Cappache? Hobbit.. dimensioni.. ahaha, mi serve uno psicologo-
-Ascoltami, quando è il momento, premi il pulsante rosso. Devi farlo, solo così quello che voi chiamate il Cavaliere uscirà finalmente dalla vita politica italiana, allora noi potremo riprendere a lavorare per il bene del nostro, vostro, mondo-
La comunicazione si interruppe. Cercavo di mettere assieme tutte le informazioni che gli hobbit mi avevano passato, gli hobbit.. sarebbero dovuti esistere solo nei libri, ero sempre più confuso. Mi caddero le braccia e il mio sguardo, sconfortato, si posò sul telecomando della televisione. Su un tasto in particolare: quello rosso, con su scritto “OFF”.

3. La resa dei conti
Nipote caro, questa è una pagina della storia d'Italia che non troverai nei manuali, seppellita come tante altre dalla controinformazione che fa vivere felice e illusa la popolazione tutta. Tornando al nostro discorso, passarono tanti giorni dopo quell'incredibile sera, settimane forse, tanto che se non ci fosse stata quella lettera ingiallita sul comodino della mia stanza avrei davvero potuto convincermi che si fosse trattato di un viaggio mentale, il frutto della mia immaginazione, della mia testa stanca e sovraffollata. Ma era tutto reale, vero tanto quanta la sofferenza che scorreva nel mondo come il sangue nelle vene, il Paese era sempre più povero mentre le morti aumentavano: morti ammazzati, morti suicidi, morti sul lavoro, morti negli scontri in piazza. Il governo intanto che faceva? Nominava saggi, prometteva, dava l'illusione di tenere tutto sotto controllo mentre invece tutto cadeva e si frantumava in mille pezzi. Come politico, come membro del parlamento, pur nelle mie lotte singole o di pochi, mi sentivo terribilmente in colpa. Ancora non mi rendevo conto che davvero, a breve, mi sarei trasformato in un eroe, certo un campione destinato a restare nell'anonimato, ma pur sempre un paladino della giustizia.

Fu un caso oppure opera di quegli strani hobbit? Fatto sta che quell'afosa mattina d'estate, uscendo dal mio appartamento, al posto di infilarmi in tasca il cellulare, presi il telecomando, non me ne accorsi. Era una giornata importante quella, il giorno precedente si erano succeduti terribili scontri, le forze dell'ordine erano arrivate a reprimere con la forza manifestazioni di protesta scoppiate lungo tutto lo stivale, risultato finale una decina di morti, centinaia di feriti e un Paese pronto a scoppiare come una bomba. Per l'occasione il capo del governo aveva deciso di parlare alla nazione a reti unificate, il discorso avrebbe preceduto la votazione sulle norme di emergenza, non c'era nulla di buono nell'aria, il vento della repressione soffiava forte. L'aula della Camera era sovraffollata, io ero comodamente seduto sul mio seggio, ma attorno a me potevo vedere non solo colleghi, ma giornalisti e cameraman provenienti da ogni parte del mondo, a tutto facevano da contorno le persone scese in piazza a manifestare, il tempo pareva essersi fermato.

Tra il brusio generale tutti i ministri del governo fecero ingresso nell'aula, tutti fummo richiamati al silenzio e il premier Letta poté così iniziare il suo discorso. Personalmente, avevo i nervi tesi all'inverosimile, poca voglia di ascoltare parole sentite e risentite, le giudicavo a priori vuote e celanti un significato terribile -Voi non valete niente, protestate pure, tanto facciamo quel che vogliamo, Noi!-. Così portai distrattamente la mano alla tasca, volevo prendere il cellulare per far passare il tempo. Allora mi accorsi di aver preso il telecomando della tv. Lo guardai tra le mani un poco stranito, alzai lo sguardo e mi accorsi che i miei colleghi mi fissavano. Ma le loro facce erano strane, erano cambiate. Alla mia destra l'onorevole Buonarotti si era trasformato in Bonario di Fortevento, alla mia sinistra l'onorevole Moriero in Rolando delle Torri, ma non solo loro.. tutti, vedevo hobbit dappertutto, tutti con i loro buffi vestiti dei colori della natura, verde, bruno, giallo, rosso -Ma quello è Brunetta?-
-Premi il bottone onorevole!- Erano Ruggero e Bonario, mi spronavano mentre mi abbracciavano. Quella canzone maledetta.. adesso la potevo sentire anche io, gli hobbit mi avevano fatto entrare nella loro dimensione, nel loro mondo. Quelle note altalenanti rodevano il cervello, per non parlare delle parole, più fastidiose di mille spilli nello stomaco -Siamo la gente, che mai non si arrende- era davvero arrivato il momento di porre la parola fine a questo incubo -Presidente siamo con te! Meno male che S... Adesso basta!- in preda a una trance mistica alzai il telecomando e premetti il bottone, quello rosso, quello con la scritta OFF. Con precisione chirurgica invidiabile, un piccolo ma violentissimo meteorite cadde inesorabile sulla testa del presidente del governo, ponendo fine alle chiacchiere, lasciando con il fiato sospeso l'Italia e il mondo intero.
Ma doveva mai finire il nostro incubo? Saremo mai riusciti a salvare il mondo dalle mani dell'uomo e le nostre orecchie da quella diabolica composizione? Io l'onorevole Palmas, Bernando e Rolando, tutti tremavamo come foglie.
Dopo il boato assordante, con le orecchie che fischiavano, sentivamo ancora quella musica.
Dove fino a un istante prima si trovava Enrico Letta, capo del governo di larghe intese, si apriva una spaventosa voragine. Dall'enorme cratere si levavano nubi di fumo nero.

Sputnik 5.1

Sputnik 5.1

Alla fine ce l’aveva fatta.
Aveva faticato una vita, buttato via i suoi anni migliori, ma adesso la visione di cui stava godendo lo ripagava di tutti i sacrifici.
Si chiamava Strelko Tannini e in quel preciso giorno della sua vita compiva cinquantadue anni. Strelko, esatto. Non è un errore di battitura. Era stata una scelta dei suoi genitori. Suo padre Gino, metalmeccanico da tre generazioni, comunista convinto. Sua madre Aurora, casalinga e sognatrice con il pallino della cosmonautica. Quando avevano saputo del concepimento del loro primogenito (sarebbero seguiti altri quattro figli, sui cui nomi è meglio soprassedere) le loro due anime, quella comunista e quella cosmonautica, si erano come fuse partorendo quella brillante idea. Giusto pochi giorni prima, il 19 agosto 1960, lo Sputnik 5 compiva un volo orbitale carico di due cani, un coniglio grigio, quarantadue topi, due ratti, mosche e una varia quantità di piante e funghi. Ecco, i due cani si chiamavano Belka e Strelka. Saggiamente, Gino e Aurora scartarono il primo, che al maschile avrebbe fatto Belko, suggerendo ai futuri compagni di scuola del loro pargolo di attaccarci uno “glione” che sarebbe stato davvero di pessimo gusto. Così, optarono per il secondo.
E Strelko fu.
Strelko non ebbe una vita facile, come capita a tutti i comunisti di questo paese. A quelli veri, almeno. Suo padre lo voleva metalmeccanico, sua madre astronauta. A quattordici anni lui, per un mero problema economico (sette bocche da sfamare sono un po’ troppe per un solo stipendio da operaio) seguì il padre in fabbrica. Ci mise pochi giorni a capire che, forse, avrebbe fatto meglio a rincorrere il sogno che gli indicava sua madre.
Mollò allora la tuta blu e si mise a studiare come un pazzo, con la speranza di venire ammesso all’Accademia Internazionale di Aeronautica. Si allenò come un decatleta, studiò con la cura e la dedizione di un ricercatore, ma quando arrivò il giorno fatidico degli esami si rese conto che forse aveva fatto tutto quello sforzo per niente. Guardandosi intorno, vide che tutti i candidati erano vestiti in maniera elegante, ed ognuno era accompagnato da un lacché che portava a tracolla un lungo rotolo fitto di raccomandazioni. Strelko capì subito che non sarebbe stato facile. Nonostante questo ce la mise tutta, impegnandosi al massimo per dare il meglio di sé. E arrivò primo fra tutti i candidati. Il giorno seguente, purtroppo, con un decreto legge si stabilì la riammissione di tutti gli esclusi, con in più una clausola che prevedeva, per l’ingresso in Accademia, la partecipazione a un master formativo presso l’Istituto Aerospaziale Mediastarset. Naturalmente, il master era tutt’altro che gratuito e Strelko non se lo sarebbe potuto permettere nemmeno lavorando una vita. Così, da primo che era, si trovò drammaticamente ad essere l’unico escluso.
Tornò dunque in fabbrica, a sudare sulle stesse macchine su cui suo padre, suo nonno e suo bisnonno avevano perso la salute.
Il sogno di fare l’astronauta, però, non lo abbandonò mai. Le sue due anime, quella comunista e quella cosmonautica, lo tennero vivo durante i massacranti turni al tornio e alla fresa. I consigli di suo padre e la dolcezza di sua madre lo tennero fuori dagli estremismi di quegli anni, ma lui, in cuor suo, si sentiva più rivoluzionario di tutti quei sedicenti messia con la pistola, di tutti quei predicatori con la dinamite. Lui sognava di portare il comunismo nello spazio e un giorno o l’altro ci sarebbe riuscito. Ne era convinto.
L’idea gli venne il 16 marzo del 1978, proprio nel giorno in cui le edizioni straordinarie informavano la nazione costernata del rapimento di Aldo Moro. La strategia di Berlinguer del “Compromesso storico” agonizzava e sarebbe morta di lì a poco, seguendo le stesse sorti del povero leader democristiano. A Strelko, in verità, quella tattica non era mai piaciuta. Lui era un purista, voleva che il comunismo trionfasse senza sotterfugi, ma gli piaceva ancor meno la violenza con cui qualcuno stava cercando – riuscendoci peraltro – di boicottarla.
E allora Strelko tirò fuori la sua brillante idea.
La sua personalissima via al comunismo.
Alla fine, gli ci vollero trentacinque anni per realizzarla. La migliore stagione della sua vita. Pezzo su pezzo. Giorno dopo giorno. Con la pazienza certosina di un monaco di altri tempi. Con la costanza di un sognatore, la perseveranza di un vero idealista.
Ed eccolo lì, finalmente, con la sua tuta da astronauta e le cinture allacciate strette, nell’abitacolo della sua navicella fatta in casa che, con un pizzico di autoironica scaramanzia, aveva battezzato Sputnik 5.1.
L’aveva costruita in un boschetto di castagni che aveva acquistato chiedendo un anticipo sul trattamento di fine rapporto. Al riparo da occhi indiscreti aveva tirato su quel gioiello di tecnologia, acquistando i pezzi un po’ ovunque, ma soprattutto attraverso loschi interlocutori nei paesi dell’ex area di influenza sovietica. Se lo avesse detto a qualcuno, gli avrebbero come minimo dato del pazzo, ma lui aveva tenuto il suo segreto per sé e, per quanto si trattasse di un progetto molto artigianale, nel suo cuore era certo che avrebbe funzionato.
Decise di partire il 28 aprile 2013, giorno in cui sarebbe dovuto avvenire il giuramento del governo Letta. La situazione in Italia era critica come forse non era mai stata prima e le ultime notizie erano tutt’altro che positive. Sembrava che il più grave male di tutti i mali, il più grande peccato di tutti i peccati dovesse potersi realizzare. Un governo a guida Pd sostenuto dal Pdl. Strelko negli ultimi trentacinque anni aveva accettato di tutto. Aveva accettato di veder scomparire la falce e il martello. Aveva accettato di non sentirsi più chiamare compagno. Aveva accettato di non vedere più sventolare bandiere rosse. Ma questo no. Questo non lo poteva proprio accettare.
E non lo avrebbe accettato.
Dallo spazio profondo vedeva la terra. Aveva faticato una vita, ma adesso quella visione lo ripagava di tutti gli sforzi. Il viaggio era andato alla perfezione. Era arrivato in prossimità del satellite che trasmette il segnale televisivo internazionale e si era preparato alla sua passeggiata lunare. Effettuato il collegamento, si apprestava a diffondere il suo messaggio alla nazione. Attese giusto un istante per celebrare l’attimo.
Finalmente ci era riuscito.
Aveva portato il comunismo nello spazio.
E con le sue parole, con la purezza del suo entusiasmo avrebbe risvegliato le sopite coscienze di chi un tempo si diceva comunista come lui, mentre oggi accettava di scendere a patti con il maligno.
Quando però Strelko aveva provato a testare il collegamento, il sangue gli si era gelato nelle vene. Improvvisamente, lo spazio intorno gli era sembrato ancor più senza fine. E la sua terra così piccola e lontana.
Lo avevano fregato.
Avevano già giurato.
Lo aveva sentito attraverso i canali internazionali del satellite: il governo si farà. Strelko era arrivato in ritardo. La più grossa porcata di questa povera Repubblica sarebbe andata in porto.
O forse no.
Strelko poteva ancora fermare tutto. Aveva portato il comunismo nello spazio, che diamine, figuriamoci se non sarebbe stato in grado di riportarlo sulla terra. Aveva armeggiato per qualche minuto intorno al satellite e dopo poco, da tutti i televisori e le radio italiani, era esploso potente il suono glorioso dell’Internazionale.
Poi Strelko era tornato sulla navicella e aveva puntato dritto sulla terra. Aveva inserito le coordinate del Quirinale ed era rimasto in attesa, godendosi la dolce musica del suo inno e lo spazio intorno che sembrava immobile. Meno di un’ora dopo aveva visto Roma allargarsi sotto di sé e aveva chiuso gli occhi.
Anche Strelka, la cagnolina dello Sputnik 5, dopo quel primo volo non tornò più nello spazio. Fece sei cuccioli con un cane di nome Pushok, uno dei quali fu regalato da Krusciov a Kennedy.
Strelko non aveva alcun cucciolo da lasciare, ma era contento così. L’Internazionale Comunista stava per abbattersi sulla porcata del secolo. La rivoluzione stava arrivando dal cielo come un castigo divino.
E la rivoluzione era arrivata.
E aveva fatto centro.
Dopo il boato assordante, con le orecchie che fischiavano, sentivamo ancora quella musica.
Dove fino a un istante prima si trovava Enrico Letta, capo del governo di larghe intese, si apriva una spaventosa voragine. Dall’enorme cratere si levavano nubi di fumo nero.

TOPI NEL VISCHIO

***TOPI NEL VISCHIO***

Finalmente!

...

Il sapore acre della sigaretta mi riempiva la bocca, volute di fumo grigiastro mi circondavano e saturavano la stanza. In seguito si sarebbero posate e rapprese in uno schifoso velo marrognolo e appiccicoso sulla lacca bianca dei mobili e sulle puzzolentissime tende.
Che si fottessero pure quelle; sa dio se ci avevo provato a smettere, e pure ad usare quella merda di sigaretta elettronica, ma non c'era stato verso. Anche perchè, pensandoci, avevo infine colto l'essenza della cosa ed ero giunto all'unica conclusione possibile: il fumo elettronico non serviva a tirare fuori dal vizio i fumatori, ma a far finire abbracciati al tabacco i non fumatori; lentamente, in modo innocente, senza che se ne accorgessero. Quell'affare sostituiva le immagini dei divi sfumazzanti in bianco e nero sullo schermo dei cinema. Era solo l'ennesima illusione, l'ennesima moda passeggera...gli unici che alla fine ne avrebbero capito le potenzialità erano i rasta, è un'evaporatore dopotutto.

"...oh, ma la smetti di startene a rimbecillire davanti a quell'affare o no?"

Una frase attesa. Era quasi l'una e mezza del mattino ed ero connesso da...da ore. Tante. Nonostante il casino dell'aperitivo diventato pizza, diventata Jack, diventato grappa, diventato birra al cambio di data...in taluni momenti il vociare mi aveva pure rotto il cazzo; ma si sa, quando la gente si avvelena a parlare di politica, può accadere, specie in questi tempi di fascismo manifesto. Che si capisce che finirà male.

"Ora stacco...non avete idea di cosa ho scoperto...sono due ore che 'sti tizi ne parlano su twitter...sembra una cosa certa...è incredibile..."

"Ma di che parli?"

"Sapete chi abita a un km da qui?In via Ganimede 2? Letta. Proprio lui...il Nipote infame."

Hai presente quando dici qualcosa e non riesci a capire se il silenzio e le facce perplesse della gente significano stupore per una scoperta nemmeno immaginata, apatia bovina al massimo grado...o anche quella strana espressione che fanno le persone, quando gli dai un'informazione che li mette in grado di fare qualcosa, ma non sanno cosa...e alla fine non hanno proprio voglia, anche si sentono in colpa perchè dovrebbero avercela, la voglia? E' la versione moderna del silenzio imbarazzato, credo. E' "Il silenzio colpevole 2013". Magari posso brevettarla questa. E farci i soldi.

Quello che sia, l'unica cosa da fare in tutti questi casi, è tirare dritto per la propria strada come se nulla fosse, senza darvi troppo peso. Continuare a parlare come se già tutti avessero capito, lasciandogli ancora un pò di tempo per metabolizzare la faccenda. Anche se c'è da dire che per molti, il rischio, quando ragionano a mezza testa mentre ti ascoltano, è di buttarsi poi a capofitto in un calco dell'idea del primo che riuscirà ad aprire bocca...e se accade poi sono cazzi ad avviare i cervelli.

"Insomma, 'sti tizi (e più d'uno devono essere tipo...astronomi, visto come parlano della faccenda...forse uno è del CNR, gli altri potrebbero essere amatori...presente quella gente col telescopio sul balcone? E loro chiusi in una stanza davanti ad uno schermo tutta la notte?) Bhe, questa gente dice che alle 2 e zerozero di questa mattina, con lo scarto di 5 secondi un asteroide grosso come una lattina di birra colpirà la casa di Letta! Dicono che farà un boato pazzesco e lascerà un cratere profondo 10 metri! Ne parlano in gran segreto, a mezze frasi ed allusioni, ma io li sto seguendo dall'inizio ed ho capito benissimo! Alcuni sono già usciti di casa e stanno correndo come pazzi nei pressi per godersi lo spettacolo...cazzo facciamo, è qui dietro...andiamo anche noi?"

Il silenzio che si era via,via creato mentre parlavo perdura ancora per qualche attimo...gente che pensa, che soppesa i rischi, che cerca di credere a quanto ha sentito. Gente che guarda l'orologio...finchè qualcuno prende l'iniziativa: "manca pochissimo!O corriamo o ce lo perdiamo!". Dopodichè è tutto un caotico acchiappare roba. Telefoni, accendini, sigarette, borse "no, quella lasciala,torniamo dopo a prenderla", una sedia sbilanciata dalla roba appesa finisce a terra di schienale. E lì resta. Ci ritroviamo in strada...ho lasciato le luci accese e la finestra aperta, speriamo che non piova.

Ore 1 e cinquantottoequalcosa, via Ganimede 147...perchè col cazzo che ci fidiamo ad andare più vicino. Non siamo nemmeno soli, altri gruppetti attendono qua e là guardando l'ora "siete qui per l'asteroide?" "...non saremo troppo vicini?" "ma è sicuro che cade?" "non sapevo che Letta abitasse qui..." "noi veniamo da più di 30km, appena abbiamo saputo...". Io non riesco a staccare gli occhi dal punto dove, secondo me, dovrebbe cadere, dalla porzione di cielo appena sovrastante. Ma non ho modo di capire esattamente da dove verrà, ne quale sarà il punto esatto dell'impatto, non conosco bene la via e non LI stacco gli occhi per controllare Maps. Però, che cavolo, quelli laggiù mi sa che rischiano troppo, un cratere di 10 metri...è pericoloso laggiù! Bisogna avvertirli subito, manca pochissimo...

No, un momento...non manca pochissimo...Sarebbe già dovuto cadere da 1 minuto. Quasi due.

Tolleranza di 5 secondi 'sta minkia.

"Aspettate qui ragazzi, mi arrischio ad avvicinarmi un pò per dare un'occhiata. E intanto avverto quelli là di tirarsi indietro, anche se mi sa che ormai non succede più niente, vedrai che di sicuro si erano sbagliati..."

Via Ganimede, 2. Una piccola folla guarda perplessa un'enorme striscione, sopra c'è scritto: "Letta non abita qui. E l'asteroide siete voi."

Notti insonni

Nuvole rosse sull’orizzonte. Il fumo levava denso dal palazzo accanto. Nell’aria cupa il puzzo dell’odio, genuino, autentico, acre. Avvertì un fiato, si voltò: un Golum! Corse come mai aveva fatto prima, sentiva i polmoni esplodergli nel petto. Eppure lo sentiva sempre più vicino, poteva distinguere l’avvicinarsi dei suoi passi un decibel dopo l’altro. Si gettò nell’ombra, era inutile resistere, provava a nascondersi. La morsa si strinse sul braccio, uno strattone terribile...AAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAH!

Enrico era seduto sul letto, ansimante, con il cuore in gola. L’urlo gli si era strozzato in gola o presto avrebbe visto spuntare l’infermiera dalla porta? Le linee verdi anni ’80 dell’orologio sul comodino segnavano le 3:32. Era stato un altro incubo. L’ennesimo. Era ormai quasi un anno che le sue notti venivano interrotte con regolarità. Sistemò il lenzuolo bianco e si distese. Il chiarore della Luna piena penetrava dalla finestra, diffondendo un’ombreggiatura azzurrognola in tutta la camera. Immerso in quel mare notturno i pensieri fluivano liberi, senza il filtro del giorno. Sapeva bene che in quelle condizioni sarebbe stato molto difficile riaddormentarsi, ma le notti in bianco lo stavano distruggendo, valeva la pena provarci. Si rigirò sul fianco sinistro. Non era di certo quello che preferiva, fin da bambino aveva sempre atteso Morfeo sul fianco destro. Ma quella era diventata l’unica posizione possibile da quel giorno. Ancora adesso avvertiva indolenzimenti e scricchiolii ossei. Aveva imparato a distinguerli bene da quelli muscolari, erano più profondi, meno acuti ma prolungati, costanti, erodevano la capacità di resistenza. Poteva affermare di essere diventato un esperto. Aveva ricevuto lesioni praticamente dappertutto: la mascella fratturata, gli occhi gonfi, un’emorragia interna alla vescica, due vertebre rotte. Ma era stato fortunato, aveva ricevuto le giuste cure, lui. Era l’unico superstite. Ogni volta che ci pensava non sapeva se ringraziare il Cielo per il miracolo, o maledire la condanna a cui era sottoposto. Era vivo, certo, ma quelle immagini lo avrebbero inseguito per tutta la vita: il boato, la luce accecante, i lampi di dolore, l’odore di bruciato. Il viso esanime di Angelino che spuntava dalle macerie accanto a lui; i rantoli di Pierluigi che durarono per pochi, interminabili secondi; la camicia bianca di Ignazio sporca dello stesso sangue che versava dalle orecchie. Ebbe un sussulto. Dello zio non aveva mai avuto notizie. Ufficialmente era ancora disperso, ma ovviamente non nutriva nessuna speranza. Era troppo vicino all’epicentro dell’impatto, probabilmente era stato letteralmente disintegrato. Cercò di consolarsi pensando che forse era meglio così. Zio Gianni non avrebbe sopportato tutto quello che c’era stato nei giorni successivi: il caos istituzionale, la speculazione a mordere le caviglie, le risate degli sciacalli pronti a spartirsi la tragedia, il golpe oligarchico dei 5S, la bancarotta e poi la Rivoluzione. La bandiera rossa sul Vittoriano, i saccheggi a palazzo Grazioli, tutti quei gay a mostrare il culo in piazza S. Pietro mentre il Papa fuggiva in elicottero. Pensò che la Storia era veramente strana. Studiosi di ogni risma a spulciare ogni accadimento per comprenderne le ragioni economiche, le spinte sociali, le conseguenze, concludendo sempre che date le condizioni quell’avvenimento era, in fondo, inevitabile. Meschini! Ignoravano che a volte quel meccanicismo mancava. A volte non c’era un motivo. A volte era il caso! Se l’Ottobre del 1941 non fosse stato così piovoso i tedeschi sarebbero arrivati a Mosca. E se la riunione plenaria del Parlamento non fosse stata anticipata di un giorno, a Roma non sarebbe successo nulla. “E se mio nonno avesse avuto tre palle, sarebbe stato un flipper”, pensò sghignazzando con pudore Enrico. Era bello pensare, nessun giornalista poteva farti le pulci sui pensieri. Assestò la testa sul cuscino. Tutto sommato la clinica svizzera in cui si era rifugiato non era così scomoda. Le palpebre gli si appesantirono. Si sarebbe riaddormentato! Ma per quanto tempo? Gli orrori sarebbero ritornati.
Come un mantra gli tornavano in mente le parole dell’inviato RAI che aveva ascoltato alla TV, appena arrivato in ospedale, e che gli avevano svelato che non era stato un attentato bensì un meteorite. Alcune cose ti rimangono dentro. E lui ne era convinto, quelle parole le avrebbe riascoltate ogni sera, prima di addormentarsi. Questa, sarebbe stata la sua ninna nanna per il resto della vita:
“Dopo il boato assordante, con le orecchie che fischiavano, sentivamo ancora quella musica.
Dove fino a un istante prima si trovava Enrico Letta, capo del governo di larghe intese, si apriva una spaventosa voragine. Dall’enorme cratere si levavano nubi di fumo nero”.

Ehm non so se sia previsto

Ehm non so se sia previsto il limite di un racconto ad autore. Ma visto che non c'è scritto ho pensato che non fosse un problema :)

“Cribbio, che mal di testa!”
Era ancora molto confuso ma stava lentamente cominciando a riprendersi. Non aveva mai usato droghe, al massimo qualche bicchiere di champagne in più, per cui quella sensazione per lui era nuova. Gli sembrava di avere in testa uno gnomo a martellargli le tempie.
L’ambiente in cui si trovava era piuttosto scuro, illuminato soltanto da una fiaccola che spargeva un rivolo di fumo nero. Doveva essere una grotta o qualcosa di simile. L’odore stantio della muffa era intenso, il freddo e l’umidità gli stuzzicavano la pelle. In quel momento realizzò di non avere più addosso il doppio petto. I bermuda e la t-shirt gli lasciavano scoperte le braccia e le gambe. Chiunque fosse stato, si era preso la briga di cambiargli i vestiti.
Un centinaio di metri più avanti scorse una lama di luce. Si incamminò verso quella che doveva essere l’uscita della grotta. Appena iniziò a muoversi avvertì una strana sensazione. Inizialmente non riuscì a comprendere, c’era qualcosa che non andava ma cosa poteva essere? Dopo qualche passo capì: erano spariti tutti dolori! Poteva piegare la gamba destra senza il dolore acuto della sciatica, le articolazioni erano più libere, poteva persino alzare le braccia.
Superò con attenzione uno sperone di roccia, il muschio viscido rendeva piuttosto scivoloso il suo cammino. Da lì poteva chiaramente vedere l’uscita e la raggiunse a passo svelto. Giunto sulla soglia della grotta un fiume di sole lo investì. Fu costretto a chiudere gli occhi, mentre un intenso tepore lo pervadeva. Gli sembrava di poter sentire l’umidità evaporargli dalle braccia. Riaprì cautamente gli occhi e iniziò a distinguere qualche sagoma sfuocata. Il panorama che gli si parò davanti era stupendo: il blu intenso del mare brillava sotto i colpi sferzanti del mezzogiorno tropicale, la spiaggia bianca sembrava quasi un tappeto interrotto qua e là da qualche conchiglia.
Avvertì delle risate. Di colpo si girò e a poca distanza, sotto le palme, vide un capannello di persone.
“Mi consenta, buon uomo” esclamò dirigendosi verso il gruppetto “Ho bisogno di aiuto”.
Un ragazzo di bell’aspetto si alzò da terra e gli andò incontro correndo. I capelloni riccioluti rimbalzavano ad ogni passo, la camicia bianca, aperta sul davanti, svolazzava come un mantello.
“Oh, ti sei svegliato finalmente”
L’accento era marcatamente straniero, probabilmente americano. Gli ricordava molto quello di mister Obama.
“Come ti senti? Se hai...oh how the fuck...head pain...”
“...mal di testa...”
“Oh yeah, right, mal di testa. Se hai mal di testa ci sono delle medicine”
“No grazie, mi sento già meglio. Ma lei è...”
“Piacere, sono James Douglas, ma chiamami Jim” disse il ragazzo porgendo la mano.
“Piacere, io sono Silvio”
Con stupore confermò i suoi sospetti: era proprio quello dei poster fricchettoni!
“Ma allora le storie che si raccontano su di te sono vere: tu sei vivo!”
“Ah ah ah, si penso tu sei molto confuso. Come here, ti spiego tutto”
Silvio seguì il ragazzo fino ad un tronco caduto ai margini della spiaggia. Sedendosi osservò un uccello tuffarsi nell’oceano, venendone fuori con un pesce in bocca. La brezza gli accarezzava la pelle.
“Vedi quella casa?”, chiese Jim indicando alle sue spalle
Silvio alzò lo sguardo fino alla collina. Un grande palazzo bianco si stagliava maestoso sulla cima. Da lontano poteva scorgere a malapena i ghirigori neoclassici intorno alle finestre e i capitelli ionici delle colonnine che reggevano una grande veranda. Il giardino antistante sembrava molto ampio e al suo centro una piccola fontana spruzzava pigra dei rivoli d’acqua. Giù dal pendio si snodava un sentiero puntellato di cespugli dai fiori lilla. Il lastricato bianco spiccava in mezzo al verde della lussureggiante vegetazione.
“Quella è la nostra casa. Su questa isola viviamo solo noi Chosen”
“Chosen?” chiese Silvio aggrottando l’ampia fronte.
“Si, Chosen, quelli che siamo stati scelti” rispose Jim quasi con ovvietà.
“ Scelti da chi? E perché?”
“Dalla Power Commission. Provo a spiegarti. Alla fine degli anni ’20 si scoprì che il Sole sarebbe esploso intorno al 2100. Da allora tutti i potentati economici della Terra si sono riuniti in questa Commission per decidere delle sorti della popolazione”
Silvio sbarrò gli occhi. Come poteva lui, il Presidente, non esserne a conoscenza?
Jim sembrò leggere il motivo del suo stupore: “Inizialmente i governi vennero coinvolti. Ma ognuno cercava di imporre la soluzione migliore per la propria nazione. Le tensioni salirono finché non scoppiò la II World War. Al termine della guerra si concluse che la Commission avrebbe deciso in completa autonomia, tenendo all’oscuro il resto del pianeta”
“E cos’hanno deciso?” chiese con un misto di curiosità e preoccupazione Silvio.
“E’ stato individuato un pianeta molto simile alla Terra in un altro sistema solare. Prima che il Sole esploda verranno selezionate casualmente 100 milioni di persone e saranno trasferite su questo nuovo pianeta per ripartire con una nuova colonia umana”
“E noi?” domandò Silvio sempre più curioso.
“Noi siamo i Chosen, coloro che saranno la nuova classe dirigente. Sono stati selezionati i migliori in ogni campo: arte, politica, scienza, economia. Grazie alle medicine d’elite non invecchiamo e non ci ammaliamo. In questo modo saremo pronti quando la grande Arca partirà. Noi guideremo la New Society”
“ Cribbio” esclamò Silvio “ma questo significa che io sarò il Presidente del mondo nuovo. Effettivamente come so convincere io la gente a seguirmi...”
“Ah ah ah, no non penso. Quella è stata la prima cosa a cui hanno pensato” rispose divertito Jim facendo un cenno con la testa.
Silvio si voltò. All’imbocco del vialetto che risaliva la collina era collocato un imponente cancello in ferro battuto. Un ometto era in piedi su una scala, con il pennello in una mano e un secchio di vernice nell’altra. Era piuttosto distante, ma i baffetti non lasciavano dubbi.
“Lui sarà il Presidente? Ma non è un po’...instabile?”
“Ma no! Tirato fuori dal suo contesto non è una cattiva persona. Quelli intorno a lui non hanno fatto altro che alimentare la sua pazzia. Qui, se non dimentica la sua dose di Aloperidolo, sta benissimo.”
Più vicino, sotto le palme, Silvio scorse l’inconfondibile barba lunga che aveva terrorizzato il mondo per un decennio.
“E lui? Non mi dirai che nel nuovo mondo saremo tutti musulmani?”
“Ah ah no no! Quando assaggerai i suoi Bichak capirai perché lo hanno scelto”
“Be ma allora io? Per cosa mi hanno scelto? Farò la TV?”
“Non saprei” rispose pensieroso Jim “di questo non mi hanno informato. Per il cinema c’è già James, per la poesia io, per il rock Elvis e Janis. Non so se la TV è prevista”
Silvio ebbe un’intuizione:
“ Dunque anche quelle storie su Marilyn erano vere?” domandò con finto disinteresse.
“No no, lei si è ammazzata davvero”
Silvio abbassò la testa deluso. Ma Jim lo risollevò:
“Per il cinema femminile c’è la tua connazionale, Moana.”
Un bagliore gli illuminò gli occhi. Jim sorrise. Le storie che raccontavano sul suo conto erano proprio vere.
“Be dai ti mostro la tua camera. Magari lì hanno lasciato qualcosa che ci farà capire perché ti hanno scelto”
Jim si incamminò verso il cancello. Silvio, dopo un attimo di esitazione, lo seguì.
“Guten Morgen” esclamò cortese il Presidente quando gli passarono accanto.
Silvio, un po’ intimorito, rispose con un cenno della mano.
“Imparerai presto tutte le lingue” lo incoraggiò Jim “nei primi mesi l’unica cosa che farai sarà seguire delle lezioni apposite”
“Ma dimmi” trasalì Silvio come se improvvisamente gli fosse tornato tutto in mente “questo significa che tutta la storia del meteorite era preparata a tavolino?”
“Si, è stata un’idea di Ettore ed Enrico. Loro conoscono bene Roma, quindi il piano lo hanno fatto progettare a loro due. Utilizzando un fascio quantistico hanno trascinato il meteorite su Palazzo Chigi. Ovviamente i loro agenti prima hanno provveduto a metterti al riparo”
“Ma perché il meteorite? Con tutti voi sono stati così discreti!”
“In Italia la stavate combinando grossa! La gente si stava incazzando sul serio. Il momento della partenza si avvicina e la Commission non ammette intralci. Se aveste continuato in quel modo va a finire che la rivoluzione si faceva sul serio!”
“Ah. Be se è così...vuol dire che qui non ci sono comunisti!”
“Già, troppo rompicoglioni. Figurati che casino avrebbero fatto su quest’isola!”
Il sorriso di Silvio si allargò quasi a raggiungere le orecchie. Erano giunti all’ingresso del palazzo. Da vicino appariva ancora più maestoso. Il marmo della facciata emanava una luce intensa, costringendolo a pararsi gli occhi per ammirarne lo splendore. Passarono in mezzo alle colonnine dell’entrata e giunsero in un ampio ingresso. Silvio si fermò ad ammirare gli affreschi sul soffitto.
“Vieni, la tua stanza è al secondo piano” lo esortò Jim senza voltarsi.
Salirono una delle due scalinate fino a sbucare in un lungo corridoio. A terra, un tappeto rosso interrompeva il candore dei marmi. D’un tratto Jim si fermò e aprì una delle numerose porte che si aprivano ai lati del corridoio.
“Prego, prima tu. E’ la tua nuova camera”
Silvio varcò la soglia. La stanza, di almeno 50 metri quadri, ricalcava lo stile di tutto il palazzo. Il mobilio barocco offriva un’interessante salto di stile, forte ma non pacchiano. Jim entrò subito dopo di lui e andò ad aprire la tenda di velluto rosso che copriva la finestra. Silvio spalancò le imposte e si affacciò. Il panorama era splendido.
Quando si voltò fu colto da un moto di gioia.
“Il lettone di Putin! Come sono stati gentili!”
“Be non è proprio quello ma è una copia fedele. E’ per farti sentire a casa” precisò Jim.
Oltre il letto Silvio scorse un leggio di legno intagliato. Si avvicinò notando un libro piuttosto voluminoso poggiato sopra. Sulla copertina bianca era disegnata la sagoma chiaramente riconoscibile di Pulcinella. Più su, a caratteri neri, lesse “Canzone Napoletana”. Si voltò e in un angolo, poggiata ad un muro, vide la chitarra che aveva allietato molte delle sue serate. Pensò a Mariano e alle strimpellate fatte insieme.
“Penso di aver capito perché mi hanno scelto” esclamò con un pizzico di commozione.
Si sedette sulla coperta di seta rossa, poggiò la chitarra sul ginocchio ed iniziò a pizzicare il ritmo di “Caruso”. Jim capì che era il momento di lasciarlo solo. Uscendo, mentre si richiudeva la porta alle spalle, ascoltò le prime parole della canzone:
“Dopo il boato assordante,
con le orecchie che fischiavano,
sentivamo ancora quella musica.
Dove fino a un istante prima
si trovava Enrico Letta,
capo del governo di larghe intese,
si apriva una spaventosa voragine.
Dall'enorme cratere
si levavano nubi di fumo nero...

anche io tifo asteroide

Partecipo anche io alla festa, la versione è aggiornata rispetto alla mail, qualche piccolo bug fix :)

Sul pannello di controllo una spia azzurra brillava sinistra.
Zelg_GG le assestò un pugno con la sua pseudomano destra, quella per i lavori pesanti. Il metallo del pannello cedette leggermente ma sopportò l'urto. La spia rimase accesa, segnalando pericolo.
- Cosa sta succedendo? - blaterò lo Skai senza costrutto. Lui non lo sapeva, non era mica un Tec. Un Tec avrebbe saputo cosa stava accadendo, ma lui era solo un Lav. E chiamare un Tec in aiuto via n-link significava perdere ogni volta il 25 per cento della paga, già misera, che gli davano per quel viaggio di trentasei mesi. Un viaggio, letteralmente, di merda.

Se pensate di avere prodotto molti rifiuti, non siete una società veramente avanzata. La società degli skai_suday aveva persino adorato i rifiuti come divinità per un certo periodo della sua storia, poi, dopo essere passata attraverso un periodo di semi-estinzione, aveva finalmente compreso che non poteva sopportare una produzione di rifiuti così elevata. Era iniziato così un clean-up faticoso e lentissimo, fino a che non era stato scoperto che l'unico modo per ottenere da quei rifiuti più energia di quanta era stata usata per produrli era la loro annichilazione totale.

Avevano rivestito un buco nero di pannelli fotovoltaici (si vabbé è più complicato di così ma bisognava spiegarlo a un Lav) e avevano organizzato una carovana di rimorchiatori ognuno con una carica di tre teratonnellate di porcherie varie da sparargli dentro, in modo che l'annichilazione quasi completa della materia alimentasse i grandi impianti di produzione di beni di consumo posti in orbita attorno alla singolarità. Da calcoli recenti si pensava che la gigantesca produzione di rifiuti precedente sarebbe bastata per altri 220.000 anni al ritmo attuale, e poi si sarebbero potuti smontare interi pianeti infruttiferi per continuare il giochetto.

Ma in quello che era il terzo libro religioso dell'intera civiltà skai, “come fare soldi con il niente”, si affermava chiaramente che la mancata retribuzione delle maestranze era da ascrivere direttamente alla voce attiva dei profitti di una impresa, e quindi Zelg_GG doveva trovare un modo di aggirare questa regola, ovvero avvisare un Tec senza vedere decurtato il suo stipendio. Optò per una soluzione egoistica ma elegante. - xane_HH, - chiamò. - Vieni qui. -

xane_HH era, avendo una sigla alfanumerica inferiore a quella di Zelg_GG, tecnicamente un suo inferiore, anche se di poco.

- Premi questo pulsante -, gli ordinò zelg. E Xane, obbediente, lo premette. E dal pannello di controllo emerse una voce, decisa ed arrogante.

- Controllo. Descrivere problema. -

- Qui l'operatore di infima classe Zelg_GG. Abbiamo una spia che segnala pericolo sul pannello principale. -

- Operatore di Infima Classe Zelg_GG, il suo rating è appena stato portato da GG a GF. Il suo gesto di individualismo egoista e prevaricatore è stato registrato ed apprezzato dalla Direzione. - dopo una pausa ad efetto la voce scorporata dell'altoparlante continuò. - Sembra che abbiate un problema al Decisore di rotta. State passando vicino a qualche pianeta? -

L'ora Operatore di Quasi Infima Classe Zelg_GF guardò gli indicatori e scorse, ai margini dello schermo, un pianeta azzurrognolo vicino a una stella stupidamente giallastra. - Si, Controllo, ma non può essere abitato con tutta quell'acqua. -

- Non discuta con me, Operatore. Tutto indica che quel pianeta sia abitato, e che una volontà superiore si sta interponendo tra il Decisore e i sistemi di guida della vostra nave. Da qui non possiamo rafforzare la volontà del Decisore, e voi non avete abbastanza forza di volontà per prendere il controllo della situazione, quindi dovete abbandonare la nave e cavarvela da soli. La società H.E.R.A. Non si prende nessuna responsabilità verso i propri dipendenti in questi casi, come d'altronde esplicitamente indicato nel vostro contratto di lavoro. Quindi, addio. Chiudo. La liquidazione verrà versata ai vostri eredi, detratto il 25% dovuto per questa chiamata. -

- CHIUDO???? - esclamò accoratamente Zelg_FG, che vedeva così sfumare tutti i vantaggi futuri derivanti dal suo avanzamento di status nella società skai_suday.

Sulla Terra, perché è della Terra che in realtà si parla, l'allarme era già suonato da tempo. Quello che mandava nel pallone tutti gli analisti era sapere che un asteroide si stava per abbattere sulla terra, ma effettuando continuamente cambi di rotta infinitesimali ma sempre grosso modo puntati sull'Italia centrale.

C'erano anche momenti in cui l'asteroide sembrava quasi stesse per cambiare idea (erano i mantra disperati di Zelg e dei suoi compagni di equipaggio che tentavano di convincere il Decisore ad ascoltare loro e non la voce ignota che arrivava dal pianeta azzurro), ma alla fine, dopo pochi minuti o poche ore, ritornava sulla sua rotta precedente come una nave attratta dalle sirene.

Fu un oscuro astrofilo di Frascati che mise per la prima volta in relazione il comportamento dell'asteroide e i dispacci dell'ANSA riguardanti il Presidente del Consiglio italiano, enrico Letta, e la sua maggioranza di Larghe Intese. In particolare, gli spostamenti dell'asteroide di spazzatura sembravano seguire, a distanza di pochi minuti dal momento della loro emissione o diffusione, le indicazioni sulla posizione geografica di Letta riferite nei dispacci e rimbalzate nei Social Networ(K)s.

La notizia fu resa segretissima. Per evitare un numero immenso di perdite umane sarebbe stato necessario evacuare tutta la popolazione di Roma e del Lazio, ma era una soluzione troppo difficile da realizzare con così poco tempo a disposizione. E poi, c'erano le elezioni.

Così decisero di evacuare il solo Letta.

Uno dei piloti dell'elicottero destinato a trasportare il povero Presidente del Consiglio in una località segreta, senza sapere di essere uno dei milioni di collettori della volontà collettiva che stava guidando inconsapevolmente il cargo-merci verso il suo obiettivo finale, improvvisamente si ricordò di una canzone semisepolta nel suo inconscio, conosciuta molto tempo prima.

La socialdemocrazia è
un mostro senza testa...

La socialdemocrazia è
quel nano che ti arresta...

Lo cercò su youtube dal cellulare. Lo trovò, su http://www.youtube.com/watch?v=r7Z3hKb50WM. Era roba talmente vecchia che non aveva nemmeno un video. Mentre guardava ed ascoltava, un ragazzo di Portici sentì come uno strappo nella testa, come quando si trova la soluzione a un dilemma da tempo cercata, e si mise a canticchiare una canzone a lui fino a quel momento completamente ignota.

Il nemico marcia in testa a te
ma anche alle tue spalle
Il nemico marcia con i piedi
nelle tue stesse scarpe

E una casalinga di Scandicci iniziò a cantare nello stesso istante :

Ma la testa del nemico dove è,
che marcia alla tua testa

Milioni di persone seppero esattamente, per un istante, “cosa fare e non fare, quando dove e perché”. Contemporaneamente, l'asteroide colpì l'atmosfera terreste e iniziò a frantumarsi in una cascata di frammenti ognuno grande come un caseggiato.

Si marcia già in questa santa pace
con la divisa della festa.
Senza nemici né scarponi e
soprattutto senza testa!

Nei suoi ultimi istanti di vita persino Zelg_GF tentò di canticchiare la canzone; tuttavia, non avendo addirittura nemmeno le corde vocali, figuriamoci quelle adatte, si accontentò di far filtrare soffi ritmati di ammoniaca attraverso i suoi orifizi intercostali.

Sui pianeti Skai, nel frattempo, cominciava la rivolta.

ah il finale

e naturalmente...

"Dopo il boato assordante, con le orecchie che fischiavano, sentivamo ancora quella musica.

Dove fino a un istante prima si trovava Enrico Letta, capo del governo di larghe intese, si apriva una spaventosa voragine. Dall'enorme cratere si levavano nubi di fumo nero. "

Arma Letta-le

ROMA, Palazzo Chigi

Quando Gianni entrò in quelle stanze che per tanti anni l’avevano visto protagonista della politica italiana, bastarono pochi secondi per sentirsi a casa.
Una volta arrivato davanti alla porta di suo nipote Enrico, quello che si trovò in fronte era lontano parente dell’uomo calmo e sempre sotto controllo che aveva accettato il 28 Aprile di formare il nuovo governo di larghe intese.
Un grande nervosismo s’intravedeva sul suo volto e lo sguardo basso e pensieroso ben metteva in evidenza la grande preoccupazione che lo pervadeva.
Gianni decise allora di rompere il ghiaccio.

GIANNI: Enrico, quando ho ricevuto la tua telefonata, sono rimasto piacevolmente sorpreso. Mi dispiace che tu ti senta in difficoltà, io sono qui per aiutarti.
ENRICO: Grazie zio, voglio innanzitutto dirti che apprezzo veramente tanto il fatto che tu sia corso da me nonostante…
G: Non ricominciamo con il discorso di appartenenza a una diversa fazione, sappiamo benissimo entrambi che in Italia destra e sinistra…
E: Lo so, sono come le acque al supermercato, cambia solo l’etichetta…
G: E il prezzo, non dimenticarlo…
E: E il prezzo, hai ragione…
G: Caro Enrico, cosa ti preoccupa? Senti il peso della responsabilità?
E: La verità zio è che non riesco a lavorare sotto la continua lente di ingrandimento dei media. Giornali e televisioni analizzano ogni mia singola parola, ogni mio gesto. Non capiscono che prima di tutto va preservato l’equilibrio parlamentare, anche a costo di non far nulla… Speravo che Grillo e Berlusconi fossero dei buoni parafulmini e che riuscissero a far spostare tutta l’attenzione dell’opinione pubblica su di loro, lasciandomi in pace. E invece ormai anche i comizi di Grillo assomigliano alle piazze nei quadri di De Chirico. Neanche la Minetti che dichiara il suo amore per Berlusconi scandalizza più il paese se non per qualche ora e dopo…Tutti a ridare addosso al povero governo Letta. Insomma sto per crollare... Ci vorrebbe qualcosa di veramente grosso che distragga e tenga occupata la gente per un po’ di tempo , ma ormai sembra che nulla stupisca più l’italiano…
Gianni stava ascoltando con grande attenzione le parole preoccupate del nipote, quando tutt’un tratto s’illuminò in volto preso da un’improvvisa eccitazione.
G: Si, qualcosa di grande, enorme, soprannaturale…
E: Si, qualcosa del genere, e [disperato e quasi alle lacrime] qualcosa dal cielo…
Allora Gianni non seppe più trattenersi.
G: Proprio così, caro nipote, qualcosa dal cielo!
Dopo un primo momento di smarrimento, Enrico cercò di calmare l’anziano parente, chiedendo spiegazioni.
G: Enrico non eri ancora nato quando, sotto la minaccia della guerra fredda, Italia ed USA svilupparono un’arma micidiale per affrontare l’eventuale attacco comunista: un incredibile raggio traente in grado di poter trascinare un corpo spaziale dentro l’orbita terrestre e poi direzionarlo verso un obiettivo definito. Si tratta della segretissima operazione “AcchiappaMosca”
Enrico si rasserenò in viso per qualche istante per poi ricadere immediatamente nella più buia depressione.
E: Zio è tutto fantastico, ma dove possiamo trovare in tempi brevi questo macchinario e chi è in grado di utilizzarlo?
G: E adesso arriva il bello! Se la memoria non m’inganna, l’arma è custodita presso la base americana di Monte Romano, vicino a Latina, a pochi km da qui. E inoltre conosco la persona che può comandare tale oggetto diabolico.
E: E ora l’obiettivo: che ne diresti del Circo Massimo. E’ un’area sufficientemente grande per accogliere un asteroide senza che nessuno si faccia male ed inoltre è in una zona turistica che attirerebbe visitatori e giornali da tutto il mondo. Addirittura potrei arrivare con questo stratagemma a risanare i conti del comune di Roma…
G: Enrico mio, stiamo parlando di un’arma scientifica, non di miracoli. Comunque mi sembra perfetta la tua proposta. Lascia che ora ci pensi io.
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LATINA
John Candy era atterrato in Italia da poche ore ed ora si trovava in un bar di piazza del Popolo, pronto ad entrare in azione.
Solo qualche ora prima aveva ricevuto una telefonata sulla linea protetta che citava inequivocabilmente il codice segreto dell’operazione “AcchiappaMosca”. Era almeno quarant’anni che non sentiva più quel nome.
Secondo protocollo aveva preso il primo aereo disponibile e, a poche ore dalla chiamata, era già operativo in Italia.
Quel che però non aveva compreso bene era l’obiettivo della missione. La voce dall’altra parte della cornetta, disturbata da qualche interferenza, aveva curiosamente parlato di un circo a Roma.
Tra se e se aveva pensato che nella capitale non ci poteva essere che un unico circo delle dimensioni di un asteroide e che una volta in Italia si sarebbe adeguatamente informato.
Così decise di fermare un passante, sicuramente un locale, e con uno stentato italiano che ormai non praticava più da decenni chiese informazioni riguardo questa attrazione.
Con grande sicurezza si sentì rispondere quanto segue: “ Li pajacci e li buffoni stanno tutti al circo de Palazzo Chigi”.
Soddisfatto, ringraziò e cortesemente si congedò dal disponibile cittadino.

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ROMA, Palazzo Chigi
Enrico ora guardava con aria soddisfatta fuori dalla finestra della sua stanza. L’asteroide era su tutte le principali televisioni e più si avvicinava, più s’ingrandiva, più nasceva in lui spontaneo il parallelismo con il suo governo: sarebbe cresciuta a dismisura la sua fama, sarebbe finito sui libri di storia e soprattutto l’esecutivo si sarebbe trasformato da governo delle larghe intese a nuovo modello istituzionale per il futuro.
Con lui ovviamente come presidente…
Senza distogliere lo sguardo dall’oggetto, cercò con le dita di raggiungere la manopola del volume dello stereo, così da riempire la stanza del suono pieno ed eccitate della “Cavalcata delle valchirie” .
Poche volte nella sua vita si era trovato in tale estasi.
Il meteorite era ora immenso, occupava tutta la finestra, anzi, neanche l’enorme vetrata della stanza poteva più contenerlo.
E allora pensando al suo governo tanto bistrattato, incitato dal pulsare della musica, urlò: SI PUO’ FARE!!!
Un brivido percorse per un attimo la sua schiena: per pochi istanti pensò che l’oggetto si stesse dirigendo verso di lui, il suo creatore…
Non riuscì neanche a terminare il pensiero che l’impatto avvenne violentissimo.
Dopo il boato assordante, con le orecchie che fischiavano, si sentiva ancora quella musica.
Dove fino a un istante prima si trovava Enrico Letta, capo del governo di larghe intese, si apriva una spaventosa voragine. Dall'enorme cratere si levavano nubi di fumo nero.

Finalmente

Non feci nemmeno in tempo a sedermi al tavolo del pub con la mia meritatissima doppio malto che Carlo mi fulminò gongolando:
«E tu? Te la sei mai fatta una di Saturno? No, eh?»
Sbuffai. Niente era stato più uguale dopo l'arrivo degli alieni. Lo so, lo so, è razzista dargli degli alieni e basta, ma pure loro, però: non fai in tempo a imparare a dire «neri», «extracomunitari» e «di colore» che subito il dizionario dei politicamente corretti è da aggiornare.
E allora via con le corrette distinzioni: le razze sono solo per i cani, ognuno di loro ha un nome proprio, non fate di tutta l'erba un fascio, non appellateli come «gli alieni», «gli altri» e tutte quelle altre noiosissime palle che il decreto che la Terra aveva firmato con tutti (eccetto uno) i pianeti del cosmo imponeva.
Fatto sta che se già il suo delirio d'onnipotenza di Casanova moderno era insopportabile prima, figuriamoci adesso che eravamo invasi da giovani donne che non vedevano l'ora di «assaggiare gli umani», come si diceva.
«No, mai» ammisi. «Non ancora», corressi il tiro.
«Ma perché tu non sai come prenderle le donne. Hehehehehe!»
«Eh, ha parlato il guru dell'amore...» bofonchiai, prima di restare in silenzio e dare un sorso alla birra.
Mi mostrò il medio, noncurante delle teste che si sarebbero inevitabilmente girate a osservarlo.
Perché Carlo ha quattro dita alla mano destra.
Capiamoci, non è mica un marziano, un alieno (scusate), una di quelle cose lì — no, no: solo che la vita è stata un po' stronza con lui, e quindi lui è un po' stronzo nella vita. Oppure il contrario, non l'ho mai capito veramente.
«Adesso è un gran problema, comunque» ammise «c'è gente che mi scambia per un venusiano. È terrificante».
«Immagino…» risposi, neanche troppo convinto.
«Certe di loro non ci credono che sono un terrestre!» sghignazzò.
Lui lo sa che la gente si gira, quando mostra quella mano fallata, «la gente è subdola e impicciona e infingarda», ripete sempre, fastidioso come il ritornello di un tormentone estivo; lo fissavano prima e lo fisseranno sempre, sono tutti qui per lo spettacolo, hanno la SSGF, come la chiama lui, la Sindrome dello Spettatore del Grande Fratello: cercano uno show dappertutto. Per cui ogni volta che è in pubblico lui regala loro il suo show.
«E comunque c'è di peggio, se proprio vogliamo dirla tutta.»
«Tipo?» chiesi, d'istinto, incauto come sempre, ma mettendo in conto la spietatezza tipica delle sue risposte: il cancro, l'Aids, i posti sperduti dove non c'è campo, le trasmissioni con Ezio Greggio, Ezio Greggio, quelli che postano compulsivamente citazioni, la musica italian—
«Tipo il governo Letta» rispose secco.
Non sapevo precisamente che rispondere, ero perso in chissà quale universo parallelo, da tutt'altra parte.
Forse pensavo al futuro, forse al passato, di certo non al presente.
Forse saremo ricordati come l'emblema di un tempo contraddittorio e affascinante. Forse non saremo ricordati affatto, pensavo.
«Il Governo Letta è il peggio del peggio» ribadì, stavolta alzando di un tono la polemica, in modo che tutti quelli dei tavoli attorno potessero sentirlo distintamente.
«Ma che t'è successo, tutto bene? Hai la febbre? Tu che parli di politica?»
Abbassò gli occhi.
«Mannò, sto solo facendo le prove generali. Domani sera esco con una di un centro sociale di Giove, vorrei chiudere in serata, quindi ti usavo come test.»
«Cioè, mi stai dicendo che pure su Giove hanno i centri sociali?» imprecai.
Mi squadrò, manco avessi bestemmiato il Sommo Dio Delle Costellazioni.
«Ma tu i giornali non li leggi? Su Giove esiste solo il comunismo!»
Ecco un altro posto in cui non sarei mai andato in vacanza.
«Questa cosa di recitare un ruolo, comunque, ti passerà mai?»
«Deformazione professionale», sorrise.
Il suo successo (nonché il suo trauma) derivava esattamente da uno di quei programmi lì in cui rinchiudono dieci disperati in una casa, li filmano ventiquattr'ore al giorno e li rendono star più o meno inconsapevoli per qualche mese.
Polemico com'era riuscì, nel giro di un mese, a mettere i suoi più grossi rivali uno contro l'altro, a farli picchiare e nel mentre a rubare la ragazza a uno dei due.
Il problema era che aveva sottovalutato la ragazza, che finse di essere stata abbindolata dal nostro eroe, finse le lacrime, vinse il programma. E corruppe per sempre il mio vecchio amico, ora vittima di quella terribile fissazione di essere sempre osservato.
«Se c'è una cosa che ormai dovresti sapere è che piangere lontano dalle telecamere non serve a niente.»
«È questo che ti frega: non hai capito che la vita stessa è un reality.»
Stavo per ribattere qualcosa, qualcosa di banale che avrebbe fatto da tampone al suo continuo monologo inframmezzato dai miei monosillabi, quando Mario, un omaccione di due metri per centocinquanta chili, nonché il proprietario del bar ci zittì tutti gridando «Guardate!».
La tivù verso cui ci girammo tutti stava infatti mandando in diretta delle immagini da Roma; fino a qui niente di particolare o straordinario, pensammo probabilmente tutti: era infatti il giorno in cui il famigerato governo Letta, che aveva tra le tante cose accolto gli alieni (oh, sentite, è più forte di me) a braccia aperte, avrebbe ospitato il Ministro degli Esteri di Giove.
Il problema era che le immagini, sovrastate da un esagitato e starnazzante reporter, mostravano in loop il replay di una scena agghiacciante: un'esplosione devastante, pezzi di terrestri e giovàni che volavano dappertutto.
E in sottofondo un motivetto da far venire i brividi: era la musichetta di Mercurio, l'avevo riconosciuta, era l'inno dei Mercuriani, il popolo più guerrafondaio di tutte le galassie, quello che non voleva sottoscrivere nessun trattato di pace con nessuno.
Qualcuno gridò «Siamo in guerra! Scappiamo!», qualcuno tentò di calmare gli esagitati, qualcuno scappò in bagno (tra cui Carlo): io continuai a sorseggiare la mia doppio malto.
E osservai di nuovo il replay alla tivù.
Dopo il boato assordante, con le orecchie che fischiavano, sentivamo ancora quella musica.
Dove fino a un istante prima si trovava Enrico Letta, capo del governo di larghe intese, si apriva una spaventosa voragine. Dall'enorme cratere si levavano nubi di fumo nero.
Sorrisi.
Finalmente avrei potuto chiamarli alieni.

Asteroide B612

Erano giorni di caos quelli, nulla aveva più senso. Il governo vacillava di fronte a strani fenomeni che parevano colpire solo l'Italia. Più volte noi parlamentari fummo convocati in sedute straordinarie, vani tentativi di combattere l'ignoto. Quella melodia pervadeva da una buona settimana l'atmosfera dell'intero Paese, una musica che in altre occasioni avrei definito angelica finì per essere il sottofondo della fine del mondo. Esterrefatto osservavo l'inevitabile con il naso all'insù, dalla finestra del palazzo potevo vedere come il cielo andava a farsi sempre più nero. Intanto Enrico vagava in lacrime giù in strada, tutti l'avevano abbandonato, lui il capo delle larghe intese, assediato da quella musica cantata da cento cherubini che recitavano "Sei venuto sulla terra/da una piccola stellina/per cercare qualche cosa/hai lasciato la tua rosa"

Settant'anni, tanto tempo era passato prima che il Piccolo Principe potesse ricevere la notizia. Certo le comunicazioni tra la Terra e l'asteroide B612 non potevano essere delle più celeri ma, questo era davvero troppo. Antoine aveva giusto fatto in tempo a conoscerlo che la triste sorte l'aveva accolto tra le sue nere braccia, allora nulla aveva più senso per il Piccolo Principe. Quanti anni erano passati? Eppure nessun segno dell'età solcava il viso del bambino, si bambino perché tale era rimasto nella memoria dell'uomo, nelle pagine dei libri che l'avevano condannato a vita eterna. Ma ora aveva saputo la verità, suo padre Antoine era defunto, disperso durante uno dei suoi tanti amati voli. Nulla più frenava il Piccolo Principe nello scrivere la parola fine alla sua esistenza, suvvia non siate così scandalizzati voi lettori, provate voi a trascorrere mattina e sera giorno e notte a innaffiare una singola rosa e sturare tre piccoli vulcani di un microscopico asteroide per settanta lunghissimi anni!
Il Piccolo Principe voleva fare le cose per bene, la sua ultima avventura avrebbe dovuto avere un grandissimo significato e valore. La lettera anonima, custodita nella bottiglia piovuta nella sua piccola casa, non conteneva solamente la notizia della morte di Antoine, ma anche una serie di altre informazioni che lo aggiornavano sulle evoluzioni politiche del pianeta da lui tanto amato. Lo colpirono notevolmente le vicende dell'Italia e fu profondamente scandalizzato da una recentissima notizia: "destra e sinistra? Non esistono! Nel Belpaese il governo di grande intese è la sola realtà."
Così il Piccolo Principe fu ben convinto quando, con solennità marziale, attizzò i focolari dei tre vulcani del B612, lavorò affinché la direzione che l'asteroide avrebbe seguito fosse quella giusta e partì per il suo ultimo viaggio.

"Sei venuto sulla terra/da una piccola stellina/per cercare qualche cosa/hai lasciato la tua rosa"
Ormai tutto era finito, non scorderò mai lo sguardo rassegnato di Enrico, lui uomo alto e sicuro in vita, eppure così piccolo e impotente di fronte all'immensità di quell'asteroide. In quegli ultimi istanti, come fosse l'ultimo pensiero nella testa di un folle, mi sovvenne alla mente il primo libro che lessi in vita mia, Il Piccolo Principe di Antoine De Saint-Exupéry, allora mi convinsi che quel corpo celeste altro non era che l'asteroide B612.
Dopo il boato assordante, con le orecchie che fischiavano, sentivamo ancora quella musica.
Dove fino a un istante prima si trovava Enrico Letta, capo del governo di larghe intese, si apriva una spaventosa voragine. Dall'enorme cratere si levavano nubi di fumo nero.

Il destino di un asteroide è la rivoluzione

(se avete dei commenti vi prego di farli e di essere cattivi perchè solo quello mi interessa, oltre che distruggere Gianni Letta)

- Scusa se ti blocco un attimo...pensavo...ti andrebbe se mettiamo un pezzo sotto, a coprire il silenzio?
- Non mi dispiace il silenzio...però se davvero vuoi mettere qualcosa, vorrei mettessi un vecchio disco?
- Ne abbiamo molti vecchi, dimmi pure?
- No no, ce l'ho con me...me lo regalò uno di voi tanti anni fa...te l'ho portato in dono perché io non ho più dove ascoltarlo.
- Ma questo da quanto lo conserva, è...è magnifico...Exuma...sarà almeno del secolo scorso.
- E' bello che tu lo conosca...è bello che questo album esista...ascoltavamo molta musica assieme sai, soprattutto la vostra.
- Davvero?!...stupendo...non credevo vi arrivassero le nostre canzoni.
- Bene...mi ricordi dove eravamo arrivati, per favore...non è colpa mia, perdonami, ma il tempo mi ha rubato la memoria.
- Diceva appunto che il tempo le ha rubato la memoria.
- Ah si! dicevo, non è colpa mia, non ricordo bene tutto, ma d'altronde non ricordavo neanche da giovane...ed anche allora, lo confesso, dicevo che non era colpa mia, ma mentivo...la verità è che non mi è mai piaciuto ricordare.
Non mi piacciono i ricordi, perché sono ingombranti e con il tempo vanno a male e puzzano oppure cambiano faccia o fuggono via, e poi ci mancano. E odio quel solco, più o meno leggero, che ti tracciano nell'anima e nella pelle...tutti quei solchi che si uniscono a formare una rete nella nostra mente, una rete che, sia che lo vogliamo o no, filtra la realtà.
Fin da giovane non volevo filtri, non volevo dover scegliere del mondo ciò che potevo e ciò che non potevo avere. Perché io volevo tutto e lo volevo subito.
“Tutto e subito”. Era così che diceva. Tutto e subito diceva.
La scritta che si vedeva su quel muro, dalla finestra dell'università. Ogni cosa per noi era tutto e ogni istante era subito, ogni oggetto diceva tutto e subito ed era ciò che urlavamo ogni santa volta, quando scendevamo in piazza a manifestare, a reclamare la nostra utopia.
Eravamo giovani e meritavamo un utopia, tutti i giovani la meritano...ma le utopie spesso sono sbagliate...il loro carattere mistico e mitico le rende pericolose, spesso sono talmente mitiche e nascondere al loro interno una forma di potere, che come ogni altro potere, non può che essere ingiusto.
Però ripensandoci bene la nostra utopia non era proprio sbagliata...tutto e subito era il minimo che potevamo volere, solo che il “tutto” nostro non era il tutto giusto, e neanche il “subito”.
E poi i metodi erano completamente sbagliati.
Fortunatamente passarono pochi anni e tante delusioni prima che capissimo che le utopie non vanno urlate, ma sussurrate a bassa voce.
Questa è una delle cose più importanti che mi insegnò...io so che quell'idea era nata da lui...dal primo giorno che lo vidi, non una volta lo sentii urlare...diceva che gli incendi silenziosi bruciano più a lungo.
Sussurrare, proprio così, gli anni avevano dimostrato che le bombe non bruciano a lungo, e secondo me fu lui il primo ad rendersene conto.
Il nostro sussurrare, non era complicato, proprio li stava la sua forza...era un puro condividere, un passaparola contagioso, era un allargare pian piano la nostra cerchia, la nostra rete, fino a lasciare il segno. Un po' come la rete dei ricordi, ricordate.
Ma questa era una rete diversa...non filtrava la realtà, la creava.
Creare...creare...creare! ma cos'altro potevamo creare se non noi stessi...dei nuovi noi...dei noi in armonia con gli altri e con la natura, dei nuovi noi puliti dalle false ambizioni, dei noi che vivessero rispettandosi, senza illusioni, senza giochi di potere, senza pretese, se non quella di vivere liberi, di volare, da una parte all'altra dell'universo, di inseguire le stelle e corteggiarle...
scusate mi sono fatta prendere dall'emozione, ma tutto è era così bello in quel periodo che non posso non commuovermi, a ripensarci.
E non è stato di certo tutto piacevole, non credete...non lo è mai.
Perché lo ammetto, volevamo tutto, ma non era lo stesso “tutto” che volevano loro. Noi volevamo ciò per cui esistevamo, non ciò che ci avevano convinto di volere. Ci avevano tolto (dico “ci” comprendendo anche voi, perché il potere in fondo si comporta negli stessi modi da ogni parte) ciò con cui eravamo nati, ciò che era nostro per natura...ce l'avevano tolto perché non potevano controllarlo, se non sostituendolo con desideri artificiali, che invece potevano benissimo controllare.
Non volevamo combattere il potere, solo rinnegarlo, ma se lui si opponeva allora non potevamo che rispondere...e ad ogni colpo ci facevamo più forti.
Forse il merito non fu davvero di nessuno, forse il seme era dentro di noi.
Dentro di noi tutti e si era stancato di dormire.
Nessuno aveva più voglia di seguire tutte quelle occupazioni futili, l'artificialità del nostro stile di vita cominciava a pesarci, un peso che si faceva insostenibile. Così cominciammo a riprenderci i nostri spazi, ci serviva del terreno per costruire la nostra utopia. Ricordo ancora la mattina che occupammo quel parco, quel parco che fu il simbolo di tutta la nostra rivolta...fu una mattina davvero piena di violenza quella, non era proprio ciò che avevamo immaginato. Fu in quella mattina che lo conobbi, Sinistros.
Lui aveva più potere rivoluzionario di tutti noi.
Lui aveva più potere creativo.
E insieme più potere distruttivo...sapeva bene che non sarebbe mai esistita giustizia, finché fosse esistito il potere.
Ma era più virtuoso in ciò che gli mancava...e cioè l'attitudine al comando. Lui modellava il vento di fuoco che si innalzava, ogni mattina sulle nostra strade, danzava un ballo che tutti imparammo, e lo fece così in silenzio che nessuno si accorse chi l'aveva inventato.
Ma io lo sapevo bene.
Poi sapete bene come continua la nostra storia, anche meglio di me. La sollevazione popolare, le violenze, molti di noi fatti a pezzi, frantumati, come fossimo volgari sassi, ma dalle nostre ceneri pronti a rinascere. Quando il presidente fu alla fine costretto a dimettersi e il popolo decise che quello sarebbe stato l'ultimo presidente, nessuno si accorse che in realtà, il vero costruttore di tutto quello era stato Sinistros. Possiamo rifiutare i leader, possiamo rifiutare i miti, e se loro rifiutano se stessi possiamo anche dimenticarli, ma essi comunque esistono nell'anima di un popolo, perché è di questo che sono costituiti, e sono centinaia di migliaia, e vivono in ogni angolo del cosmo, e saranno tanto più grandi quanto meno ci si accorgerà che esistono...degli “Autentici”, così mi piace chiamarli. Sai ho sempre un po' invidiato quel suo aspetto...ai tempi dell'onda, io mi occupavo delle comunicazioni...non ti permettere a scrivere che ero una giornalista, non offendermi...non ero niente in realtà, solo una a cui piaceva raccontare...e provavo, cercavo la mia autenticità, l'ho rincorsa tutta la vita avvicinandomici parecchio, ma mai riuscii ad afferrarla...ma scrissi ugualmente tante poesie e racconti, e la gente li leggeva e tanto bastava. Perché la cosa che davvero più importava per me, era il suo amore, e non so perché ho sempre cercato di nascondere parti di me stessa, non mi sono mai spogliata al cento per cento perché temevo che la mia nudità potesse imbarazzarlo...non rimpiangerò mai abbastanza di non essermi mostrata nuda in ogni istante...di non esser riuscita a distruggere tutte le maschere, di non aver mai saputo rompere tutte le catene.

Come uccelli in cerca, volavamo basso
sulle scie nebbiose di comete spente
gli anni eran pasti, amari e composti
addentati nell'ombra di un falso languore

ma il seme giaceva, aspettando la pioggia,
che a sua volta aspettava un dolce richiamo
che la notte moriva un po' contro voglia
ed il sole nasceva per darci una mano

quel giorno dal cielo arrivò un asteroide
dal cratere si alzarono nubi di fumo
nero il colore ma nuovo il profumo
e portò le primizie irrigandoci il cuore

scrissi questa piccola poesia, non per celebrarlo, ma per ricordare quel giorno in cui per la prima volta lo vidi, il giorno in cui per la prima volta lo amai. Non dimenticherò mai quell'istante, l'istante della sua nascita...come tutti noi nacque dal cielo e nacque con violenza, ricordo perfettamente che dal cratere si levarono nubi di fumo nero, ma tutt'altro era il colore delle sue idee. Ci amammo per tanto tempo, io in realtà sapevo che lui non mi amava come lo amavo io. Però attento, non era una questione di più o meno. Erano i modi che cambiavano...il suo modo era quello dell'amore totale, lui mi amava come amava ogni cosa, ogni essere sulla faccia oscura della luna, mentre io lo adoravo come una divinità. Ma non come lo adorate voi credetemi, io non amavo ciò che lui pensava della rivoluzione, io amavo ciò che lui era della rivoluzione, ciò che lui viveva della rivoluzione, ciò che lui creava... e vi insegnerò un segreto, una cosa che lui diceva sempre...diceva “la rivoluzione è creazione, e il rivoluzionario è un artista e l'artista è un rivoluzionario. Il resto è pura e volgare imitazione della realtà.” era davvero unico, credetemi, e io l'ho amato come si ama la propria anima.
- vuole un fazzoletto, o un po' d'acqua?...ci fermiamo un attimo?
- no no...proseguiamo pure, sono abituata a piangerci su, ma il mio è un piangere senza soffrire, solo mettete un altro pezzo, ho cambiato idea sui silenzi...mettete la donna cannone di Francesco de Gregori se ce l'avete, ve ne sarei molto grata.
- Questa purtroppo non la conosco, mi dispiace, ma possiamo sempre cercarla su internet...posso chiederle perché proprio questa?
- Questa canzone è carica d'amore, che è il più forte dei sentimenti rivoluzionari, ma soprattuo questa canzone è stata una delle principali protagoniste della mia storia...ma ti spiego meglio.
Il nostro sogno era riuscire ad essere liberi...ma la libertà non è un fine, anche essa è un mezzo, il mezzo che usiamo per realizzarci, per raggiungere il nostro destino.
E voi sapete bene, l'avete provato sulla vostra stessa pelle, che il destino di un asteroide è distruggere per costruire.
Per secoli ci siamo occupati di aiutare i popoli dell'universo ad autodeterminarsi, a dare una spinta a quei meccanismi che si erano inceppati, distruggendo le tirannidi che li opprimevano. E lui che era un essere grande, e non poteva che scegliere un popolo grande, per la sua ultima opera d'arte.
A lungo mi chiesi perché proprio l'Italia...non so come venne a conoscenza della vostra situazione. Quando mi disse che i vostri problemi esistevano da appena 70 anni rimasi un po' stranita, noi d'altronde eravamo stati oppressi per molto più tempo, e pensavo che magari vi sareste svegliati anche voi...e allora lui mi fece notare che la vostra vita media era di 70...ed è in accettabile, per l'intero universo, che un essere vivente debba vivere l'intera sua vita da oppresso...ripeto non mi rivelò mai come vi trovò tra i miliardi di popoli nei nostri archivi, ma vi studiò a fondo, capì profondamente il vostro dramma e riuscì a rendermi partecipe di esso. La vostra bellezza, diceva, era indiscutibile, nascondevate un energia immensa, e solo a vedervi da così lontano sembrava assurdo che non riuscisse ad esplodere, vibravate nelle stesse frequenze del vostro pianeta, eravate belli come i suoi fiori, e vedervi appassire in questo modo, per l'azione di persone che valgono molto meno della terra in cui camminavate, avrebbe fatto male a chiunque...molti di noi presero a cuore la vostra storia...il vostro dramma e la vostra debolezza e impotenza davanti ad esso riuscirono a coinvolgere tutti...così si riunì un piccolo comitato per organizzare la sua missione.
Lui credeva infinitamente nella vostra bellezza, confidava nel fatto che dopo la sua azione avreste avuto la forza e il buon senso di riappropriarvene. Fortunatamente la storia gli diede ragione. Enrico letta il governo di larghe intese, erano insulti alla vostra bellezza. E lui odiava gli insulti, era un persona molto educata, non gli fu difficile prendere la mira. Mise questa canzone che stiamo ascoltando adesso per la sua partenza perché diceva che era un segno tangibile della poesia e dell'arte, quell'arte che è amore e rivoluzione, e che viveva in voi...non provai mai a distoglierlo, perché sapevo che era ciò che voleva davvero. Quando partì c'erano tutti quelli del vecchio gruppo.
Ricordo esattamente ciò che mi disse un attimo prima di partire, ma davanti a tutti affinché potessero sentire: “adoro questa vita perché mi ha regalato due figli stupendi...uno è il nostro amore e un altro è la nostra rivoluzione...e li abbiamo cresciuti bene entrambi...e vivranno bene anche senza di noi...quando mi frantumerò su quel pianeta, si frantumerà con me un pezzo di te, che porterò appresso, e un pezzo dei nostri bambini. E insieme libereremo la loro energia e ci saranno dei padroni in meno nell'universo, e le loro anime nere saliranno su e si disperderanno come le mie ceneri nell'infinità del cosmo. E allora saremo tutti un po' più liberi.”
ricordo ancora come lo guardai, colpire il segno, con le lacrime sull'orlo del cuore.

Dopo il boato assordante, con le orecchie che fischiavano, sentivamo ancora quella musica.
Dove fino a un istante prima si trovava Enrico Letta, capo del governo di larghe intese, si apriva una spaventosa voragine. Dall'enorme cratere si levavano nubi di fumo nero.

Il vostro bellissimo e inesistente Lucio Draw.

Tra sogno ed incubo, il Pd. Ius soli ipergalattico

Ha smesso di piovere. L'estate sembra ormai arrivata. Il governo è meno ladro? Non importa! E' il mio secondo giorno da cassaintegrato. Non ho voglia di stare chiuso a casa col ventilatore sparato.
Recupero il costume che mi hanno portato in regalo da Cuba, con il compagno Fidel sulla chiappa sinistra. Prendo due caschi e scendo al bar.
Tonino, il mio anziano compagno di bevute, è al solito angoletto col suo bicchiere di lambrusco.
“A piddino, oggi de che voi parlà?”
“Vorrei vedere se hai ancora del coraggio”.
“Certo che ce l'ho, a ragazzì, io sò comunista!”
“Allora vieni a farti un giro in motorino con me!”.
Butta giù il suo rosso, recupera il bastone che aveva posato a terra e si alza.
“Annamo a ripiasse Roma!”.
Tonino sale sul mio vecchio booster, con il casco sembra un'altra persona. Mi tiene stretto i fianchi, come un padre abbraccia un figlio. L'Aurelia, fino a San Nicola.
“Ma 'ndo cazzo stai annà?”
“Al mare!”.
La spiaggia è vuota. C'è solo un chioschetto, una signora che lo dirige ed un ragazzo ivoriano, che custodisce sdraio ed ombrelloni.
Il vecchio ha gli occhi lucidi.
“Saranno vent'anni che nun vengo da ste parti! M'hanno torto er gusto de godé della natura”.
Come lo capisco! Tra affitto da pagare, bollette, i miei che vorrebbero tornassi a casa e le donne che mi girano alla larga, il mare era l'ultimo dei miei pensieri. Ma oggi è diverso.
“A ragazzì, se po' sapé che t'è successo?”
“Alle 17.00 c'è l'asteroide. Lo dovremmo vedere. Ci sarà un po' di buio. Dicono che il cielo diventi rosa, poi viola e di nuovo celeste. Ma ho sentito che per pochi secondi sarà anche rosso. Allora con chi meglio di te potevo condividere questo momento?”
“Ber pensiero piddino! Ma intanto che famo? Io senza bar nun so sta!”
“Ci facciamo preparare un tavolino e magari ci facciamo un bagno...”
“Te fa quello che te pare. Io me faccio un lambrusco”.
La signora del chiosco se la ride.
“Che strana coppia che siete!”
Tonino tira fuori il suo charme. Si toglie la giacca, butta sulla spiaggia il suo bastone di legno.
“Er giovine se farà! Nun è mica renziano! E' 'n compagno, come me”.
Alza il pugno sinistro e continua.
“Nonostante il Pd 'na giornata de relax se la semo voluta prenne”.
Poi mi rifila una gomitata e sottovoce blatera qualcosa. Vuole che le dica che non sono il figlio.
“Tonino è un grande uomo, è il mio mentore”.
L'ivoriano ascolta la radio. La solita canzone dei Negroamaro.
Lo guardo e lui se ne accorge.
“Oggi la vedo male”.
Ed io:, spaventato: “Ma io non ho fatto niente!”
“No, no. Ci mancherebbe, mi riferisco al tempo!”.
Nel frattempo la cover di Modugno:
“Meraviglioso/ ma come non tiaccorgi/ di come il mondo sia...”
Stop. La musica si interrompe, riprendono la linea dallo studio.
“Ci scusiamo con tutti i radiospettatori, ma quel che sta accadendo è di fondamentale importanza per l'intera umanità. L'asteroide che sarebbe dovuto passare vicino alla terra ha iniziato a frammentarsi. Sta perdendo pezzi. L'allarme è stato lanciato dalla Nasa. Potrebbe accadere di tutto. Sono previste piogge di meteore su tutta l'Europa. Ma lo stesso Asteroide ha cambiato rotta. L'alleggerirsi della massa ha drasticamente cambiato la sua orbita. Potrebbe dunque schiantarsi a terra provocando danni irreparabili”.
Ho pensato alla solita bufala.
L'ivoriano si presenta.
“Piacere sono Mahmadou, sono nato in Italia, ma i miei genitori sono della Costa D'Avorio. Qui stiamo al sicuro!”.
Tonino ha lo sguardo fisso sulle tette della signora. Si gira verso di noi.
“E' na calla. Ancora c'abboccate. Se la so studiata bene pe' distracce dalle zozzerie che devono fa in parlamento. Quanto ce scometti che stasera sfoderano un ber decreto d'urgenza pé bloccà quarche processo?”.
Io per digerire quanto ho sentito mi tuffo in acqua. Nuoto un po', poi mi metto a pancia all'aria. Faccio il morto a galla.
Tonino mi guarda e continua la sua opera di abbordaggio.
“Signò, quello è 'n piddino. Dorme pure mentre nuota. E' 'n bonaccione. Qualunque cosa je fanno, continua a votalli. Sotto sotto però je piacerebbe esse' de sinistra. E' 'no sfigato, aveva organizzato sta bella giornata e mò se sta a 'mparanoià pé sta storiella. Ma come posso fa?”.
Lo interrompe Mahmadou:
“Ci penso io!”.
Dal niente il mare piatto diventa mosso. Si materializza a trenta centimetri da me un'onda alta due metri. Chiudo gli occhi e mi ritrovo sott'acqua. Vedo una specie di pescecane, sembra Ghedini. Poi un pescepalla, sembra Borghezio. Ho paura, vorrei mettere la testa fuori. Allora penso al PD e mi si materializza davanti un polipo con i baffi. Ha centouno tentacoli. E' abbracciato a Nemo, quello del cartone animato. Ha la pinna sinistra più piccola di quella destra. Cazzo, è il mio partito. Poi all'improvviso il mare si calma. Apro gli occhi e sono ancora steso a fare il morto a galla. Come se fosse stata una mia allucinazione. Allora resto lì, a guardare le nuvole. Ce n'è una a forma di Renzi e una a forma di Bersani. E no, così non va. Esco dall'acqua. Muoio dal freddo.
Mahmadou mi viene incontro con un asciugamano.
“Il primo bagno?”
“Sì, il primo della stagione.”
Mentre mi asciugo, Mahmadou tira fuori dal suo portafoglio un documento giallo.
“E' il mio permesso di soggiorno. Sono regolare”.
“Amico, non lo metto in dubbio. Io sono pure per lo ius soli!”.
Mahmadou sorride.
“Scusa, ma qui tutti i clienti mi fanno la stessa domanda. Sei un clandestino? E io non voglio essere visto male, né voglio che questa domanda la vadano a fare al mio datore di lavoro. Alla signora. Basta poco per scoraggiarla, per farmi licenziare. La stagione è dura e per me questo lavoro è molto importante”.
“Lo capisco bene, mi dispiace. Non ti preoccupare”.
“E' come se fossi un alieno. Sono cresciuto a Roma, come te, ma solo il prossimo anno, a diciotto anni, potrò diventare italiano.”
Mi sono subito immedesimato in Mahmadou. Anche io mi sento un extraterrestre quando parlo di politica. Non sono ascoltato da nessuno. E' come se non esistessi, qualunque cosa dica o chieda viene raggirata. Non capita, trascurata. Ho volantinato, ascoltato comizi, pagato tessere, sottoscritto un contratto elettorale, ma niente. Loro possono fare sempre il contrario di tutto e non rispondere delle loro cose. Sia io che Mahmadou siamo alieni strani però. Non facciamo paura. Sì, ok, lui è nero, ma è piccolo. Io sono comunista, ma senza movimento.
Torniamo al tavolo e chiedo una birra. Poi guardo Mahmadou.
“Bevi?”
“No, sono musulmano”.
Sono le 16.00, manca un'ora al cielo rosso.
Sentiamo le sirene, quelle della polizia. Un'Alfa 33 sgangherata parcheggia sgommando sul lungomare.
Due uomini tracagnotti si avvicinano al nostro tavolino. Puntano l'ivoriano.
“Tu vieni con noi!”
“Perché?”
“Ci hanno segnalato un venditore abusivo e non mi sembra ce ne siano altri nei paraggi! Tira fuori il bustone!”.
Mahmadou li fissa e in un momento il cielo si riempie di nuvoloni. Inizia a grandinare. La signora ci invita ad andare tutti sotto la grondaia del suo chiosco.
La grandine è irregolare, cade con violenza, ma non è fitta. Osserviamo la vettura dei poliziotti, pian piano viene ammaccata dalla tempesta. Esplode un finestrino.
Tonino raccoglie un pezzo di ghiaccio. Lo tiene in mano. Si scioglie, ma resta compatto.
“Cazzo, ma questo è 'n sercio!”
I poliziotti tirano fuori le manette.
“E' stato lui”, indicando Mahmadou.
“E' uno stregone, è colpa sua”.
Uno dei due, il più anziano, prova a contattare il commissariato.
“Stanno piovendo pietre!”
E dall'altra parte della trasmittente.
“E' iniziato! Dobbiamo avvisare l'Fbi”.
Passano dieci minuti e vediamo un elicottero svettare tra le meteoriti. Scende un tizio vestito da blues brothers. Muscoloso, come Shwartzenegger.
“Benvenuti alla fine del mondo! Pezzetti di merda, lo sappiamo. Siete stati voi. Avete un'ora di tempo per risolvere questo cazzo di problema”.
Ci passa in rassegna ad uno ad uno.
Guarda me e Tonino.
“Voi siete due nostalgici della falce e martello. Ogni giorno vi vedete al bar sotto casa. Il vecchio beve lambrusco perché vuole sentirsi Guccini e tu sei un classico giovane in crisi. Parlate del Pd, solo del Pd. Tu non hai le palle per votare l'estrema sinistra, il vecchio invece perdonava tutto a Berlinguer e ora si diverte a criticare. Il vostro profilo psicologico è indecifrabile. Per noi potreste essere dei potenziali serial killer”.
Prosegue con gli altri indiziati.
“La signora è una vedova, ha avuto in eredità questo chiosco ed è sommersa di debiti. Non chiava da anni. E' una potenziale suicida. E lui è un extraterrestre. Sappiamo che non è assolutamente un caso il vostro incontro qui. Chiedeteci cosa volete e lo avrete, ma mettete fine a questa storia. Poi tutto tornerà come prima”.
La signora piange, Mahmadou è senza parole, io guardo Tonino, lui mi fa l'occhiolino e si fa avanti.
“Ok, signor tenente Cazzo dei miei stivali. Vi buttiamo giù un'agenda e poi ce pensamo noi!”.
“Che agenda?”
“Un'agenda politica. Punti che vanno risolti entro pochi minuti”.
“Va bene, ma in fretta, stanno venendo a prendervi con degli F-35”.
“Cor cazzo! Noi su quei giocattoli de merda nun ce mettemo piede. Anzi ne chiediamo l'eliminazione. Venite con un veicolo che abbia posto per tutti e quattro e con un pilota”.
“Va bene, ma questa agenda può avere valore solo in Italia”.
Smette di piovere, riappare il sole.
Ci mettiamo seduti al nostro tavolino. Le sedie sono miracolosamente asciutte.
L'agente resta al suo posto, i pantaloni dei poliziotti sono bagnati delle loro urine.
Tonino avvisa Mahmadou:
“Te, ragazzì, nun ce la racconti giusta, ma sti cazzi! 1)Reddito di cittadinanza; 2)Distribuzione delle ricchezze cò na bella patrimoniale sui ricconi; 3)Leggi che tutelano le donne, i gay e le trans; 4) Rendere pubblici i beni essenziali: acqua, luce e gas; 5)Espropriare case vuote da diversi anni e edifici inutilizzati e renderli case popolari e centri culturali; 6)Tassare le rendite finanziarie ed investire sulla cultura: 7)Stabilire un reddito massimo e un reddito minimo; 8)Orario di lavoro massimo settimanale di 30 ore; 9)Pensioni a sessanta anni uguali per tutti; 10)Abolizione delle leggi ad personam; 11)Ius soli. Ce state?”.
Era tutta la vita che avrei voluto sentire cose simili. All'unisono facciamo capire che sì, ci stiamo.
Tonino ha scritto tutto su un fazzoletto di carta.
Maciste tira fuori l'iphone, fotografa il pizzino. Scrive un sms e chiede a Mahmadou di accendere la radio.
Ancora i Negramaro: “Meraviglioso...”. La canzone è ancora una volta interrotta.
“Ci scusiamo nuovamente, Enrico Letta e Angelino Alfano escono ora da un Consiglio dei Ministri straordinario che ha appena approvato la “Salva mondo”. Una svolta storica che per benedizione di Napolitano, del Parlamento e su richiesta della Comunità europea e della Nato è già legge. Cambia tutto in Italia. Ora solo l'asteroide può fermare il cambiamento”.

Alle 16.30 un Boeing di colore verde acqua ci viene a prelevare. Entriamo nella cabina di comando.
Neanche Obama può seguirci con i radar. Quel che accade ora dipende solo da noi. Nel frattempo il mondo sa che il pericolo è scampato. In Italia si festeggia il cambiamento e tutti sono in Piazza ad ammirare il cielo. Provvisti di ombrelli rinforzati alla meno peggio. Avvolti da buste di plastica, impacchettati con del cartone, protetti da lenzuola e da vestiti vecchi.
Ho paura, cedo come tutti gli altri la parola a Mahmadou. Lui si rivolge al pilota.
“Da che parte è l'asteroide?”
“Nord-est, abbiamo missili per distruggere un continente!”
“Bene dirigiamoci a sud-ovest!”
“Come vuole!”
Tonino chiede se c'è una radio.
“Certo, è satellitare, la accendo?”
“E accennila, almeno moriremo cantando”.
Sono le 16.50
Il pilota è perplesso.
“L'asteroide si è alleggerito notevolmente. Il vostro amico ha dei poteri soprannaturali. Ma è sopra Roma, può comunque fare dei danni. Cosa dobbiamo fare? Abbiamo solo dieci minuti”.
Il cielo si fa rosa, tra poco sarà rosso.
Mahmadou sorride. Come sorride un adolescente.
“Hai un contratto a tempo indeterminato?”
“No. Sono ancora un volontario.”
“Allora chi te lo fa fare? Io non sono un extraterrestre. Non sono un calndestino. Sono solo un italiano”.
Non ricordo più nulla. So che il cielo si fece rosso. Che la radio trasmetteva ancora Letta che tornava sui suoi passi. Ci voltava le spalle perché era stato richiamato all'ordine da Berlusconi.
“Questo decreto è stato fatto troppo in fretta, sicuramente nei prossimi giorni dovremo modificarlo...”
Ancora Negroamaro. Uno spumante e un grande fracasso.
Dopo il boato assordante, con le orecchie che fischiavano, sentivamo ancora quella musica.
Dove fino a un istante prima si trovava Enrico Letta, capo del governo di larghe intese, si apriva una spaventosa voragine. Dall'enorme cratere si levavano nubi di fumo nero.

Project Letta

ho mandato la mail, ma per dare la possibilità a tutti di leggere posto anche qua:)

Blurk si accese un sigaro ai neutrini, come faceva sempre quando stava per finire un lavoro, mentre con il suo secondo paio di braccia manovrava i deflettori della navicella per metterla in posizione. Osservò dal telescopio il suo obbiettivo, quel piccolo pianeta azzurro che gli si parava dinanzi, aver viaggiato un bel po’ di parsec per raggiungere quella pozzanghera nell’universo gli sembrava una bella fregatura; non vedeva l’ora di ultimare le commissioni e rifarsi l’abbronzatura sul vicino Sole, visto che era da quelle parti meglio approfittarne, magari sarebbe andato a fare visita ai parenti di sua moglie su Venere, uhm meglio di no il solo pensiero dei dodici paia di occhi della suocera puntati su di lui lo fece rabbrividire. Ma bando alle ciance, meglio darsi da fare. Attivò lo scudo quantico per rendersi invisibile ai satelliti ( poveracci questi “umani”, ancora quella vetusta tecnologia che ammorbava il loro pianeta come un nugolo di insetti sferraglianti, quanti secoli sarebbero passati prima che avessero inventato il sistema di localizzazione telepatico?!) , azionò l’apertura della stiva in cui riposava il carico poco prima prelevato dalla fascia di Edgeworth-Kuiper e sganciò l’asteroide in direzione Terra.

L’Hummer nero pece, vetri oscurati, si fermò dinanzi alla villetta. Dal posto del guidatore scese un energumeno in completo blu notte, mocassini lucidi, che con fare marziale andò ad aprire lo sportello dei passeggeri. Le due figure che fuoriuscirono dall’insetto di metallo avevano entrambe una zazzera di capelli grigio-bianchi. “ E’ questa la casa?” disse Beppe Grillo, polo scura e pantaloni a coste marroni, girandosi verso il suo occhialuto compare. “Sì e questa.” rispose Gianroberto Casaleggio, completo grigio antracite da affarista anni 80’, con voce impersonale. I due si avviarono decisi sul sentiero di ghiaia, arrivati alla porta suonarono il campanello.

“Allarme! Allarme!” nell’ Osservatorio della Sinistra Cosmica situato negli scantinati della sede del Pd di via Sant’Andrea delle Fratte c’era grande fermento, analisti di dati si rincorrevano da una postazione all’altra scambiandosi seriosi proiezioni e tabulati, il nuovo segretario Guglielmo Epifani era stato convocato in tutta fretta nella sala riunioni. Epifani si inginocchiò al cospetto di Sua Maestà Massimo D’Alema “Comandi, Signore? Posso sapere perché mi avete chiamato?” D’Alema, assiso sul trono di plexiglass, alzò un attimo lo sguardo e tornò a consultare i suoi dati: erano riusciti a conquistare le elezioni su Plutone (votanti: 215) e avevano vinto il referendum per la privatizzazione degli Indottrinatori Neurali su Nettuno ( la pruriginosa deriva democratica terrestre li costringeva a chiamarli “scuole”), sogghignò al pensiero di chi riteneva che il Pd perdesse sempre, ignoravano che il loro obbiettivo era l’ Universo! Epifani teso si schiarì la gola, come a ricordare la sua presenza; stavolta Sua Maestà lo fulminò con lo sguardo urlando “Silenzio!”. Un brivido percorse Guglielmo, doveva stare attento ai suoi scatti d’ira ( l’ultima volta, per coprire la ferita d’un colpo di scettro in faccia, Franceschini aveva dovuto farsi crescere la barba). Finalmente D’Alema sembrò porre attenzione al suo sottoposto “ Come va la riscrittura della scheda magnetica di Renzi? Ha smesso di invocare la “rottamazione?” “Sì Sire, come sa da un po’ abbiamo cancellato quel bug dalla memoria e indubbiamente la programmazione di Matteo sarà pronta per le prossime elezioni, ma non capisco perché tutta questa fretta nel convocarmi…” “ Nonostante tu sia un funzionario di basso rango sei perspicace Guglielmo, in effetti ti ho fatto venire qui d’urgenza per questo.” Suà Maesta gli passò una fotografia. “ Un asteroide? Non capisco.” “Questo non è un semplice asteroide, è un asteroide che secondo i nostri calcoli colpirà Letta fra circa 5 ore.” Epifani impallidì “ Ma cosa… Ma chi? Bisogna subito evacuare il nostro uomo!” D’Alema si esibì in un amaro sorriso “ Non possiamo, è impegnato nel Consiglio dei Ministri e con tutte le forze in gioco ne avrà ancora per ore, nessuno è a conoscenza della nostra esistenza: un allontanamento improvviso potrebbe suscitare sospetti; dobbiamo trovare un’altra soluzione” Epifani iniziava a sudare, si allentò il nodo delle cravatta “ Sire ha in mente qualcosa?” Stavolta il sorriso di Massimo si fece cinico “ Dobbiamo chiedere a Lui di utilizzare la sua postazione antiaerea.” Gugliemo stava per avere un collasso “Ma… ma…” “Tranquillo non sarai tu a doverlo chiedere, abbiamo qualcuno che parlamenta meglio, ti ho convocato qui per ordinarti di riattivare Bersani” Epifani sembrò sciogliersi, tirò un sospiro di sollievo e recuperò il controllo aggrottando le sopracciglia “Signorsì signore! Sarà fatto immediatamente!” “Ah e visto che vai nel Reparto Cyborg di’ ai tecnici di dare una controllata alla scheda di Marino, sono stanco di sentirgli ripetere che fa il medico ogni tre parole…”

Mattia Prolegomeni si fregò le mani leggendo la mail dell’Ambasciata di Nebula 3000. Ripassò mentalmente la fatica fatta negli ultimi mesi: prima l’ignobile formazione del governo Letta, poi il suo leader che gridava allo scandalo e al complotto della solita Casta, e allora il sentimento crescente in Mattia di fare qualcosa, da buon attivista 5 Stelle, la creazione del Project Letta. Aveva smesso di impazzire per proporre una vera piattaforma di democrazia liquida sul blog di Beppe, da buon radioamatore aveva lanciato un messaggio d’aiuto nell’Universo, conscio che ,se qualcuno in America impiantava chip nel cervello, sicuramente da qualche parte nel cosmo ci sarebbe stato un popolo alieno pronto ad aiutarlo. Poche settimane prima la risposta: Nebula 3000 ,portatrice di libertà intergalattica, era felice di dare il suo aiuto politico. Mattia aveva spiegato il suo piano: eliminare Letta per far cadere il governo e porre fine alle ingiustizie della Casta, era arrivato il momento dei Cittadini, del Movimento 5 Stelle! La reazione di Nebula non si era fatta attendere: entusiastica. Avrebbero mandato un loro agente per fare il lavoro sporco, sganciare un asteroide ben calibrato sul Presidente del Consiglio. Ora l’ultimo atto: Mattia guardava con gioia la foto dell’asteroide che puntava il buon Enrico. Era pronto a stappare una bottiglia di spumante quando il campanello suonò.

Pierluigi Bersani scannerizzò l’enorme porta bronzea che gli ostruiva il passaggio, se necessario era pronto ad attivare la Modalità Comizio e sfondarla a testate (sotto la calvizie nascondeva una calotta cranica anodizzata) , decise di desistere quando individuò una procace segretaria nell’angolo in basso a destra del radar, si avvicinò con passo meccanico. “ In cosa posso esserle utile?” cinguettò la donna sporgendosi dalla scrivania per mettere in mostra la generosa scollatura, ignara di trovarsi di fronte un cyborg insensibile al fascino femminile ( anch’egli, come tutti i cyber-politici, aveva ricevuto l’imprinting anti-sessuale attraverso la copula col ginoide Rosy Bindi). “ Codice 125 D1, si richiede autorizzazione a procedere” sillabò Bersani, “Spiacente il Cavaliere è impegnato nel ricambio epiteliale, la prego di passare più tardi…” “Ripeto: codice 125 D1, massima urgenza”; la segretaria sembrò meravigliata nell’udire nuovamente quella combinazione di numeri, trasmise la successione attraversò l’interfono, una spia verde si accese subitaneamente su di esso. Mentre le titaniche ante si dischiudevano ella mostrò un civettuolo sorriso “ Prego può entrare”. Mentre Bersani marciava all’interno i suoi sensori rilevarono che l’enorme salone era rivestito interamente d’oro, a parte i gargantueschi lampadari di cristallo, al centro vi era una piscina riempita di sostanza verdognola; dalla pozza, che emanava esalazioni orrende perfino per l’olfatto robotico di Bersanitron (la situazione di pericolo lo faceva regredire alle funzioni base, concependosi come cyborg autocosciente piuttosto che come politico perdente, destinazione per la quale era stato progettato), stava uscendo a fatica un viscido ammasso di carne sanguinolenta. Due aiutanti in bikini lo sollevarono e lo avvolsero dentro una guaina di pelle raggrinzita ma abbronzata, come fosse un cappotto; infine gli calarono sul teschio ricoperto da fasce muscolari una faccia sorridente da vecchio bonario, mentre una di loro lisciava all’indietro i capelli sintetici con le unghie smaltate, l’altra con altrettanta grazia abbottonava i ganci della maschera dietro le enormi orecchie dell’essere. Silvio Berlusconi ritornato a nuova e smagliante vita diede una pacca sul sedere delle due giovani e le congedò, poi rivolse l’attenzione al nuovo venuto. “Pierluigi! Ho sentito che volevi parlarmi con urgenza!” “ Codice 125 D1, si richiede autorizzazione all’utilizzo della postazione antiaerea di Cologno Monzese” Silvio sorrise “Ehi ehi ehi, cos’è questa fretta? Almeno dimmi a cosa serve a voi mattacchioni!” “ ccesso informazioni:negato!” “ Dispettoso!” “Accesso informazioni negato, ripeto codice 125 D1” . Berlusconi cercò di aggrottare la fronte, poi ricordandosi che aveva cambiato da poco la pelle e non voleva rovinarla così celermente, desistette “Mmm capisco, se hai quel codice deve essere successo qualcosa di veramente grave… Ma sai chiedermi di utilizzare Cologno Monzese non è cosa da poco, azionare la Modalità di Lancio nell’antenna Mediaset comporta la manca di segnale televisivo per ore… Chi mi ripaga le perdite? Certo se sottoscrivete la disponibilità a rivedere le leggi in materia Giustizia potrei chiudere un occhio…” “ Negativo, il codice 125 D1 non prevede trattative” “ Pierlu oggi sei intrattabile” “Ripeto: richiesta negata, il codice 125 D1 non prevede trattative” il livello di pericolo di Bersanitron stava sfiorando il massimo grado, presto sarebbe entrato in Modalità Comizio. Silvio si accorse del fumo che fuoriusciva dalle orecchie del suo interlocutore e tentò il tutto per tutto “ va bene allora: CODICE DI DISATTIVAZIONE 639 G3, RIPETO CODICE DI DISATTIVAZIONE 639 G3” la luce negli occhi di Bersanitron sembrò spegnersi, le membra afflosciarsi “ Bersanitron modello 45beta: pronto alla programmazione” . Berlusconi sogghignò (rischiando di perdere le labbra sintetiche) , che schiocchi quelli del Pd: mandare qui Bersani senza cambiare il codice di disattivazione con cui aveva vinto l’ultimo confronto televisivo da Bruno Vespa, non cambieranno mai “ Allora mio caro Pierluigi, per la concessione della base di Cologno voglio 3 riforme sulla giustizia e 2 sul conflitto d’interessi… ah e anche un appuntamento con la Puppato, prendi nota…”

Il rumore bianco della televisione sintonizzata su un canale morto era lo stesso che risuonava nella mente di Mattia, non poteva credere alla scena che si stava svolgendo nel salotto di casa sua: Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio piombati all’improvviso su quel divano, e ora lo stavano anche redarguendo. “…vede Signor Prolegomeni come le abbiamo già detto lei non può prendere iniziative di tal genere, per questo ci sono i meet-up, bisogna discutere, parlare, mandare le varie proposte al blog di Beppe…” “Caro Mattia, sono tutti morti, sono dei cadaveri, non c’è bisogno di arrivare a queste azioni estreme…” “ Ma io.. ma io…Beppe! Pensavo di compiere una cosa giusta, un’impresa dei Cittadini contro la Casta!” Mattia ormai arrancava, si zittì alla vista del piccolo marchingegno che Casaleggio aveva tirato fuori dalla tasca; su di esso troneggiava, come un bubbone sebaceo, un enorme pulsante rosso. “Sa cos’è questo Mattia? Siamo costretti a farlo, lei ha arrecato gravi danni al Movimento. Non siamo ancora pronti a sostenere delle nuove elezioni, il governo di larghe intese ci serviva come spauracchio, come nemico sotto cui far confluire le forze del dissenso, la nostra giustificazione per lamentarci di avere le mani legate, del fatto tutti i politici si sono alleati contro di noi.” “Caro Mattia, adesso tutti si accorgeranno di come noi in Parlamento non stiamo facendo un bel niente… le piazze come le riempiamo? Carissimo attivista dobbiamo farlo…” Mattia si gettò ai piedi dei due, supplicante “no vi prego, non questo!” Il tono di Beppe fino ad allora paterno, cambiò “ Mattia, fuori dalla balle!” Gianroberto azionò il pulsante. “NOOOOOOO” urlò il Cittadino, ma era troppo tardi: un’onda elettrostatica si era propagata per tutta la casa azzerando la connessione dei vari dispositivi con accesso a Internet, Mattia non avrebbe più potuto partecipare ai meet-up, seguire le sedute dei parlamentari in streaming, leggere il blog di Beppe, guardare La Cosa. Oblio.

Le parabole che adornano la cima dell’antenna Mediaset di Cologno erano state smontate, per qualche ora i canali della famiglia Berlusconi avrebbero s trasmesso solo puntolini grigi. L’enorme struttura era inclinata di 45 gradi, alla base s’apriva un abitacolo simile a quello dei jet ultrasonici, un uomo si apprestava ad entrarvi. Romano Prodi, nome di battaglia Mortadella stampato sul taschino della tuta da aviatore, ultimava la sua meditazione: era stato chiamato in fretta e furia dalla sua magione bolognese e aveva dismesso frettolosamente le pantofole per infilarsi gli anfibi, lui non si tirava mai indietro. L’espressione sul volto era serena ma decisa, inspirava e espirava con la tranquillità di un monaco tibetano, ma nei suoi occhi ardeva il coraggio di un leone della savana. Sgranchendosi le dita intrecciate salì la stretta scala a pioli che lo portava alla sua postazione e chiuse l’abitacolo. Attraverso il radar telescopico visualizzò il suo obbiettivo, quell’enorme ammasso roccioso pronto a schiantarsi su Roma, o più precisamente sulla persona di Enrico Letta. Poggiò cautamente le mani sul volante, il pollice sospeso sul pulsante di lancio; aveva a disposizione un unico tentativo, l’asteroide viaggiava troppo veloce per riprovare una seconda volta. Era massimamente concentrato, la mente una tabula rasa in cui campeggiava l’impresa che s’apprestava a compiere, il pollice fremette pronto a calare sul pulsante e sparare il missile con precisione. Era il momento. Poi all’improvviso nell’angolino più buio del cervello spunto l’immagine ghignate di Clemente Mastella, quella visione lo irritò, spinse il pulsante un decimo di secondo troppo presto. Il missile rombò , disegno un arco plastico nel cielo… e mancò il bersaglio.

Blurk si fece una sonora risata mentre disintegrava con il cannone laser quel solitario missile che viaggiava sperduto fuori dall’atmosfera, che patetici questi umani se avesse avuto una tale tecnologia avrebberò polverizzato l’asteroide senza difficoltà, ma evidentemente erano proprio dei trogloditi! L’oloschermo della sala comandi si accese, un videomessaggio di Juan Posadas, Comandante Supremo del Soviet Governativo di Nebula 3000, nonché Profeta Intergalattico del Socialismo si materializzò in veste olografica, era come essere vicino a lui, Blurk poteva notare le venature azzurrognole della sua pelle date dal trattamento criogenico che lo teneva ancora in vita. “ Complimenti Comandante! Ha compiuto egregiamente il suo dovere, guardi lei stesso! Viva la Rivoluzione Intergalattica Compagno!” l’immagine del suo superiore si volatilizzò lasciando spazio alla trasmissione di un canale terrestre. Una giornalista intervistava un anziano a cui piano piano stava ricrescendo il cranio fracassato, un mutaforma di Saturno, notò Blurk; sullo sfondo un palazzo in fiamme, in sovraimpressione campeggiava il nome dell’intervistato “Mario Monti” Blurk azionò il telecomando ottico per alzare il volume e s’appresto ad ascoltare con ghigno cinico le ultime parole del sopravvissuto allo sterminio “ … la radio che trasmetteva il jingle del Pdl era ancora accesa fra le macerie della sala... Dopo il boato assordante, con le orecchie che fischiavano, sentivamo ancora quella musica. Dove fino a un istante prima si trovava Enrico Letta, capo del governo di larghe intese, si apriva una spaventosa voragine. Dall’enorme cratere si levavano nubi di fumo nero”.

progetto Co(l)-Razzo

'Mamma
A volte vorrei
Si può sempre stare peggio nella vita
Ma a volte vorrei di più
Di più delle promesse
Di più delle tue scelte
Di più di più avrai di più
Di più dei buoni acquisti
Di più delle vacanze
Di più di più avrai di più'

Sergio si ripeteva in testa le parole della canzone di Edda, ex rockstar degli anni novanta, ex tossico, attualmente operaio specializzato in ponteggi in quel di Milano. Le sue parole ispirarono il progetto 'Co(l)-Razzo'.
Il progetto 'Co(l)-Razzo' era opera di quattro laureati in ingegneria aerospaziale. Sergio, Martino, Lucia e Patrick detto Lumumba per la sua presenza prominente.
Sergio faceva la comparsa a Cinecittà, Martino tirava avanti con le ripetizioni, Lucia, dopo un periodo da spogliarellista si era data allo spaccio di Marijuana, convinta dalla zia che passare inosservata dietro una faccia d'angelo era più remunerativo che passare osservata per via del culo da diavolo, Patrick. Patrick nessuno sapeva cosa faceva. Patrick non lo diceva , lo faceva e basta.
Quelle note, quelle note lassù risuonavano dentro alla cabina del missile radiocomandato, costruito in una ciclofficina bolognese con pezzi di vecchie auto rottamate, tubi innocenti, pezzi di biciclcetta e qualche bottiglia di plastica per gli interni.
Si discutè a lungo su come chiamare il missile, doveva essere qualcosa di epico ma modesto, forte, facile da ricordare, immediato, che saltasse subito alla memoria.
Dopo una rapida ricerca su Wikipedia decisero di chiamarlo il Razzo.

Sergio mangiava la sua zuppa di porri preparatagli per l'occasione dalla zia di Lucia, mentre nella monocabina cercava con Google Maps le coordinate dell'obiettivo. Palazzo Chigi.
Nel serbatoio, oltre al biodiesel prodotto dagli avanzi dell'olio fritto di Mc Donald's, rubato durante una rapina che fece scalpore su tutte le prime pagine dell'unico giornale locale dell'innominabile paesino in cui la rapina si svolse, c'erano 365 tonnellate di sterco di 12 animali defecanti diversi, compreso Patrick. Chi di stazza perisce...
Per un anno, ogni giorno, i quattro ingegneri avevano raccolto lo sterco di questi animali e lo avevano conservato in uno speciale frigorifero appositamente costruito per l'occasione.

'Né pisciare né muovermi posso
Sono sempre un bel ragazzo
Le parole e i pensieri posso
Però mi avete rotto il cazzo'

La vibrante voce di Edda continuava imperterrito a scandire le parole del testo mentre il Razzo prendeva quota. Dalla sala operativa installata nei sotterranei di un centro sociale Martino, Lucia e Patrick detto Lumumba tenevano d'occhio gli spostamenti del loro compagno Sergio all'interno del Razzo. Il missile si muoveva imperterrito come la voce di Edda verso l'obiettivo. Prendeva velocemente quota, rompeva nuvole e ammazzava volatili il Razzo. Inesorabile.
Il Razzo doveva raggiungere una quota sufficente da sparare nell'atmosfera le 365 tonnellate di sterco attraverso un canale a pressione. Nello spazio, secondo il progetto, doveva solidificarsi e formare una sorta di asteroide di merda. L'asteroide formatosi poi, sarebbe precipitato, raggiungendo un intensità di calore ed una velocità tale da rompere i vari strati dell'atmosfera, ripiombare a velocità supersonica sulla terra e schiantarsi sull'obiettivo prefissato.
' Qui cabina di controllo a Sergio, cabina di controllo a Sergio. Tutto bene ? '
'I porri sono buonissimi, ma c'è na puzza de merda da stare male. Ve l'avevo detto che il filtro del serbatoio doveva essere di 9 cm di profondità, non di 7. Sporchi filo - cabalisti che non siete altro! La scienza è scienza, cazzo !'
' Resta serio Sergio' - disse Lumumba dalla cabina di controllo. ' Abbiamo una missione da compiere '.
' Come faccio a restare serio, Patrick ? Spiegamelo, come faccio ? '
' La tua è una missione suicida, Sergio. E l'hai scelto tu.'
'Sono serio.'
' Hai scaricato l'mp3 ed inserito dentro al lettore ? '
'Mp3 scaricato'
'Hai controllato le batterie ?'
'Batterie controllate'.
'Ricorda di calcolare il tempo della canzone e coordinarla con il tempo di solidificazione e di precipitazione dell'asteroide. Lo schianto deve avvenire proprio nel preciso momento di pathos dell'ultima strofa, hai capito ?!'
'Ricevuto forte e chiaro, Patrick. Il sistema di coordinazione è stato testato e funziona perfettamente. Ho calcolato tutte le correnti e gli agenti atmosferici. L'asteroide colliderà con Palazzo Chigi nell'esatto momento in cui Edda canta "Avrai di piùùùùùùùùùùùùùùù".'
'Perfetto, Sergio. E' importante che l'effetto disperazione aleggi in ogni cuore; dev'essere una profezia Maya che si avvera, se sembrano le note finali della Festa dell'Unità, siamo daccapo a dodici !'
'Stai tranquillo Patrick, abbiamo calcolato tutto al simulatore per giorni; nulla andrà storto.'
'Ok. Ricevuto... Sergio.'
'Dimmi'.
'Sei un eroe.'
'Sergio...' aggiunse Lucia.
'Dimmi Lucia.'
'Ti amo.'
'Ricorda di amare tutti, Lucia. Ama tutti'.
'Amo tutti, tesoro.'
'Sergio...' aggiunse Martino.
'Dimmi, Martino.'
'Ci mancherai. Sei sicuro che non vuoi che inneschiamo il paracadute quando il Razzo inizierà a precipitare ? Salvarti la vita sarebbe la cosa più semplice da fare.'
'Questa è una missione kamikaze, Martino, lo sai. Voglio che sia così. E ricordate, tutti quanti. Non voglio piazze e non voglio strade...'
'Ma solo il Circolo di Bocce' ripeterono in coro i tre ingegneri seduti alla stazione di controllo.

La stazione di controllo era stata riadattata all'interno della palestra popolare del centro sociale.
Centinaia di attivisti e richiedenti asilo politico si erano adoperati a smontare sacchi da pugilato e pesi e montare monitor e consolle. Nessuno però era stato informato con precisione sull'obiettivo dei lavori.
Era stato tutto sottaciuto. Lucia aveva organizzato una festa del raccolto quel giorno, dunque nessuno si era preoccupato di capire precisamente cosa stavano facendo; seguivano lo spirito del momento. E le indicazioni di Patrick che, a petto nudo, urlava, sudava e coordinava.

Il missile saliva, saliva sempre di più. Il cielo si scuriva e le nuvole sparivano lasciando una sorta di panna montata sotto al Razzo, i cui fumi amplificavano il bianco delle nubi. Sparite le persone e le città, i palazzi e le torri, spariti gli uccelli, rimase solo il Sole ed il cielo tutto attorno.
'Altezza prefissata raggiunta.'
'Ok Sergio, sei pronto. Aprire canale di espulsione.'
'Canale di espulsione aperto.'
'Mettere ammasso di sterco in posizione di lancio.'
'Ammasso di sterco messo in posizione di lancio.'
'Inserire Mp3 nel lettore.'
'Mp3 inserito nel lettore.'
'Inserire lettore all'interno della capsula di sicurezza.'
'Lettore inserito all'interno della capsula di sicurezza.'
'Controllare volume dell'amplificazione'.
'Amplificazione controllata, volume impostato al massimo.'
'Controllare temperatura esterna.'
'Temperatura esterna controllata.'
'LANCIARE !!!'
'Lanciato !!!'
'Evacuare il Razzo, Sergio, evacua il Razzo !! Ti amiamo assai !!!'
'Amate tuuuuuuuuutt'
Collasso.
L'ammasso di sterco sbalzò fuori dal missile e venne proiettato dalla pressione oltre l'atmosfera.
Di Sergio non ci sarebbe più stata traccia. Perso nell'universo.
In trenta secondi lo sterco si solidificò, diventando un grosso, gigantesco asteroide.
La solidificazione schiacciò la capsula di sicurezza, che, secondo calcoli precedentemente effettuati, si comprimè di quel millimetro che bastò a schiacciare il tasto PLAY del lettore. La chitarra acustica cominciò a suonare.

'C'era sempre un fantasma di marito
Un pazzo di marito
Peso piuma che si ceralacca...'

L'asteroide, una volta solidificatosi cominciò a precipitare. Il sensore inserito all'interno della capsula di sicurezza puntò dritto dritto sull'obiettivo digitato da Sergio precedentemente .
41°54′5″N 12°28′43″E .

Mariella, la zia di Lucia, stava seduta in giardino. Guardava il gatto stiracchiarsi sulla staccionata.
'Bastardo' pensava. Ma lo pensava con affetto.
In lontananza iniziava a sentire un rumore strano, insolito, come una specie di lamento.

' ...E dell'acqua le parole
Trasmettenti elettricità...'

Mariella alzò gli occhi, attirata da quell'insolito rumore.Vide nel punto più alto del cielo un piccolo puntino, scendere ad una velocità pazzesca e farsi sempre più grande.
'Ma che cazzo è quello ?' pensò.
Poi iniziò a sentire. Prima piano, poi sempre più assordante, una musica strana, meravigliosamente stonata, armoniosamente orchestrata di disperazione.

'A volte la mente
Mi lascia qua
Seduta come un mobile e penso
Di essere leale se la merda mi scivola giù...'

Ad un certo punto lo distinse. Chiaramente. Era un asteroide.
' Un asteroide ! Cazzo un asteroide ! ' Strillò
Non si rese conto che anche tutto il vicinato si era affacciato dai balconi, dalle finestre, dai bar. Bengalesi uscirono dai loro negozietti; tutti quanti attirati da quel suono sempre più potente, sempre più insesorabile.

'...Né discendere né muovermi posso
I movimenti delle stelle
Le parole e i pensieri posso
Mi racconti le novelle...'

Poi capì. Tutto le fu chiaro come il purè che stava cuocendo sui fornelli.
'Quei quattro'.
Era l'unica, quel giorno che aveva intuito qualche cosa al centro sociale.
Ci andava spesso. Le piaceva preparare manicaretti con i prodotti del suo orto e portarli
a quei ragazzi così volenterosi, così generosi, così variegati e variopinti.
Lei non fumava, ma dette una mano lo stesso, distribuiva cibo intanto che ragazzi e ragazze montavano quegli strani aggeggi pieni di pulsanti e schermi; senza capire troppo bene che cosa volevano costruire.
'Sarà per una recita teatrale' pensava.
E invece no.
Era la realtà.
Una meravigliosa realtà.

'Si può sempre stare peggio nella vita
Ma a volte vorrei di più
Di più delle promesse
Di più delle tue scelte
Di più di più avrai di più
Di più dei buoni acquisti
Di più delle vacanze
Di più di più avrai di piùùùùùùùùùùùùùù '

Dopo il boato assordante,
con le orecchie che fischiavano,
sentivamo ancora quella musica.
Dove fino a un istante prima
si trovava Enrico Letta,
capo del governo di larghe intese,
si apriva una spaventosa voragine.
Dall'enorme cratere
si levavano nubi di fumo nero...

La Badoglieide - MRX 1818

- Nello spazio -

Il meteoroide sfrecciava a quaranta chilometri per secondo, nel silenzio siderale.
Viaggiava da milioni di anni, si era formato in seguito all'esplosione di un gigantesco pianeta alla periferia della galassia M108.
In tutto quel tempo non aveva mai avuto collisioni significative, solo alcuni scontri senza importanza con detriti spaziali.
Aveva attraversato tanto di quello spazio, visto tante civiltà nascere, espandersi e poi morire, che nulla turbava più la sua marcia cosmica.
Il meteoroide pensava solo a filarsene liscio e inafferrabile, terribile e ferroso, sulla scia di una parabola stabilita all'inizio della propria vita.
Non si era mai domandato quale fosse lo scopo della sua esistenza, e su cosa avrebbe finito per atterrare.
Non aveva una volontà propria, sentiva di obbedire a un fato ineluttabile.
Eppure, col passare del tempo, aveva sviluppato una certa capacità di provare simpatia e antipatia, preferenza e gusti.
Nulla di raffinato, per carità. Solo leggere inclinazioni personali, e comunque non riguardavano certo la rotta da seguire, immutabile. Si trattava piuttosto di affinità elettive con il paesaggio attraversato, con le posizioni dei pianeti e delle galassie, con il tipo di atmosfera o l'inclinazione dei raggi stellari.

- Sulla Terra -

Seminati i giornalisti, la formazione al gran completo saliva sui pullman e scompariva dietro una curva. Dissolto nell'aria il polverone, anche i cronisti salirono sulle loro macchine e manovrarono - come pesci impazziti in un acquario troppo piccolo - per uscire da quello spiazzo sassoso e tornare alle proprie occupazioni.
Avrebbero dovuto sistemare gli appunti, montare i video, scrivere un pezzo, farsi venire qualche buona idea.
La cronaca politica non forniva novità interessanti da mesi. Nessuno scandalo riusciva a scuotere l'opinione pubblica, le iniezioni decennali di male minore avevano assuefatto anche i più intransigenti.
La melassa di centro aveva stomacato perfino gli irriducibili democristiani, i grillini erano allo sbando dopo aver scoperto che Casaleggio era scappato chissà dove con milioni di euro incassati grazie alla pubblicità sul blog di Beppe. I fascisti erano quasi irriconoscibili in mezzo a quel governo camaleontico, la sinistra era stata buttata fuori dal parlamento già da alcune legislature.
Per i giornalisti il materiale non mancava, ma tra la crisi a rosicchiare le già esigue risorse e l'impossibilità di suscitare una qualunque reazione dei lettori, non sapevano più cosa inventarsi, le vendite calavano ogni giorno.
Arrivavano a sperare, ognuno in cuor suo e senza l'ardire di comunicarlo ad altri, che succedesse qualcosa di davvero enorme, fosse anche un fatto catastrofico, ma che succedesse qualcosa perdio, o la carta stampata avrebbe esaurito la propria funzione ancor prima del previsto.
Cinque anni di governo Letta avevano smantellato ogni vivacità sociale, stroncato ogni focolaio di protesta, spento ogni scintilla antagonista, sopito ogni velleità democratica.
Nel loro tono-metallico-standard, i politici - un tempo appartenenti a partiti differenti - spiegavano a turno la successiva, tragica manovra economica, elencavano i sacrifici necessari e poi instillavano nei cittadini un barlume di speranza per l'avvenire, sussurrando che la luce in fondo al tunnel non era lontana, non poteva tardare ancora molto a palesarsi.
La realtà era che avevano smesso di provarci. Non lo potevano più salvare il paese, se ne erano resi conto. E avevano cessato ogni attività politica. Tenevano la mano al malato terminale, cercando solo di intorpidirne i sensi in modo che il giorno fatale non si sarebbe nemmeno accorto da che parte arrivava il colpo di grazia.

- Spazio -

MRX1818 avvistò una galassia molto carina, dalla forma regolare ed ellittica. Fra tutte le stelle, lo colpì una nana-gialla composta di idrogeno ed elio, attorno a cui ruotavano otto pianeti. Una stella come ne aveva viste tante, ma dalla luminosità perfetta, liscia e terribile.
Si sentiva come attratto, calamitato in quella direzione, e cominciò a presentire qualcosa.
Un fatto incredibilmente bello e tragico, orribile ma inevitabile.
La lega di ferro-nichel che lo componeva vibrava di un'eccitazione nuova, mai provata in milioni di anni.
Filava dritto e preciso come una freccia scoccata all'alba dei tempi, con uno scopo che si sarebbe manifestato solo pochi attimi prima della fine.
La debole coscienza che si era formato in tutto quel tempo non gli permise di rendersi conto fino in fondo cosa stava per accadere.
La sensazione di formicolio, eccitazione, vibrazione cosmica, lo esagitava e gli faceva acquistare velocità, viaggiava ormai a cinquanta chilometri per secondo, folle di desiderio per qualcosa di sconosciuto, come un animale che presagisce il pericolo e si mette in guardia, teso e allarmato.
MRX1818 non sapeva fare altro che seguire la traiettoria stabilita milioni di anni prima, e non si era mai domandato se essa fosse stata decisa da forze fisiche e naturali o da intenti soprannaturali.
I meteoroidi più vecchi sviluppano una coscienza appena accennata, seguono la loro natura fino all'ultimo istante, ignari ma ricettivi.

- Terra -

Come in gita scolastica, i membri del governo Letta cantavano canzoni da osteria e scartavano i loro pranzi al sacco.
Ogni anno, dal 2013, si trovavano in luoghi isolati e pacifici per stabilire la “rotta” da seguire per i dodici mesi seguenti.
Prima si riunirono all'Abbazia di Spineto, in Toscana, poi in un convento sull'isola d'Elba, in un rifugio anti-atomico dismesso da decenni sulle Alpi Cozie, in una cascina agricola nella campagna di Agrigento, e per il 2017 avevano scelto una zona termale in Romagna.
Quelle occasioni servivano in realtà a creare un diversivo, regalarsi qualche giorno di riposo camuffato da lavoro per il bene del Paese, tradire mogli e mariti, stabilire le prossime balle da raccontare al popolo bue.
La Idem e la Kyenge, inseparabili, si raccontavano segreti da donne mentre, da qualche fila più indietro, Brunetta lanciava sbavati pallini di carta con una cerbottana rudimentale.
Entro una mezz'ora sarebbero arrivati in albergo, l'eccitazione era sfrigolante coma una fetta di pancetta in padella.

- Spazio -

- Generale Sfyx, come previsto MRX1818 impatterà entro trenta minuti. Cosa dobbiamo fare?
Il Generale delle forze interspaziali, un esperto militare proveniente dalla galassia Sombrero, raccolse i pensieri per un ultimo, tragico, momento di concentrazione.
Fissò il suo uomo senza nemmeno vederlo e diede l'ordine.
- Lasciatelo passare.
- Sicuro Generale? Pensavo che...
- Nessuno la paga per pensare, tenente Qwerty. Esegua.
Il tenente scomparve silenzioso nei corridoi del comando stellare, nell'eco sinistra dei suoi tacchi sul pavimento lucido. Il Generale osservava con la mascella contratta lo spazio fuori dalla sua astronave, consapevole di aver fatto quello che era giusto.

- Terra -

I giornalisti, eccitati per la novità, si erano subito messi sulla scia di quella che prometteva di essere la più grande manifestazione dai tempi di Genova 2001.
Si era palesata all'improvviso, senza segnali premonitori, maturata in silenzio.
La gente di collina vedeva radunarsi una folla giù in pianura, e intasava i centralini dei quotidiani locali, che rimbalzavano la notizia a quelli nazionali, quindi alle televisioni.

Da mesi gli organizzatori facevano arrivare da ogni parte casse e amplificatori.
La tecnica sarebbe stata semplice: accerchiare l'albergo dove si rifugiava il governo, installare un sound-system enorme e potentissimo, dare inizio alle danze.
Guerra del suono.
Avrebbero stanato i conigli delle larghe intese con l'assordante rombo di una folla inferocita sostenuto da quell'impianto musicale senza precedenti.
Ai partecipanti erano state fornite alcune indicazioni di base: l'ora e il luogo del ritrovo, portare tappi per le orecchie o cuffie insonorizzanti e qualunque strumento rumoroso gli potesse venire in mente. Trombe da stadio, fischietti, padelle, percussioni, petardi, fuochi d'artificio...

- Spazio -

MRX1818, calamitato da forze superiori verso quel sistema planetario così periferico rispetto al centro dell'universo, marciava a velocità sempre più sostenuta, ormai prossima ai 70 chilometri per secondo.
Nel silenzio più assoluto, nella tenebra squarciata da quella stella così affascinante, avanzava come strumento del destino, parabola fatale. Pareva quasi di scorgere un ghigno sulla roccia del meteoroide, ma nessuno può esserne certo.

Anche il Generale Sfyx, incollato al potente telescopio del comando stellare, non era del tutto sicuro di quello che stava vedendo.
Aspettava paziente, concentrato, l'impatto inevitabile, che egli stesso aveva ordinato di non ostacolare.
Sperava che l'impatto sarebbe stato fragoroso, tale da cancellare per sempre il ricordo di quell'inutile pianeta.
Con l'indice e il medio della mano sinistra accarezzava nervoso la stella rossa cucita sulla propria uniforme, senza perdere di vista il meteoroide.

- Terra -

Il corteo, nel silenzio più totale, saliva la collina, ormai poteva scorgere la linea azzurra del mare Adriatico alle proprie spalle, campi e vigneti tutto intorno.
Forse mezzo milione di persone. Sciamavano senza parlare, individuabili solo per il vibrare della terra sotto le scarpe e i piedi di quell'esercito del suono.
Armati di ogni strumento adatto a provocare baraonda e frastuono, alcuni portavano al collo chitarre elettriche collegate a piccoli amplificatori, altri trasportavano su carriole intere batterie e set di tamburi, altro ancora portavano megafoni e cinturoni di petardi.
Avrebbero scatenato l'inferno al segnale stabilito: gli altoparlanti avrebbero cominciato a diffondere Legalize the Premier.

Nella sala congressi dell'hotel Geranio, Letta interruppe un ridicolo sottosegretario all'istruzione. Aveva notato dei centri concentrici allargarsi nel proprio bicchiere d'acqua.
- La finirà più tardi quella barzelletta, sottosegretario. Ho paura stia per succedere qualcosa di brutto.
Il governo al completo uscì dalla sala in modo disordinato, viceministri urlavano, presi da uno sconforto inspiegabile.
Arrivò, trafelato, il direttore dell'albergo.
Riprese fiato e si asciugò con la manica della giacca un leggero filo di bava che gli pendeva dal mento. Si fermò sulla soglia della sala conferenza, ormai vuota. Prese coraggio.
- Signori, temo che ci siano dei problemi.
Li pregò di seguirli al terzo piano, in una sala panoramica. Senza dire una parola, indicò fuori, verso un punto imprecisato. Non ebbe nemmeno il coraggio di seguire con lo sguardo l'indice della propria mano destra. La vista di quella massa colorata, brulicante e senza fine, gli mozzava il fiato e faceva cedere le gambe.

- Spazio -

Azzurro. Un azzurro splendido, carico, velato di bianco, brillante come mai ne aveva visti in vita sua.
MRX1818 smaniava per andare sempre più vicino a quel pianeta azzurro, ancora non convinto della certezza dello schianto. Non riusciva a calcolare la traiettoria, credeva di poterci arrivare, ma non ne era sicuro. Altre volte aveva creduto che fosse arrivato il suo momento, ma per questione di pochi chilometri aveva evitato l'impatto e continuato la sua corsa galattica.
Questa volta però, per la prima volta, desiderava l'impatto, con tutte le sue forze. Non riusciva a modificare la parabola, vibrava e si scaldava.
Sempre di più.
Capì, come per istinto di essere stato catturato da una forza che l'avrebbe condotto al punto esatto, allo scopo finale della sua vita lunga milioni di anni.
All'improvviso fu avvolto dalle fiamme, e precipitò come in estasi, come un membro eccitato punta senza freni alla vulva.

- Terra -

Letta, ridicolo sul suo palchetto improvvisato e contornato dal governo al gran completo, cercava di darsi un contegno, puliva nervoso gli occhialetti rotondi e si massaggiava la pelata.
Il rumore era assordante, il mastodontico sistema di casse ruggiva un brano che non riconosceva, ma che in altre circostanze avrebbe addirittura definito piacevole. Una ballata popolare.

“Ti ricordi la fuga ingloriosa
con il re verso terre sicure
siete proprio due sporche figure
meritate la fucilazion”.

Attendeva che il silenzio riprendesse quella collina soleggiata, dilagasse fra i vigneti e si liquefacesse fino al mare, per pronunciare il discorso.
Deglutiva, inspirava, stringeva gli occhi.

“Noi crepiamo sui monti d'Italia
mentre voi ve ne state tranquilli
ma non crederci tanto imbecilli
da lasciarci di nuovo fregar”.

Cercava di intuire dove finisse quella folla esagitata e fracassante, non vedeva la coda di quel serpente infernale.
Si schiarì la gola.
Avrebbe preso la parola appena terminato quel brano, come da accordi con gli organizzatori.
Dava gli ultimi ritocchi a quel discorso improvvisato, avrebbe enumerato i meriti di quel governo di responsabilità, avrebbe richiamato i cittadini all'impegno e alla fiducia nelle istituzioni, avrebbe parlato di crisi mondiale, di futuro riscatto, di sacrifici...
Ma perse il filo dei propri pensieri, perché vide che le telecamere, assiepate in gran numero, non puntavano più gli obiettivi sul ridicolo palchetto, ma in alto, alla sue spalle.
Non volle voltarsi, come se perdendo di vista per un istante la folla avrebbe rischiato il linciaggio immediato.
Preferì perdere lo sguardo sull'indistinto calderone umano che si agitava davanti a lui.
Il rumore non diminuiva ancora, anzi, avrebbe giurato che stava perfino aumentando. Pensò che gli accordi erano saltati, l'avevano fregato, non avrebbe mai potuto fare il suo discorso, distendere gli animi e intimare alla folla di tornare pacificamente alle proprie occupazioni, in diretta su tutte le reti nazionali.
Vide alcuni ministri voltarsi di scatto e gridare qualcosa, ma le parole si perdevano nel frastuono.
Improvvisamente, la folla innanzi a lui si mosse come un formicaio che tenta di salvarsi dall'inondazione. Il suo governo si disperse e si nascose dove poteva, le telecamere lo ignoravano del tutto.
Decise che era il momento di voltarsi, capire.

“Se Benito ci ha rotto le tasche
tu Badoglio ci hai rotto i coglioni
pei fascisti e pei vecchi cialtroni
in Italia più posto non c'è”.

Sgranò gli occhi, quasi sorrise per l'assurdità della situazione, immobilizzato. Non mosse un passo.
Capì.

- EPILOGO -

Stavamo sparando con il fucile ad aria compressa, per fare più baccano possibile prima che Letta prendesse la parola. Poi scorgemmo un lampo nel cielo, velocissimo.
La Badoglieide suonava profetica e meravigliosa, sparata dal sistema di casse più pantagruelico che avessimo mai visto.
Eravamo nelle prime file, potevamo vedere i ministri e i sottosegretari voltarsi e sbarrare gli occhi, gridare, piangere, cagarsi addosso, nascondersi sotto panchine e tavoli.
Non facemmo in tempo a capire di cosa si trattasse che tutta la gente intorno a noi prese ad urlare, a ondeggiare come una nave in mezzo alla tempesta. Rischiammo di essere travolti, trovammo rifugio sui rami di un pioppo.
Letta ancora non si decideva a roteare lo sguardo verso il punto che calamitava l'attenzione generale, la gente intorno a lui gridava e scappava, ma era impossibile capire qualcosa in quel fracasso.
La sfera di fuoco cadeva sibilante e precisa. Matematica. Si sbriciolava rapidamente, ma era troppo grande per disintegrarsi del tutto.
Fu questione di un secondo, precipitò proprio davanti all'albergo, davanti a noi. Sul governo.
Dopo il boato assordante, con le orecchie che fischiavano, sentivamo ancora quella musica.
Dove fino a un istante prima si trovava Enrico Letta, capo del governo di larghe intese, si apriva una spaventosa voragine. Dall'enorme cratere si levavano nubi di fumo nero.

Salve a tutti, mando qui una

Salve a tutti, mando qui una versione aggiornata del raccontino mandato via mail.
saluti!

ASTRAL VOODOO DEMOCRIST
Di Karel Hòrny

Zappolino, novembre 2013

L'odore di incenso e di sangue umano bollito appesantiva l'aria dentro l'elegante salone della villa dove il dotto leader democrisitano aveva riunito alcuni vecchi amici.

La recente elezione del Presidente della Repubblica aveva visto il nome del dotto leader democristiano fra i più gettonati per la vittoria finale.

Ma qualcosa era andato storto, e i traditori che nel segreto dell'urna lo avevano pugnalato ora sedevano fra i banchi di governo.

Il dotto leader democristiano non poteva tollerare un simile affronto.

La vendetta sarebbe stata esemplare.

Decenni prima, a quello stesso tavolo, l'unione mistica sapienziale del männerbund democristiano aveva creato una energia tale da convincere gli spiriti dell'aldilà a fornire informazioni utili per il ritrovamento del caro amico Aldo. Anche se il caro amico Aldo non riuscì a salvarsi, tale esercizio di perizia alchimistica e di energia occulta fu molto piacevole per il dotto leader.

Questa volta, però, la vendetta avrebbe richiesto uno sforzo maggiore. E l'energia non avrebbe dovuto spendersi invano.

La morte di alcuni dei partecipanti alla prima riunione era di buon auspicio per il buon esito della seconda: si poteva contare sull'aiuto di amici in loco.

I sacrifici umani della sera precedente avevano rinvigorito lo spirito di gruppo: nulla rende più uniti dello sbudellamento rituale di una vergine di sedici anni.

Adesso era tutto pronto.

Il dotto leader si stupì della propria forza evocativa quando venne a sapere che Roma era stata colpita da un meteorite.

Vi si recò in veste di Commissario Europeo Straordinario incaricato di amministrare ciò che restava dell'Italia Centro-Meridionale.

Le telecamere che ripresero la visita istituzionale non poterono evitare di inquadrare il rotondo sorriso dipinto sul suo volto.
Quella sera stessa il dotto leader democristiano annotò sul suo diario segreto queste eloquenti parole:

"La vendetta è stata consumata. Dolce, dolcissima vendetta. Il silenzio che avvolgeva le fosse comuni governative era come una musica celestiale per me.
Dopo il boato assordante, con le orecchie che fischiavano, sentivamo ancora quella musica.
Dove fino a un istante prima si trovava Enrico Letta, capo del governo di larghe intese, si apriva una spaventosa voragine. Dall'enorme cratere si levavano nubi di fumo nero. "

Un televisore in ogni stanza, un Kloth in ogni casa

Possedere un Klothh era il sogno di Giulio, noi vicini lo sapevamo tutti. Da prima che diventasse uno status symbol: Giulio aveva capito prima di tutti, prima delle multinazionali, prima ancora della Rai e del governo Letta, che lo sarebbero diventati. Fin da quando la prima carretta dello spazio si schiantò sull’Appennino modenese in diretta tv e tutti rimanemmo incollati sul divano a vaticinare il nostro futuro dalle figure grigiastre rese sfumate dallo zoom eccessivo che scivolavano lente fuori dal rottame.
Lo spettacolo dello schianto sarebbe diventato monotono nei mesi successivi: come attirate da una calamita, le astronavi rudimentali andavano a rovinare esattamente sul luogo del primo disastro. Tra i rottami non fu mai trovato un morto. Nessun indizio sulla provenienza dei Kloth. Niente poteva convincere gli ingegneri che studiarono i resti delle navi che esse avessero davvero volato, se non il fatto che precipitavano.
Dopo imparammo a riconoscere nei video rimbalzati milioni di volte su facebook e youtube le fattezze dei Kloth: i loro corpi sghembi e grigi, dinoccolati e asimmetrici, gli occhi verdi privi di pupille che incoronano il capo, le gambe troppo corte e troppo numerose. La bocca, invece, in quei primi filmati non si distingueva. L’abbiamo vista bene solo quando ce li siamo trovati davanti in carne e ossa, o quando Le Iene sono riuscite a introdurre le loro telecamerine nascoste in un Centro di Ricerca Spaziale. Quella bocca priva di labbra, con le zanne gialle da serpente sempre esposte.
Giulio sapeva già, guardando i Kloth che uscivano dall’astronave, che il nostro destino sarebbe stato di rientrare in una di due categorie: possessori di Kloth o relitti umani. Come avesse fatto a capirlo resta un mistero, ma sicuramente ci aveva preso in pieno.
Dopo l’arrivo dei Kloth e dopo i primi studi governativi le strade e le città iniziarono a riempirsi di barboni e mendicanti. La gente che aveva perso il lavoro, rimpiazzati dai Kloth. Instancabili, senza funzioni fisiologiche evidenti e con l’unica necessità di un’ora notturna di pausa i Kloth entrarono in ogni posizione che non richiedesse di parlare. E siccome Giulio era il proprietario/gestore di una piccola ferramenta, il suo posto di lavoro non poteva essere rimpiazzato dai Kloth, incapaci di apprendere i suoni fondamentali del linguaggio umano. Il suo destino, dunque, doveva essere quello di possederne uno.
Quando mia moglie trovò la stella azzurra sotto il tappo dell’aranciata, decidemmo di comune accordo che il vincitore del concorso Mr. Kloth doveva essere Giulio. Il giorno del suo compleanno, il venerdì successivo, ci presentammo al negozio, gli facemmo gli auguri e gli consegnammo la stella di Mr. Kloth. Avrebbe provveduto lui a inviarla per reclamare il premio.
Tornando a casa, confuso nella consueta fila di mendicanti ai bordi della strada notammo un Kloth. Era una visione abbastanza rara, a quell’ora del giorno. Di solito li vedevamo solo la sera molto tardi, quando avevano la loro ora di pausa e si riunivano in capannelli di minimo dieci unità. Sciamavano nelle strade e si riversavano nelle piazze principali, sempre cicalecciando nella loro lingua incomprensibile, fatta di borborigmi, rutti e schiocchi dell’invisibile lingua.
Questi incontri non erano mai piacevoli, perché trovarsi di colpo circondati da decine e a volte centinaia di Kloth dai lineamenti impassibili e dai ghigni minacciosi ti faceva sentire nudo, inerme, vulnerabile.
Fortunatamente non durava mai più di qualche minuto. Rapidi come si erano riuniti i Kloth sparivano nelle strade laterali, né si è mai capito cosa facessero nel resto dell’ora di pausa.
Vedere un Kloth nella mattinata, e vederlo da solo, senza che fosse coinvolto in qualcuno dei lavori pesanti cui solitamente erano adibiti era molto strano. Questo Kloth aveva un’aria malandata. I mendicanti si tenevano discosti da lui, guardandolo in cagnesco. Davanti a noi c’erano due ragazzotti. Passando davanti al Kloth uno di loro gli sputò addosso sghignazzando. I barboni risero. Sputò anche l’altro. I barboni, ridendo più forte, furono rapidamente sul Kloth e lo tennero fermo mentre i ragazzotti cominciarono a prenderlo a calci al tronco e al capo.
“Mio dio, è orribile”, fece mia moglie, e io le dissi di chiamare la polizia, avvicinandomi al gruppo. “Fermi! Che cazzo fate?”, gridai. Si fermarono, e uno dei ragazzotti mi fece: “Andiamo, è solo un Kloth! Guardalo”. Lo guardai. Il suo volto era inespressivo come ogni volto kloth che avessi visto. Lo stesso ghigno a metà tra il beffardo e il minaccioso si stampava sulla parte inferiore del suo volto. Gli occhi circolari sembravano inerti come un diadema di biglie di giada intorno alla testa. Non un livido o una sbucciatura segnava la pelle grigiastra. Il Kloth non piangeva, non emetteva suoni che evidenziassero uno stato di dolore o sofferenza. Solo i consueti schiocchi di lingua. E un rutto. Chiaro, prolungato. Strafottente. Caricai uno sputo e glielo sparai contro, proprio al centro del volto, dove avrebbe dovuto essere il naso, se avessi avuto davanti un essere umano.
Più tardi, parlandone con mia moglie, non ci fu bisogno di spiegare le ragioni di quel gesto. Era solo un Kloth. Solo gli attivisti di facebook e qualche esaltato figlio di papà fingeva di prendersi a cuore le sorti di quelli che non erano comprati al governo dalle multinazionali, ed erano destinati ai Centri di Ricerca Spaziale. Sapevamo tutti, dopo il servizio delle Iene, quello che succedeva nei Centri di Ricerca e Soppressione o Centri di Ricerca e Sevizie, come anche venivano chiamati. Non ce ne importava nulla. Dovevamo difenderci. Quelli di noi che avevano perso il lavoro erano ancora meno interessati.
Sapere che Giulio ne avrebbe avuto uno nell’appartamento appena sopra il nostro non ci spaventava, però. I Kloth fanno paura solo quando li guardi. Sapere che un guardiano insonne sarebbe sempre stato presente nel palazzo, anzi, ci rendeva più tranquilli. Se solo avessimo potuto capire cosa facevano nella loro ora insieme, dove andavano, cosa si dicevano.
Giulio ci informava dei suoi progressi con il suo Kloth. Diceva che era strabiliante la facilità con cui si faceva capire. Spesso si scopriva a parlargli anche senza scandire le parole, e il Kloth eseguiva alla perfezione ciò che gli era stato ordinato. Anche sotto questo punto di vista, la superiorità di un Kloth su un marocchino era evidente.
Seguiva scrupolosamente le indicazioni della casa madre Mr. Kloth di lasciare libero il Kloth di uscire di casa intorno alla mezzanotte. L’avvertenza sul libretto delle istruzioni diceva esplicitamente: “Gli studi condotti hanno dimostrato che impedire al Mr. Kloth di incontrare i propri simili ne causa la morte”.
All’inizio non provò a seguirlo, voleva che fosse sicuro.
I primi tentativi di pedinamento, dopo, furono dei fiaschi colossali. Il Kloth lo scorgeva immancabilmente, per quanto si camuffasse, si nascondesse dietro angoli o cassonetti o barboni. Provò a farlo pedinare da qualcun altro. Niente. Al massimo, riuscivano ad arrivare fino alla piazza in cui si concentravano nel giro del primo quarto d’ora di pausa. Quando si dileguavano, però, sembravano venire inghiottiti dalla notte romana.
Giulio mise da parte i tentativi di pedinamento. Possedere un Kloth lo appagava e lo rendeva tranquillo. Che i Kloth andassero a giocare a bocce o a drogarsi, la sera, non gli importava. Gli importava solo che la sua casa fosse pulita, che i camioncini dei fornitori fossero scaricati rapidamente e che la merce fosse disposta ordinatamente in negozio.
Fu per caso che si accorse che il Kloth poteva dargli una mano anche con la contabilità. Si era già reso conto che, oltre a capire quando parlava, Mr. Kloth capiva anche la parola scritta. Un fornitore arrivò inopinatamente mentre lui era fuori per un lavoretto da fabbro. Quando tornò in negozio l’ingresso della merce e il relativo pagamento erano già correttamente contabilizzati nei libri.
Da allora Giulio non solo iniziò a delegare ogni attività che non fosse l’interazione con i clienti e il controllo della ferramenta, ma anche a considerare Mr. Kloth un valido intrattenimento per le sue serate solitarie, oltre che un buon aiuto.
Fu così che l’assenza del suo amico anche solo per un’ora, e il segreto che pesava su quell’assenza ancor di più, iniziarono a pesare su Giulio. Mr. Kloth vedeva il suo padrone e amico ogni giorno più triste, man mano che si avvicinava l’ora della sua pausa.
Un giorno, ci raccontò Giulio, accadde qualcosa che non si sarebbe mai aspettato. Mr. Kloth era sulla porta, pronto a sparire per le vie di Roma come ogni notte, quando si è girato, benché per fissare Giulio non ne avesse necessità.
Giulio aveva già la mano sulla maniglia, pronto a chiudere la porta alle spalle del suo amico, e si trovò a un palmo dagli occhi le zanne gialle del Kloth. Lentamente, tra borborigmi e schiocchi di lingua, i bordi dell’orribile bocca del mostro si incresparono e si curvarono verso l’alto.
“Stava sorridendo, hai capito? Mr. Kloth mi stava sorridendo!”, ci disse poi Giulio rievocando quel momento. Il Kloth si scostò poi dall’uscio, e Giulio capì che gli si stava chiedendo di uscire. Pochi minuti dopo era già in piazza, circondato da centinaia di Kloth che lo fissavano inespressivi e sembravano cicalecciare perfino più del solito nelle vicinanze di Giulio e del suo Mr. Kloth.
Poi iniziarono a sciamare fuori dalla piazza. Mr. Kloth prese Giulio per mano e praticamente lo trascinò via con sé. I Kloth sparivano rapidissimi in vicoli sempre più stretti. Giulio provava a guardare nelle ombre, ma non riusciva a vedere porte o botole o anfratti in cui i Kloth si potessero infilare. La velocità della corsa sui sanpietrini gli impediva di fare attenzione ai particolari, e non seppe mai ricostruire come si ritrovò in un salone illuminato.
Bandiere rosse alle pareti, una bacheca con volantini bilingui (italiano e, presumibilmente, kloth) recanti fotografie prese da internet di Enrico Letta o di suoi ministri, fotografie di corpi kloth dissezionati, tabelle sulla disoccupazione umana in Italia negli ultimi dieci anni, con evidenziato l’incremento dall’epoca del primo sbarco, raffrontate con le tabelle dei PIL italiano e globale.
Era in una casa del popolo kloth. Ed era l’unico umano.
Quella fu la prima volta che Giulio andò con il suo amico, ma non fu l’unica. “Ma che cosa fanno in queste riunioni?”, gli chiesi esasperato. “Niente”, ci rispose: “Cantano”. “Cantano. E che cazzo cantano?”. “Cantano. Non so cosa”.
Qualche mese dopo, il giornale radio che ascolto sempre facendo colazione spiegò che la notte prima nessuno dei Kloth era rientrato al proprio posto di lavoro dopo l’ora di pausa. Le forze dell’ordine non avevano idea di dove si fossero cacciati gli alieni. Persino i CRS erano vuoti.
Giulio ci telefonò eccitato. “È per oggi, venite subito a Palazzo Chigi!”. “Cosa è per oggi?”, ma aveva già riattaccato.
A Palazzo Chigi c’era una folla, e non solo di persone.
I Kloth avanzavano con striscioni bilingui (la parte italiana diceva cose tipo: “Lavoratori uniti contro i padroni”, “Abbiamo due braccia, un cuore e dei diritti”, “Basta disoccupazione, basta precariato”) e fotomontaggi di lavoratori umani e kloth che sfilavano insieme. Nella realtà gli umani erano solo curiosi o poliziotti in assetto antisommossa che massacravano senza pensarci due volte i Kloth all’esterno del corteo. I Kloth erano gli unici manifestanti presenti. A parte Giulio.
Pressando la polizia, abbattendo, scavalcando o spostando di peso le camionette, incuranti delle manganellate, dei lacrimogeni e degli spari esplosi direttamente sul mucchio, il corteo si assestò sul piazzale antistante Palazzo Chigi.
Quando furono tutti fermi iniziarono a cantare. Era una musica mai udita prima, che sovrastava le urla dei poliziotti e gli spari. Una musica che stordiva, che annebbiava la vista. Le forze dell’ordine si fermarono, quasi che non udire il suono delle proprie azioni le rendesse inutili. La musica continuava, esaltante eppure carezzevole. Sembrava impossibile che esseri ritenuti capaci solo di rutti e schiocchi di lingua potessero produrre quei suoni.
Facendomi largo tra i Kloth, che ora, a parte la musica, sembravano più inerti che mai, mi avvicinai a Giulio. Aveva in mano un megafono, che accese, e un foglio che si accingeva a leggere.
“Che fai, Giulio? Vieni via da qui, dai”. “No, questo è il momento più importante della nostra vita”. E cominciò a leggere. La sua voce era come amplificata dalla musica, che annientava qualsiasi altro rumore: “Il governo Letta ha svenduto i diritti di noi tutti a poche aziende in grado di pagarseli. Ha cominciato considerando i Kloth una merce, e così facendo ha mostrato di considerare merce tutti i lavoratori. Solo che i Kloth sono merce più a buon mercato. Inutile descrivere l’effetto che l’immissione dei Kloth nel mercato del lavoro da parte del governo Letta ha avuto sull’economia italiana. I livelli di disoccupazione e di povertà attuali sono la triste litania di ogni telegiornale. I ricatti che i lavoratori che non vogliono perdere il posto sono costretti a subire sono noti a tutti. Meno note sono le conseguenze subite dai Kloth. Un popolo custode di una cultura millenaria è stato venduto come un qualunque macchinario usato in cambio di sgravi fiscali e agevolazioni burocratiche. Nell’anno e mezzo che è seguito al primo sbarco del 14 novembre 2013, innumerevoli sono stati i tentativi da parte della rappresentanza dei lavoratori kloth di far valere le proprie ragioni presso il governo italiano, che vanta incomprensibili diritti di conquista su questo popolo che ha solo avuto la ventura di approdare sull’Appennino modenese e non sul Caucaso o in mare aperto. Il governo Letta non ha mai degnato di una risposta tali tentativi di contatto, rendendoli anzi assolutamente segreti mediante una censura tanto efficiente quanto brutale. Siamo qui oggi a chiedere ancora una volta di essere ascoltati”.
Giulio tacque, ma la musica continuò. Il cordone di poliziotti di fronte a noi si aprì per fare largo al Presidente del Consiglio Enrico Letta e alle sue guardie del corpo. Letta guardò direttamente Giulio, non degnò neanche di uno sguardo i Kloth cantanti che invadevano la piazza. “Non possiamo prendere in considerazione le richieste dei Kloth, mi dispiace”, disse. “Non abbiamo nessuna prova che si tratta di esseri senzienti”, aggiunse guardandosi la punta delle scarpe. “Questo è falso”, ribatté Giulio, “scrivono, cantano, capiscono quando gli si parla”. “Cantano, è vero, ma è la prima volta che li sentiamo cantare. Ci sono robot e computer e animali che capiscono gli ordini che gli si danno e non li reputiamo interlocutori validi in materia di lavoro. Le lettere che abbiamo ricevuto, come quella che ha letto, potrebbero essere state scritte da qualunque estremista in cerca di visibilità. Lei stesso, forse. Noi non abbiamo nessuna prova che il regime cui i Kloth sono sottoposti sia in alcun modo lesivo delle loro necessità. Abbiamo scoperto che muoiono se non trascorrono un’ora insieme senza lavorare e questo glielo abbiamo accordato. Nient’altro dimostra che stiamo arrecando loro sofferenze”. “A parte le lettere”. “Lettere che abbiamo già appurato non essere una prova credibile”. “Quindi lei si dichiara indisponibile a ogni dialogo?”. “Temo sia così”. “Allora dovremo cercare un altro interlocutore”.
A quelle parole la musica dei Kloth cambiò bruscamente di tono e di ritmo, e divenne un sibilo che ci costrinse a chiuderci le orecchie con le mani e a serrare anche gli occhi per non vedere il rumore. Dopo qualche minuto riaprii gli occhi, e tolsi le mani dalle orecchie. La musica adesso era quella di prima. La luce, invece, era bruscamente cambiata.
In alto, sul cielo sopra di noi, era come un secondo sole che stesse precipitando. Un meteorite, mi spiegò poi Giulio, evocato dai Kloth e nascosto dalla loro musica. Io e Giulio eravamo in piedi di fronte a Palazzo Chigi, i Kloth così vicini che non ci potevamo muovere. Giulio mi disse: “Stai tranquillo”. Mi voltai verso il Kloth che avevo a destra e vidi che Giulio aveva ragione. Sorrideva. Mi sorrideva.
I poliziotti ed Enrico Letta, in preda al panico, corsero verso il palazzo, impossibilitati dalla massa dei Kloth ad andare in un’altra direzione. Ma ormai c’era poco tempo.
Dopo il boato assordante, con le orecchie che fischiavano, sentivamo ancora quella musica.
Dove fino a un istante prima si trovava Enrico Letta, capo del governo di larghe intese, si apriva una spaventosa voragine. Dall'enorme cratere si levavano nubi di fumo nero.

Noi non ci saremo

Se ripensava a quanto aveva fatto (e non riusciva a farlo, senza che un sorriso gli si allargasse sulle labbra) in quei dieci anni in cui aveva servito e protetto nel Corpo, dava ragione senza difficoltà a chi, in Accademia, gli aveva detto: “Stai tranquillo, col tempo ti abituerai a tutto”; però, be’, ogni volta che lo mandavano in pattuglia in quella zona, Lorenzo Monarca richiamava alla mente quella frase e, all’interno del casco in cui una pompa spingeva l’ossigeno che gli permetteva di respirare, non poteva trattenersi dal mormorare, in risposta, un sommesso, gigantesco “col cazzo”. Perché a quello non avrebbe mai fatto il callo.
Si era lasciato alle spalle Marte, la sua casa, popolato da cupole che assomigliavano a grossi seni di vetro puntati verso il cielo; ora, in orizzontale, ordinata secondo uno schema che intuiva ma che non riusciva a cogliere razionalmente, la cintura degli asteroidi si stendeva fin dove il suo occhio poteva vedere, sparendo poi nel buio del vuoto; dietro di essa, si riusciva ad indovinare la massa incombente e minacciosa del tempestoso Giove che, con la sua gravità, aveva impedito a quella polvere di stelle di raggrumarsi a formare un pianeta; e su ogni cosa, la luce radente e violenta del Sole che, non deviata né ostacolata da alcuna atmosfera, di ogni anfratto ed insenatura disegnava senza pudore forme e colori, e faceva brillare in maniera quasi innaturale il metallo delle trivelle, delle scavatrici, degli argani che stavano divorando senza pietà, inarrestabili, quegli ostacoli di roccia che separavano il pianeta rosso dal gigante gassoso su cui, molto, molto preso, sarebbe sventolata la bandiera tricolore. Molto, molto presto, s’intendeva, nella scala galattica dei tempi.
Chissà perché, si chiese il tenente Monarca scrutando a destra e a manca con il consueto timore misto a desiderio di veder comparire un pericolo da affrontare, con un tale spettacolo a disposizione, c’è così tanta gente (anche all’interno del Corpo: ma questo osò pensarlo solo subliminalmente) che muore dalla voglia di andare a vedere come è fatta la Terra. Cioè, per carità, era da lì, da una delle zattere di pietra che galleggiavano sulle acque di cui quasi del tutto era coperta la superficie di quel pianeta, che provenivano anche i suoi antenati, e certo non sarebbe stato lui (troppo bene gliel’avevano insegnata) a negare l’importanza delle radici e delle tradizioni; ma, d’altronde, del pianeta dei padri non era rimasto ormai altro che un arido scheletro grigio, che assomigliava ad un torsolo di mela che un gigante vorace avesse lanciato a caso nella vastità del cosmo dove aveva vagato senza meta finché quella piccola stella che chiamavano Sole non lo aveva catturato e quindi irreggimentato, costringendolo nell’ordine di una ben precisa orbita ellittica, di cui occupava uno dei due fuochi (per riflesso condizionato, quell’ultima metafora gli piacque).
C’era stato, forse, anche qualcuno che aveva provato a spiegarlo, come aveva fatto a ridursi in quel modo, un pianeta che in buona parte era costituito da mari e foreste; ma lui che, come tutti i marziani di terza generazione, non aveva idea di cosa fossero, mari e foreste, non s’era mai interessato alla cosa, comunque non c’avrebbe capito molto e, in tutta franchezza, di quelle ipotesi gli interessava anche meno, perché…
La voce del suo superiore, metallica, gracchiò nella ricetrasmittente; il suo “intercettare ribelli”, tuttavia, fu un ordine del tutto pleonastico, perché Monarca li aveva individuati non appena erano entrati nel suo campo visivo ed avevano sollevato, aiutati dall’assenza di gravità, il solito, provocatorio striscione tutto colorato, con la scritta “Per favore, deponete le armi”.
“Venite a prenderle!” urlò, in modo piuttosto incoerente, prima di lanciarsi verso di loro.

Quando uscì dall’ufficio del presidente del consiglio, al tenente Monarca erano successe molte, mirabili cose: era stato promosso capitano, aveva accolto con gioia la notizia di essere stato proposto per un encomio ufficiale, aveva potuto stringergli la mano, al presidente Enrico Letta, aveva ricevuto l’invito a servirsi al suo buffet (lo stomaco chiuso dall’emozione, aveva rifiutato) e, addirittura, aveva potuto fargli sapere le sue opinioni su come si sarebbe dovuto procedere, per eliminare la mala pianta del Collettivo Ribelle che impediva, col suo disturbo, il completamento di quella grande opera (“no, mi scusi, intendevo Grande Opera”) che avrebbe collegato il loro pianeta e Giove. Opinioni che, pareva, il presidente Letta aveva ascoltato con viva attenzione.
Tali e tante erano state le rivoluzioni copernicane avvenute in quella stanza, costruita ad immagine e somiglianza di quella in cui, a Roma, la preziosa Santa Agnese del Domenichino stava marcendo, o era già marcita; eppure, anche se lui non se n’era accorto, impegnato com’era a rimirarne la bellezza e tutto ciò che rappresentava, non una sola volta il volto del ministro dell’interno, Angelino Alfano, aveva cambiato espressione, non una sola volta aveva inclinato alla gioia, alla rabbia, alla soddisfazione mentre ascoltava, o fingeva di ascoltare, dalla viva voce dell’eroe del giorno, come aveva brillantemente portato a termine l’operazione che gli aveva fruttato il suo quarto d’ora di gloria. No: anche ora, che stava accompagnando Monarca nel piccolo gabinetto in cui avrebbe potuto attendere che il presidente Letta sbrigasse “quella faccenda”, e gli stava offrendo un flute della miglior bevanda al gusto di champagne che il governo dell’installazione marziana italiana potesse permettersi (stavolta, al capitano sembrò scortese non accettare), il suo viso era atteggiato a quello stesso stupito ebetismo che aveva assunto quando Silvio Berlusconi, in pubblico e, apparentemente, con la massima serietà di cui era capace, gli aveva comunicato il suo desiderio di vederlo diventare segretario del PDL.
Oggi come allora, sia chiaro, aveva tutte le ragioni per essere sbalordito: un prigioniero del Collettivo Ribelle. Questo era l’animale recalcitrante che Monarca aveva catturato e poi personalmente (aveva tanto insistito) trascinato al guinzaglio fino a deporlo ai piedi di Enrico Letta. Incredibile: quella era una specie talmente rara che perfino lui, che pure era ministro dell’interno fin da quando, per primi, gli italiani avevano messo piede su Marte (oddio, quanti anni erano passati?), ne aveva visti solo due o tre esemplari, e mai per più di cinque minuti: giusto il tempo, cioè, che quegli ideologi dell’antagonismo dovevano attendere sul patibolo mentre si apprestava per loro una giustizia sommaria e spettacolare quando bastava per convincere il popolo che il governo si occupava della sua sicurezza. Fino ad allora, per inciso, c’era riuscito benissimo.
Quelli, tuttavia, erano casi limite, riservati a quei nomi del Collettivo abbastanza grossi da essere riusciti a raggiungere l’opinione pubblica; per il resto, il governo aveva una politica piuttosto chiara, per quel che riguardava i Ribelli: isolare i violenti, prima che potessero uscire dall’anonimato e costruirsi una fama. E nessuno era più isolato ed anonimo di un uomo morto.
Non era un metodo perfetto, e chi l’aveva mai detto? A causa sua erano stati commessi degli errori, lo sapeva. E tutte le volte che era capitato, se era per quello, si era scusato personalmente con le famiglie dei poveri, innocenti e sicuramente maggioritari pacifici manifestanti che erano stati tragicamente coinvolti mentre si tentavano di colpire dei pericolosi sabotatori che, ci teneva a dirlo, oltre che nemici del progresso, erano anche i veri responsabili di quei drammi (in mezzo ai quali, tuttavia, quei poveri, innocenti eccetera non si sarebbero trovati, se solo avessero compreso…). Che poi, siamo seri: davvero qualcuno poteva pretendere che, nello spazio aperto, lontano dai proprio colleghi, col pensiero costantemente rivolto alla propria famiglia ed ai propri figli, magari anche con l’ossigeno agli sgoccioli ed il sole negli occhi, un agente del Corpo si mettesse a rischiare la propria vita facendo differenze tra gli uni e gli altri? Intanto, a chiunque si fosse trovato davanti, avrebbe fatto bene a squarciare la tuta ed a guardarlo mentre si depressurizzava; dopo, se ne fosse avanzato qualcosa (improbabile, ma con la statistica non si poteva mai dire), gli si sarebbero potute fare tutte le domande del caso.
Era estremo? Forse: ma Marte era estrema, un’infinita frontiera in cui la loro nazione avrebbe dovuto rinascere. Tenendosi aggrappati a quelle smancerie che sì, forse, sulla Terra si erano anche potute difendere, non ce l’avrebbero mai fatta, perché…
Finalmente, la maschera dei suoi muscoli si sciolse in un sorriso; possibile che, a furia di ripetere quelle parole giorno dopo giorno fino a costruire settimane, mesi, anni di frasi sempre uguali, avesse finito per convincersi anche lui di star dicendo la verità? Se era così, poco male: si prevedeva che avrebbe dovuto continuare a ricoprire quel ruolo ancora per molto, molto tempo (almeno fino alla conquista di Giove, poi si sarebbe valutato, in base alle sue possibilità ed alle nuove problematiche che la colonizzazione di quel pianeta avrebbe comportato), ed un difetto come una sincerità demente ed involontaria poteva tornare piuttosto utile. Chissà, forse sarebbe anche giunto a credere che davvero non era stato per colpa loro, che la Terra…
Scosse la testa e chiuse gli occhi, per allontanare quel pensiero (meno ci si pensava, meno probabilità c’erano di parlarne; meno se ne parlava, meglio era); li riaprì e cercò Monarca, che era in piedi, immobile come una statua, accanto ad una poltrona, con ancora stretto nella mano il bicchiere colmo fino all’orlo.
“Capitano, non sia così nervoso. Questa è la parte, diciamo così, informale del nostro incontro: quindi, si senta pure libero di mettersi a sedere e di bere quanto le viene offerto”. Accompagnò l’invito con un nuovo sorriso ed una pacca sulla spalla, e quello, urlando “Sissignore!”, si precipitò, o forse svenne, tra i morbidi cuscini, vuotandosi d’un sol fiato il calice in gola.
Alfano lo fissò, attendendo in silenzio; il quale, tuttavia, non durò che pochi attimi: giusto il tempo, cioè, che il capitano ci mise a notare la rivista posata sul basso tavolinetto, a poca distanza da lui. Schizzò in piedi, gridando; o, almeno, ci provò. Quando fu a metà del gesto, infatti, sentì d’improvviso le gambe farglisi pesanti e la sonnolenza abbattersi su di lui come una mazzata sulla testa, troncandogli l’urlo in gola.
Sgraziatamente , ricadde sulla poltrona, profondamente addormentato; Alfano fissò prima lui, poi il flute ormai vuoto in cui rimaneva qualche goccia di torbida bevanda, infine il misero giornale che tanto aveva sconvolto il povero soldatino. Era stampato su carta di infima scelta, giallognola, ricavata da un riciclo di uno scarto di un rimasuglio di una precedente pubblicazione (d’altronde, a parte loro, chi era che su Marte poteva permettersi della carta nuova?); il titolo era coperto da un adesivo che recava la scritta: “Esito di perquisizione. Al Presidente del Consiglio, per conoscenza”, ma bastava gettare un occhio al carattere di stampa, per rendersi conto che era una pubblicazione clandestina.
Alfano si accomodò, soddisfatto, vicino al capitano che aveva appena addormentato, e la prese in mano; poi, mentre dall’ufficio di Letta iniziava a venire una musica che non conosceva, iniziò a leggere, e di nuovo il suo volto precipitò nella sorpresa.
Minchia, era incredibile su quante cose ci indovinassero, quegli stronzi!

[…] Nonostante questo labirinto di misteri, in gran parte alimentati dalla stessa Presidenza del Consiglio che nasconde alla pubblica ricerca (d’altronde, mai incentivata su Marte) documenti che sarebbero decisivi per comprendere come abbia fatto un pianeta come la Terra a ridursi al deserto incompatibile con la vita che è oggi, siamo riusciti a trovare una fonte: un uomo, novantunenne, che visse da protagonista i giorni della Morte della Terra e quelli, ancora più drammatici, delle Migrazioni […] Per questi motivi (cioè: per le sue opinioni) quest’uomo era stato condannato a rimanere sulla Terra, dove avrebbe sofferto la stessa, raccapricciante sorte dei suoi simili, se solo, in una maniera molto rocambolesca, non fosse riuscito a raggiungere Marte, dove oggi vive, da clandestino, nell’installazione islandese: motivo per cui ne celeremo il nome, limitandoci a chiamarlo, come lui stesso ci suggerisce, Cavallo Pazzo […]. “Io mi ricordo tutto, sissignore” ci dice Cavallo Pazzo, e poi aggiunge una frase che, visti i piani in cui il governo sta investendo gran parte delle sue energie, ci manda i brividi lungo la schiena: “Cominciò tutto con un buco!”.

“Vuoi ascoltare un po’ di musica?” chiese, d’improvviso, Enrico Letta, staccandosi dall’ampia, sobria finestra da cui, fino a quel momento, aveva osservato in silenzio le Valles Marineris. Il ribelle, un giovane di non più di trent’anni, a sentirsi rivolgere quella domanda, dapprima alzò gli occhi dal pavimento, sorpreso; poi, lo guardò con sospetto; infine, non riuscendo a nascondere una forma di perverso piacere, rispose, semplicemente: “Sì, grazie”.
“Sentiti pure libero di scegliere ciò che vuoi, la mia posizione mi offre dei privilegi: ad esempio, quelli di accedere ad archivi di cui anche i miei ministri ignorano l’esistenza” gli disse Letta, con voce altisonante.
“Francesco Guccini, Noi non ci saremo”.
Per un solo istante, la sorpresa rese l’espressione del presidente del consiglio simile a quella che, oltre la porta, il suo ministro dell’interno stava abbandonando proprio in quel momento; ma lui era cresciuto in un ambiente dove il controllo delle proprie emozioni era tutto e, in breve, riuscì a assumere di nuovo il sorriso bonario con cui si era rivolto al ragazzo fin da quando questi era entrato, ed a rilanciare: “Studio o live?”.
“Live”. Il presidente del consiglio toccò un paio di volte lo schermo posato sulla sua scrivania; quindi, quasi per godersi col prigioniero quel canto ormai dimenticato, appoggiò la schiena alla sedia e giunse le mani davanti al volto. Solo quando, dopo una lunga introduzione strumentale, dai muri e dal pavimento uscì la voce di Guccini che intonava “Vedremo soltanto una palla di fuoco”, Letta domandò: “Come fai a conoscere questa canzone?”.
“Me la cantava sempre mio nonno”.
“Tuo nonno era un Migrante?”.
“Non esattamente”.
“Cosa vuoi dire, con non esattamente?”.
“Che lo status non gli è stato mai riconosciuto: voi avevate deciso che doveva rimanere sulla Terra, e lui, per non creapare di freddo e fame, dovette trovare un altro modo, per raggiungere Marte”. Si morse la lingua: aveva parlato troppo. Si stava lasciando prendere dalla furia; e questo, non andava per niente bene.
Letta lo fissò per qualche secondo e poi, battendo una mano sul tavolo, esclamò: “Ma certo! Tu sei il nipote di Cavallo Pazzo! Gli somigli come una goccia d’acqua”.
Il Ribelle non rispose.
“Puoi pure parlare tranquillamente, ragazzo. Il tenente, chiedo scusa, capitano Monarca, che credo sia l’unico a cui potrebbe interessare arrestare, processare e giustiziare un vecchio clandestino ormai innocuo, sta dormendo, proprio qui accanto, il sonno dei giusti. Per il resto, sono solo felice di sapere che sta bene, che ha avuto dei figli ed addirittura dei nipoti!”.
“Ha fatto drogare Monarca? E perché?”.
“Immaginavo che potessi dire qualcosa che sarebbe stato meglio lui non ascoltasse. Tra musica e sonnifero, ci siamo messi al sicuro. Via, non fare quella faccia: Cavallo Pazzo ti avrà raccontato che, per il bene dello Stato e dei suoi segreti, è stato fatto ben altro”.
“Lei conosce Cavallo Pazzo?”.
“Non personalmente. Ricordo delle sue foto, ci creò qualche problema, quando eravamo ancora sulla Terra”.
“Ed è per quello che avete provato a mollarlo lì?”. No. No. Calmo. Doveva stare calmo.
“Una situazione difficile richiede delle soluzioni dolorose” stava rispondendo Letta, che pareva indovinare con incredibile precisione le parole giuste per fargli girare le palle. “Ho dovuto scegliere chi portare qui, e non è stato facile; ho pensato che un’opposizione non collaborante e non responsabile avrebbe potuto far fallire la missione di salvataggio che avevano progettato con tanto amore”.
“Missione di salvataggio che comprendeva la condanna a morte di milioni e milioni di persone. A cui avete promesso che sareste tornati a prenderli” mormorò il giovane, stringendo e poi riaprendo i pugni, sia per controllare la propria rabbia, sia per far circolare nelle sue mani, legate strette dietro la sedia, un po’ di sangue.
“Credimi, li ho pianti uno per uno. D’altronde, cos’altro potevo fare?” domandò retoricamente, stringendosi con leggerezza nelle spalle, per poi mettersi a canticchiare “e in alto nel cielo splenderà l’arcobaleno”.
“Non posso credere che parli della cosa con tanta leggerezza”.
“Non mi hai detto come ti chiami, ragazzo”.
“Non pensi di cambiare discorso così!”.
“Non posso credere che ti sei fatto volontariamente catturare e condurre fin qui solo per gettarmi in faccia queste deliranti ipotesi sulla mia presunta responsabilità nella Morte della Terra ed in quella degli abbandonati delle Migrazioni”.
“Deliranti ipotesi! Mio nonno me lo ripeteva sempre: è cominciato tutto con un buco!”. Letta sorrise, ma lui non se ne rese conto. “E lei non fece nulla per fermare quei primi scavi! Lei lasciò che le montagne fossero erose e le valli avvelenate! Lei, non pago, ordinò nuove perforazioni e distruzioni! È per colpa sua che la Terra è stata derubata e svuotata a tal punto da collassare su se stessa! Ed ora, con gli asteroidi: di nuovo, un buco senza senso!”.
“Intanto, vorrei mantenere questa discussione su toni civili: quindi, non urlare” fece Letta, agitandogli un dito davanti al viso. “In secondo luogo: quelle a cui ti stai aggrappando sono insinuazioni da giornaletto scandalistico, mai provate in modo scientifico. Un tribunale mi assolse cinquant’anni fa, da queste accuse che tu ora ripeti a pappagallo”.
Il giovane stava ribattendo ma, di botto, si fermò, ansimante, a guardare il volto quarantenne del presidente del consiglio. “Cinquant’anni fa? Ma come…” balbettò.
“Ora che ci penso, dovrei essere coetaneo di tuo nonno”. Sorrise. Non una ruga comparve sul suo volto. “Per sua sfortuna, lui invecchia, come tutti gli uomini. Ma i simboli e le metafore non sono usi farlo”.
Scese il silenzio. Poi: “Mi chiamo Pontiac”, mormorò il ragazzo.
“Va bene, mi accontenterò del tuo nome di battaglia”.
“Non è il mio nome di battaglia. Io mi chiamo Pontiac”.
“Dio mio, se solo foste stati un po’ meno ideologici! Chissà fin dove sareste potuti arrivare!”.
“Probabilmente, saremmo tutti qui a leccarle il culo, come i figli ed i nipoti di tutta quella brava gente che lei salvò dalla distruzione della Terra. Certamente, per la maggior gloria dell’installazione marziana italiana!”.
Letta sbuffò, con stanchezza. “Forse un giorno lo capirete, che sono morte prima della Terra, le ideologie”.
“Non sono venuto fin qui per sentire insultare le mie opinioni”.
“No? Sarei lieto di sapere, allora, perché ci sei venuto, Pontiac”.
“Per informarla, presidente, che i miei compagni Ribelli sono in possesso di una tecnologia che permette loro di condurre gli asteroidi dovunque vogliano”.
“Dunque?”.
“Dunque, quanto prima, se ne serviranno per spedire un bel masso stellare da quindici tonnellate sopra il suo palazzo dalla squisita fattura”.
Letta scosse la testa, rilassato: “Se avessi avuto una monetina per ogni volta che ho sentito storie come questa!”.
“Stavolta è un Ribelle che gliela sta raccontando”.
“E dimmi un po’, Ribelle: su cosa si baserebbe, questa tecnologia?”.
“Non ne ho idea. Sono un terrorista, no? Mica uno scienziato”.
“Dimmi una cosa, Pontiac: credi sia così facile coglionarmi?”.
“Per carità, non mi permetterei mai di pensare una cosa del genere”.
“Allora spiegami perché stai offendendo la mia e la tua intelligenza con un bluff così mal congeniato”.
“Forse perché questo non è un bluff”.
“Oh, certo! E vediamo un po’: tu perché dovresti venire a raccontarmelo? E, ora che ci penso, perché dovresti esserne al corrente? L’hai detto tu: non hai nessuna competenza in materia. Che motivo avrebbero avuto, i tuoi compagni, per rendertene partecipe? Che aiuto avresti potuto dare? Che ruolo ricoprire?”.
“Se proprio vuole saperlo, presidente, io un ruolo ce l’avevo, in quel piano”.
“E qual era questo ruolo, sentiamo!”.
Pontiac stette un poco in silenzio; poi rispose: “Oh, be’, ormai posso dirglielo. Il mio ruolo era impedire a tutti i costi che lei uscisse da qui”.
Letta fece appena in tempo a guardarlo ed a sentire la sua voce urlare, sopra quella che cantava “Noi non ci saremo”, “Mio nonno la saluta. E le manda a dire: hoka hey!”.

Testimonianza di alcuni presenti
Dopo il boato assordante, con le orecchie che fischiavano, sentivamo ancora quella musica.
Dove fino a un istante prima si trovava Enrico Letta, capo del governo di larghe intese, si apriva una spaventosa voragine. Dall'enorme cratere si levavano nubi di fumo nero.

Serenità 3

- Ma vaffanculo!
- Stai calma, adesso la riprendiamo.
Lea era spesso nervosa. Soprattutto quando le sfuggiva il controllo della nave nelle vicinanze di un buco nero. E in effetti, non c'era molto da star tranquilli. La Serenità 3 non era molto affidabile: era un vecchio modello di astronave della metà del XXII secolo, di quelle con la carrozzeria “effetto asteroide” che andavano negli anni '80. Gli esemplari della serie 3 erano per lo più finiti nei musei dell'aerospazio o erano diventati fioriere vintage nei pianeti più chic.
Noi l'avevamo comprata una decina di anni prima di quarta-mano-tenuta-bene, per farci qualche giro nella bella stagione. Da qualche mese aveva problemi di slittamento del retrotreno. E non avevo preso appuntamento per farla controllare. Ma uno stallo così non l'aveva mai fatto. E andare in testacoda tridimensionale a pochi parsec da un buco nero non era proprio l'idea di divertimento che mi ero fatto partendo per questa gita.
- Stai calma, adesso la riprendiamo.
- Ma vaffanculo, ripeté Lea. Stavolta ce l'aveva con me. - È fuori controllo, finisce che ci caschiamo dentro con tutte le scarpe.
Quel modo di dire lo usava spesso, anche se da qualche secolo le scarpe non si sapeva più nemmeno cosa fossero. In effetti il buco nero si avvicinava minaccioso.
Tu-Tump! fece la carlinga (qualsiasi cosa fosse, e sempre ammesso che la Serenità 3 ne avesse una). Era il tipico rumore che si sente quando ci si avvicina a un buco nero.
- Cos'è stato?
- Cosa?
- Quel rumore.
- Quale rumore?
- Ma vaffanculo.
Stava diventando monotona, e glielo dissi.
- Monotona un cazzo!
- E volgare.
- Ma vaff...
Si morse le labbra, si voltò e tornò alla postazione di guida.
Bzzzzz Bzzzzz... I comandi vocali sembravano disturbati.
- Qui Serenità 3! · · · — — — · · ·, · · · — — — · · ·, SOS!
Bzzzzz Bzzzzz...
Tu-tump! Tu-tump!
I colpi stavolta erano due, ravvicinati e molto più forti di prima. Seguì un lungo sibilo e un tonfo. In lontananza mi sembrò di sentire un riff di chitarra, prima che l'aria si facesse irrespirabile e perdessimo i sensi.

---

- Dove cazzo siamo?!
Probabilmente eravamo a millenni luce da casa e avevamo attraversato un buco nero, ma Lea continuava a essere quella di prima. Era già qualcosa.
- Io bene, grazie, e tu?
- Ma...
- Vaffanculo. Ok, stai bene anche tu.
- Pirla. Sorrise. - Sto cercando di capire dove siamo finiti.
- Non siamo dentro nessuna rete?
- No, sembrerebbe di no. Anche se quello è un pianeta – disse indicando sul monitor una macchia bianca e azzurra - e dovrebbe essere abitato da specie semi-intelligenti, almeno stando al sensore esterno.
- Ma niente reti, però.
Bzzzzz Bzzzzz... Bzzzzz Bzzzzz...
- Pare di no. Adesso sta facendo il declassamento. Va a cercare anche altri segnali, onde radio e cose di questo tipo.
- E allora un po' di pazienza e stiamo a vedere se trova qualcosa. I comandi base di navigazione invece funzionano, pare. E sembra che non ci sia più nemmeno quel problema di slittamento.
Bzzzzz Bzzzzz "...troverete Bzzzzz Bzzzzz e tanto amore. Il mondo Bzzzzz Bzzzzz cambiando..."
- Un segnale audio!
"...e cambierà di più. Ma non vedete Bzzzzz cielo..."
- Sembra musica, sì!
"...quelle macchie di azzurro e di blu?"
Bzzzzz Bzzzzz... Bzzzzz Bzzzzz
Ci guardammo. Avevamo intercettato un segnale, c'era vita intelligente sul pianeta. Magari non eravamo così lontani da casa.
Oltretutto quella musica mi sembrava familiare. Chissà dove...
- Intercettiamo anche un debole segnale video, vieni a vedere!
Mi avvicinai e rimasi stupefatto: un rettiliano curiosamente abbigliato con una freccia di stoffa pendente dal collo a indicare i genitali, parlava su un pulpito una lingua che il sistema pesce babele individuò come la stessa della canzone. Sembrava un discorso pubblico, e in quel momento il rettiliano stava dicendo: "...accumulato in passato un debito pubblico che grava come una macina sulle generazioni presenti e future". Le parole erano chiare, ma il senso risultava incomprensibile. Probabilmente era andato in tilt il nostro sistema di traduzione pesce babele.
- Questo non funziona più: se anche riuscissimo a contattarli, non riusciremmo a comunicare.
- Un tentativo va fatto, non abbiamo altre soluzioni.
Aveva ragione.
- Ok, allora andiamoci. Proviamo un atterraggio lì.
Una volta inserite le coordinate, la Serenità 3 ebbe un sussulto e uno scarto, e si diresse sull'obiettivo.
"Quante volte ci hanno Bzzzzz
Sorridendo tristemente"
Io quella musica l'avevo già sentita, però.
"Le speranze dei ragazzi sono fumo"
Sì, ma quando? Era roba di secoli fa, e per di più di un altro pianeta, come facevo a conoscerla?
"Hanno smesso di lottare
E non credono più a niente"
Mio padre? Possibile che fosse lui a canticchiarla. Io ero piccolo...
"Proprio adesso che la meta è Bzzzzz vicino"
Giunti in prossimità della destinazione Lea tornò ai comandi.
- Eccheccazzo però!
Il programma di decelerazione e atterraggio non partiva.
- Metti il manuale.
- L'ho messo! Non entra, cazzo!
Anziché rallentare, la Serenità 3 accelerava nei pressi della destinazione.
"Ma noi che stiamo correndo"
- Dammi, provo io! - Non va! Non va, cazzo!
"Avanzeremo di più"
- Fuori! Saltiamo fuori!
"Ma non vedete nel cielo"
- 3... 2... 1...
"Quelle tracce di blu"

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Sospesi nella capsula di sicurezza, avemmo appena il tempo di vedere la Serenità 3 effetto asteroide schiantarsi, distruggendolo, su un palazzo vecchio di parecchi secoli al centro di una cittadina sul pianeta bianco e azzurro.
Dopo il boato assordante, con le orecchie che fischiavano, sentivamo ancora quella musica.
"E' la pioggia che va..."
Dove fino a un istante prima si trovava Enrico Letta, capo del governo di larghe intese, si apriva una spaventosa voragine. Dall'enorme cratere si levavano nubi di fumo nero.

Psychotherapy

Dal monte stella all'orizzonte si vedeva benissimo, come un raggelante colpo di fuoco in marcia nel cielo.
Dall'ultima finestra del palazzo invece avanzava una piccola macchia lucente, da cui si apriva un cono d'ombra, ogni secondo, sempre più grande.
Dalle borse di Tokyo non si vedeva un cazzo, le finestre davano sull'oceano, ma le menti davano sui flussi ondivaghi delle quotazioni. Non vedevano ma sapevano. I capitali venivano velocemente spostati da tutti gli investimenti italiani: Roma non avrebbe mai più pagato.

C'eravamo svegliati di buon mattino, con quella musica in testa.
Tutti la stessa musica in testa.
Facendo colazione con un buon caffè, parlandone coi gomiti appoggiati al tavolo o al bancone del bar, avevamo finito per provare a canticchiarla, chi la conosceva, chi non l'aveva mai sentita: you tube e tutte i motori di ricerca avevano lavorato alacremente per produrre il risultato.
Dance of the Cosmo Aliens. Sun ra and his arkestra nelle nostre orecchie.

Non che tutti amassimo il jazz, anzi. I peggio tamarri si cimentavano coi più fini conoscitori del dondolio ritmico, fino a trovare unanimità sulla versione, e, contemporaneamente, una strana euforia, mista a stupore, per il fatto di riconoscere tutti lo stesso pezzo – contemporaneamente – nei pensieri dell'altro

Arrivati in ufficio vedemmo che nella colonna di destra di repubblica, posto dedito al cazzeggio giornalistico, erano apparse foto di simpatici lemuri distribuiti a crocchi, al centro di gabbie, come dire, in raduno. Stranamente non erano finite nel tempo di una digestione da click nel dimenticatoio da cui erano uscite, ma erano rimaste, persistevano, le gallerie si ampliavano, qualcuno iniziava a scriverci dei post. Pareva che i lemuri non mangiassero, né dormissero. Sembravano ipnotizzati. Gli occhi grandi e lucidi fissi nel vuoto. Le code ritte all'aria, immobili. Pareva bisbigliassero tra loro. Solo che nessuno sapeva se i lemuri bisbigliassero: si sapeva che urlavano.

Nessun commento stupido, nessun fake o troll che serpeggiasse nei commenti.

Alcuni postarono su you tube i bofonchi dei lemuri: non erano inutili suoni, era una melodia.
Yes, Dance of the Cosmo Aliens.

Più li sentivamo cantare, più forte e più persistente si faceva la musica tra i nostri pensieri.
Il pezzo si disarticolava e si ricomponeva, contemporaneamente, nella testa di tutti.
Perfino i broker chiusi davanti ai loro schermi ebbero qualche sussulto mollando i monitor per qualche secondo.
I lemuri avevano violato anche la loro mente, la più difficile, la più lontana dal corpo, completamente connessa al mainstream mondiale.

Poi ci si aprì nella mente come un microfono a tutto volume, sovrastante lo stupore.
“Umani, siamo molto sconfortati. Molti e molti tentativi sono andati a vuoto. Secoli e secoli di idee, imbeccate e chiaroveggenze pare che siano andate perdute. Abbiamo cercato di mostrare sensatezza e gentilezza, ma con rammarico, non è più tempo.
Do lettura del dispositivo:
<<É decisione unanime del consiglio di gestione terricolo che sia ora di entrare nella fase due del programma di riorganizzazione delle risorse umane.
Nonostante alcuni importanti risultati della prima trance, come il linguaggio, la pittura e la danza, non siamo più in grado di gestire alcuni sbalzi dovuti, sostanzialmente, all’interferenza fra possesso e identità che sta generando un cortocircuito planetario in grado di provocare forme di autolesionismo non più contenibili attraverso la cooperazione psichica fino a qui sperimentata.
A tale scopo abbiamo intercettato l'asteroide 1998 QE2 in orbita vicino alla terra, agganciandolo telepaticamente nella sua orbita neutrale e deviandolo verso una più profittevole, al fine di poterlo trasferire a pieno titolo come selezionatore base a nome della compagnia terricola.
A tale scopo è stato indirizzato verso una delle più potenti sorgenti di distorsione mentale da noi rilevate. Gli occupanti di Roma, Palazzo Chigi, nel dettaglio, sono invitati a considerare la loro posizione attuale nel quadro di una operazione più ampia di revisione delle competenze e delle responsabilità.
Il consiglio terricolo di Lemuria.>>
Cari umani, è forse tempo che un poco di saggezza piova, come si suol dire, dal cielo.”

Fine del contatto.

Una nuova musica, più melodica, si sprigionò tra le nostre orecchie.

...Mine came true
Yours will too
All you have to do is dream …

Ci catapultammo fuori con le idee confuse, ma quella musica in testa, con gli occhi per aria.

Dal monte stella si vedeva benissimo, come un raggelante colpo di fuoco in marcia nel cielo, l'asteroide in discesa a velocità incredibile verso l'orizzonte sud.
Dall'ultima finestra del palazzo invece gli occupanti increduli vedevano avanzava una piccola macchia lucente, da cui si apriva un cono d'ombra, ogni secondo, sempre più grande, fino a toccare i lembi più lontani del cielo.
Dal monte stella non si vide molto di più, ma dopo il boato assordante, con le orecchie che fischiavano, sentivamo ancora quella musica.
Dove fino a un istante prima si trovava Enrico Letta, capo del governo di larghe intese, si apriva una spaventosa voragine. Dall'enorme cratere si levavano nubi di fumo nero.

Harmonices Mundi

Dai banchi del governo, il Presidente del Consiglio leggeva il discorso di presentazione della finanziaria 2014.

L'emiciclo di Montecitorio era completamente vuoto.

Il nuovo regolamento della Camera, approvato all'unanimità pochi mesi prima, prevedeva solo riunioni in videoconferenza. Gli onorevoli seguivano e votavano da casa, via Intranet, attraverso una rete locale controllata dal Ministero dell'Interno, con notevole risparmio per l'erario.

Il centro di Roma era deserto, recintato: "zona rossa" presidiata dalle autoblindo dell'esercito e da pattuglie mobili dei corpi di polizia. Gli abitanti erano stati invitati a non uscire di casa. Comunque quasi tutti erano già sfollati nelle seconde case in località di villeggiatura, perché non si sa mai.

Dal cielo, per ora, solo il rombo degli elicotteri. In lontananza, dalla periferia della città, si udivano provenire paurosi boati e colonne di fumo nero si levavano all'orizzonte. Stava accadendo qualcosa laggiù. Difficile sapere cosa, perché le telecomunicazioni erano state temporaneamente oscurate e Internet funzionava poco e male, evidentemente per intervento della polizia postale e dei servizi. Ma eravamo riusciti ad intercettare la linea Intranet del ministero, e dalla nostra base potevamo seguire la seduta del parlamento; ammesso che la si potesse ancora chiamare così.

I passaggi principali del discorso di Letta erano commentati da tonanti applausi preregistrati. Licenziamento di metà dei dipendenti pubblici (applausi). Chiusura di un terzo delle scuole e di un terzo degli ospedali (applausi). Abolizione dello statuto dei lavoratori (applausi). Nuova legge molto più restrittiva sullo sciopero, sui sindacati, sulla stampa (applausi), innalzamento a 80 anni dell'età pensionabile (applausi), e ancora tagli, tagli, tagli... Aumento dei finanziamenti alle scuole private. Applausi. Aumento delle spese militari. Applausi.

Arrivato al passaggio sulla chiusura dei Conservatori, Letta si interruppe. C'era un sostantivo tedesco, Sphärenmusik. Cosa diavolo voleva dire? Certo, il testo del discorso era arrivato solo un'ora prima da Francoforte, e la segreteria aveva dovuto farlo tradurre in fretta e furia. Ma caspita, pensò il Presidente del consiglio, questo significa lavorare col culo. Anche lì bisognerà licenziare...

Letta non riuscì a completare il pensiero, interrotto da un fatto improvviso e incomprensibile. Gli altoparlanti della Camera, al posto degli applausi finti, avevano iniziato a diffondere il Capriccio n. 24 in la minore per violino solo, di Niccolò Paganini.

Che stava succedendo? Mentre Letta e gli altri componenti il governo si guardavano intorno, disorientati, la musica fu sovrastata da un sibilo acutissimo, che si faceva sempre più forte.

Dopo il boato assordante, con le orecchie che fischiavano, sentivamo ancora quella musica.

Dove fino a un istante prima si trovava Enrico Letta, capo del governo di larghe intese, si apriva una spaventosa voragine. Dall'enorme cratere si levavano nubi di fumo nero.

#OCCUPYKALIYUGA

#OCCUPYKALIYUGA

Papà era del ’54. Emiliano di nascita e temperamento. Aveva attraversato, più o meno indenne, i ’70 in perenne bilico tra PCI ed extraparlamentarismo. Perchè in Emilia ciò che stava a sinistra del PCI era visto un po’ come l’Ing. Amedeo Bordiga ai tempi della III Internazionale: #fumonegliocchi. E la memoria storica di quei posti ancora tramandava ai figli dei figli il discorso che Il Migliore fece a Reggio Emilia nel ’46: "Ceto medio ed Emilia Rossa, ovvero non cagate il cazzo che la rivoluzione nun la vedete manco cor binocolo".

Io sono del’81. Emiliano di nascita e temperamento. Ho attraversato,più o meno indenne, la stagione dei Social Forum e del Movimento di Seattle, in perenne bilico tra gruppuscoli della sinistra libertaria e il bunker di camera mia. Dove di nascosto da tutti i compagni leggevo Lenin e ascoltavo black metal. E mi crucciavo che questi non fossero compatibili con la bandiera nera: #blackmetalerivoluzione, #occupy-inti-illimani.

Fondamentalmente mi piace cagare il cazzo. A tutti. Indistintamente. Ai compagni e ai camerati. Perchè in fondo voglio bene a entrambi. Solo che loro non lo capiscono. Ecco, avete presente Marcello Gallian? E’ uno dei pochi che mi stanno simpatici. Solo che questo mio estro. Questa mia attiduine. Mi porta a collezionare un sacco di lividi.

Per dire, ho rishiato grosso la scorsa settimana. Quelli di AZIONE MUTANTE MILITANTE avevano difatti organizzato un flash mob davanti al Maxxi di Roma. Il Museo ospitava la prima visita pubblica di Enrico Letta. Il nuovo premier del governo di larghe intese. Una specie di Ebert in versione 2.0. Appoggiato, come sempre accade in questi casi, dai ruderi socialdemocratici e liberali.

Non volevo perdermi l’azione e quindi mi sono unito ai compagni. Più che altro perchè volevo vedere se anche questa volta arrivavano i Frei Korps a buttarla in caciara. Che poi, vabbè, valli a trovare una Rosa Luxembourg 2.0 tra quelli di AZIONE MUTANTE MILITANTE. Tutt’al più trovi laureati in Scienze della Comunicazione con gli occhialoni spessi e il mito di Debord.O Deleuze. O di entrambi. Che magari la prossima volta è meglio se scegli Lettere Classiche. E infatti io un giorno glielo dissi a Daniele, il capoccia dei MUTANTI. Che secondo me le cose che scrivevano sui muri erano un po criptiche. Mica le capivamo. Noi masse in perenne ricerca di illuminate avanguardie capaci di sedurci. E difatti per tutta risposta il buon Daniele mi rifilò un festoso schiaffone situazionista. Ad invitto monito: #this-is-materialismo-dialettico

Ma non divaghiamo.

Davanti al Maxxi quel giorno c’era un doppio cordone di poliziotti in assetto anti sommossa che impediva ogni margine di manovra. I MUTANTI arrivarono alla spicciolata. Vestiti bene. I capelli tagliati di fresco. La barba fatta. Al posto degli occhialoni con la montatura spessa si erano messi le lenti a contatto. Sembravano quasi normali.

Arrivarono facendo finta di nulla. Alla spicciolata. Ignorandosi. Fischiettando.

Ma ad un tratto si levò il grido di guerra. Il peana rituale al dio della guerra: “LA VOSTRA CRISI NON LA PAGHIAMO”. E vai con il lancio di gavettoni di piscio verso i poliziotti.

Da fuori era tutto molto bello: gli SLAYER macinavano War Ensemble nelle mie orecchie. Sul maxischermo allestito per seguire le cerimonia, Giovanna Melandri, novella Dolores Ibarruri incoronata regina del MAXXI, sorrideva e annuiva. I MUTANTI gettavano buste di piscio sul cordone di poliziotti. Giovanna Melandri continuava a sorridere. I poliziotti si coprivano con gli scudi. Letta dal palco parlava della priorità da dare agli investimenti in cultura e ricerca. Giovanna Melandri annuiva. Letta si scusava. Nessuno capiva con chi. La puzza di urina, silenziosa, dilagava.

All’improvviso calarono sulla scena, alla spicciolata e vestiti bene, anche quelli del BLOCCO MUTANTE. Quelli del BLOCCO MUTANTE erano i cuginetti stronzi dei MUTANTI MILITANTI. Si vestivano di nero. Tricologicamente non erano messi molto bene. E avevano questo vizio di citare sempre il Duce e il socialismo nella stessa frase. Sarà per questo che i MUTANTI MILITANTI non li sopportavano. Che essendo tutti laureati in Scienze della Comunicazione notavano che in queste citazione c’era qualcosa di sbagliato. A livello semantico. A livello di immaginario. Si trattava difatti di un qualcosa di tremendamente sbagliato. E allora spesso glielo spiegavano. A cazzotti.

Però io volevo bene pure a quelli del BLOCCO MUTANTE perchè, a parte il vestirsi elegante ed apprezzare quella #musica-irrazionale-e-borghese che piaceva tanto anche a me, pure loro tifavano socialismo. Magari virato in nero. Magari un po' verticista. Ma noi masse, inesperte e non ancora ben educate a dovere, mica stiamo a guardare il pelo nell'uovo.

E insomma quelli del BLOCCO MUTANTE si compattano, a testuggine, e iniziano pure loro a gridare “NON MORIREMO UNA RATA ALLA VOLTA”. E poi via a tirare pure loro i gavettoni. Pieni di piscio pure questi. Che tra l’altro loro ce l’hanno sempre avuto nel dna questo mito del lancio del pitale.

E mentre l’urina vola, la Melandri se la ride di gusto. Letta continua a parlare di scuola del merito. I poliziotti continuano a ricevere colate di urina sugli scudi. Gli Slayer continuano a suonare nelle mie orecchie. E tutto sembra immobile. Come sempre. Da 15 anni a questa parte.

La battaglia continua. E nel mentre cerco di dirigermi verso l’accesso del Maxxi dedicato ai giornalisti accreditati. L’idea è quella di godermi lo spettacoo dalla barricata opposta. Perchè a breve BLOCCO e MUTANTI avrebbero iniziato a darsele di santa ragione. #In-the-name-of-opposti-etremismi. E sinceramente non bramavo altri lividi.

Le guardie che presidiano l’ingresso per la stampa chiedono, gentilmente, il tesserino.Et voilà: ecco materializzarsi, in tutto il suo splendore, il mio tesserino da pubblicista. Guadagnato con fatica dopo anni e anni di gavetta nella redazione di “Gregor Samsa Collective: cinema, contaminazioni e opposizione sociale retrò”. A qualcosa era pur servita, dunque, la laurea in Scienze della Comunicazione.
Guadagno quindi l’entrata.

Con passo deciso mi dirigo quindi verso le casse che trasmettono le dolenti e accorate parole di Enrico Letta. Premier del governo delle larghe intese. Il Firedrich Ebert 2.0. E mentre Giovanna Ibarruri Melandri sorride: Bleep.

Letta continua a muovere la bocca ma nessuno sente più nulla.
Giovanna Melandri smette di sorridere.
I poliziotti, rinfrancati dall'improvviso silenzio, iniziano a marciare contro il BLOCCO MUTANTI.
Il BLOCCO e i MUTANTI se la danno di santa ragione.
E nell’aria esplode l’urlo di Tom Araya: “Sport the war, war support. Waaaaaaaaaaaar”.
E tutto lentamente inizia a crollare sotto i nostri piedi.

Dopo il boato assordante, con le orecchie che fischiavano, sentivamo ancora quella musica.
Dove fino a un istante prima si trovava Enrico Letta, capo del governo di larghe intese, si apriva una spaventosa voragine. Dall'enorme cratere si levavano nubi di fumo nero.

Racconto

2013: Odissea nel governo Letta

“Io, Platone, sono la verità”.
“Rossore di vergogna di Platone; baccano indiavolato di tutti gli spiriti liberi.”

Capitolo I
Colonia Italia; Galassia Europa.

La riunione organizzata nella sala “Governissimo di unità nazionale per le larghissime intese cordiali e coloniali” era una di quelle importanti. Si doveva discutere infatti di come procedere alla definitiva formalizzazione della svolta autoritaria, attuata ormai da decenni in maniera silenziosa e più o meno nascosta. Ma adesso era diventato indispensabile un cambiamento ufficiale delle regole di comando; da tempo infatti era stata avvistata una misteriosa meteora, che viaggiava libera nello spazio senza che si riuscisse a neutralizzarla. Per bloccare questa minaccia erano state infatti tentate tutte: inizialmente, sicuri che avesse un reggente o un capo, si era provato a comprarla; in seguito, si tentò di relegarla in un piccolo spazio galattico gentilmente concessogli; infine, una volta rilevato che ognuna di queste misure era destinata al fallimento, si era deciso semplicemente di distruggerla. Ma per farlo era necessario che si aumentassero i poteri dei reggenti. Se circolavano dicerie sul fatto che il meteorite fosse popolato da una differente forma di vita rispetto a quella abitante il pianeta, noi sappiamo per certo che essa era in realtà il luogo dove si dirigevano tutti coloro i quali riuscivano a scappare dal dominio, psicologico e di fatto, esercitato nella colonia. Essi avevano lì creato una società completamente alternativa, che valorizzava delle parole oramai vietate nel Regno Italia quali relazioni sociali, comunità, natura e che viveva di auto-organizzazione. Potete immaginare da voi con quanta preoccupazione erano viste queste idee! Si temeva soprattutto la possibilità che esse potessero diffondersi tra i lavoratori della colonia, risvegliando memorie ormai assopite da decenni. Se infatti i governanti, e più in generale i ricchi, potevano vivere nell’agio e nella comodità era grazie al lavoro di queste moltitudini che abitavano nelle bidonville create a distanza siderale dal castello. Vi chiederete perché allora tutte queste persone accettassero una situazione che, vista dal di fuori, sembra improponibile. Il punto è che da decenni era stata messa in atto una vera e propria “politica del linguaggio e della memoria” che aveva fatto in modo che tutti si scordassero di ogni avvenimento della storia passata che poteva suscitare delle domande riguardo alla situazione presente. Parole come “conflitto sociale”, “lotta di classe”, “diritto all’autodeterminazione”, erano né più né meno che vietate. In altri casi, non potendo vietare completamente il loro utilizzo, si era pensato di farle cambiare totalmente di contenuto. Per esempio, la parola “libertà” veniva oramai tradotta con “libertà di aprire un’impresa” o “libertà di lavorare a qualunque tipo di condizione”.
Ad ogni modo, per questi ed altri motivi, la riunione aveva fatto il pienone. Erano infatti presenti tutti coloro che dovevano assicurare che la popolazione accettasse le decisioni da prendere non solo con rassegnazione, ma con vera e propria convinzione. La parola d’ordine era sempre la stessa ovviamente: lavorare sul linguaggio. Comunque, la tavolata era così organizzata. A capotavola vi era il monarca, re Giorgio, che poi tutti in realtà sapevano essere solo il reggente di questa periferica colonia. Ma le apparenze andavano mantenute. Era seduto su una comoda poltrona, i braccioli di legno erano rivestiti da soffice seta orientale e si dondolava avanti indietro, con un movimento ipnotico e soporifero che molti consideravano parte integrante della strategia di “pacificazione”. Francamente, era uno spettacolo ripugnante. Se normalmente la vista di un vecchietto riempie il cuore di dolce tenerezza, vedere tutte le persone presenti pendere dalle labbra di questo anziano decrepito era qualcosa da gelare il sangue. Alla sua destra vi era il neo nominato Primo Ministro del Re, tale Enrico Letta, di discendenza illustre. Catapultato nel suo ruolo dopo una lunga vita di viscidume insipido, ora poteva finalmente provare l'ebbrezza del comando, tranne per il fatto che in realtà non comandava un bel nulla, ma l’importante è che tutti lo trattassero con riverenza, “come se”. A seguire vi era tutta la sfilza dei ministri, che vi risparmierò, uno perché vi assicuro che non era un bello spettacolo, due perché non è assolutamente facile descrivere dei personaggi così secondari e anonimi. Mi limiterò a presentarli ove ce ne fosse bisogno. Oltre la squadra di governo al completo, vi erano tutti coloro i quali avrebbero dovuto assicurare il pieno controllo delle reazioni della popolazione. In particolare, vi erano molti membri illustri della stampa, tra i quali spiccava un certo Scalfari, vecchio compagno ed esegeta del re, e tutti i rappresentanti delle maestranze cittadine, giunti alla riunione in incognito. Infine, vi erano i rappresentanti di quelli che una volta erano chiamati i “padroni”, parola interdetta dal linguaggio e dai dizionari di tutta la colonia, a causa delle antiche reminescenze che avrebbe potuto provocare. Sarebbe forse possibile mettere in evidenza alcune differenze di pensiero e di percorso tra i vari presenti: ma a che scopo? Infatti i ¾ erano stati folgorati sulla via di Damasco e avevano accettato in toto la dottrina di comando che, con il solito artificio linguistico, veniva comunemente chiamata “Liberale”, nascondendo la sua vera natura coercitiva. L’altro quarto manteneva una parvenza di discorso social-democratico, ma non metteva in causa niente. Erano più che altro frasi-slogan, del tipo “rimettere il lavoro al centro dell’agenda”; ma poi, non scordiamoci che parliamo di una colonia! Gli unici ad avere voce in capitolo erano i padroni. In effetti tutte queste messe in scena e tutte le misure da prendere non avevano che come obiettivo spingere la popolazione della colonia ad accettare qualsiasi cosa loro gli avessero offerto. Accettare e ringraziare.
Ma torniamo alla riunione. Le discussioni vertevano dunque su questa formalizzazione autoritaria e sulla maniera in cui affrontare l’incredibile minaccia dell’asteroide. Il primo a prendere la parola fu tale Angelino Alfano: “Illustrissimi e profumatissimi colleghi, non credo si possa indugiare un momento di più. Il popolo è pronto ad accettare qualsiasi cosa, purché venga chiamato coi suoi giusti nomi. Credo che sia dunque giusto mettere a punto delle riforme per cui la Monarchia possa fare uno scatto verso una maggiore fiducia. Ho già pronto il testo di riforma, eccolo qui. Si intitola “riforma per la democratizzazione delle istituzioni”. Il miglioramento della governabilità del Paese sarà evidente e immediato. Al Monarca saranno infatti donate piene capacità di agire, così permettendo a tutti di potersi esprimere attraverso la sua persona e non più attraverso la propria. Per il suo tramite sarà dunque garantito nel migliore dei modi lo spirito democratico che anima tutti noi.” Detto ciò torno a sedere. Sarà stata la forza con cui disse le parole o il fatto che fossero di difficile comprensibilità ma un silenzio tombale avvolse la sala. Sappiamo, da tutti i reperti che abbiamo raccolto di questo mondo ormai scomparso, che questo Angelino Alfano era di certo brutto. Qualcuno arriva a definirlo deforme, cosa a cui noi non ci spingiamo perché le fonti più affidabili concordano e si fermano alla bruttezza. Egli era il mandatario di Silvio Berlusconi, il quale meriterebbe almeno altre 50 pagine di racconto e sul quale non ci dilunghiamo. Dopo qualche minuto, fu proprio il Primo Ministro del Re E. Letta a prendere parola. “Carissimi colleghi, carissimo Alfano, prima di spiegare ciò che penso della sua proposta vorrei fare una premessa. Ricordo a tutti che, nonostante che le apparenze possano ingannare, io mi sento un uomo di centro-centro-sinistra con variante a destra liberal-socialista democratica e, come logica conseguenza, sono adepto della più ferrea logica economica neoclassica. Se la sua proposta mi sembra adeguata è semplicemente perché è anche una “nostra proposta”. Essa sarebbe perfetta per combattere in maniera efficace la minaccia dell’asteroide che pesa su tutti noi. Ci permetterebbe di prendere con più agevolezza quelle misure che noi tutti qui riteniamo necessarie. Infatti, sebbene abbia a più riprese sottolineato agli abitanti del regno come questo meteorite non sia nient’altro che un covo di orribili creature, sanguinolente, che si nutrono dei loro propri figli, esso sembra nondimeno riscuotere un certo consenso. Mi chiedo d’altronde se i nostri amici incaricati del lessico stiano lavorando adeguatamente. Più crescita, rimettere il lavoro al centro dell’agenda!” Sebbene quest’ultima esclamazione possa apparire fuori luogo, il lettore deve sapere che i membri del Partito di Letta avevano convenuto di chiudere ognuno dei propri discorsi utilizzando questo slogan. Il perché è difficile da stabilire, probabilmente era semplicemente una maniera per “buttarla in caciara”.
Ad ogni modo, dopo questo discorso fu proprio Scalfari a prendere la parola: “Nel caso una misura del genere fosse approvata, noi saremo pronti a definirla nei giusti termini. Di certo non è colpa nostra se l’attrazione per quella meteora si espanda clamorosamente. Noi l’abbiamo sempre definita come il covo di pericolosi anarco-insurrezionalisti riciclati dagli anni di Piombo. Io suggerirei inoltre di apporre nuovi divieti lessicali. Ho rimarcato che ultimamente stia prendendo piede un’abitudine malsana. Non vorrei allarmarvi ma …”; a questo punto si fermò guardando un punto fisso dinanzi a sé. La tensione era palpabile, il presidente degli “industriali” cominciò a tremare dall’ansia, finché Scalfari non aggiunse: “classi sociali”. “Ed è per sottoporvi questo problema”, aggiunse, “che ho convocato qui nel castello uno di quei poveracci a cui sembra stia tornando la memoria.”

Capitolo II
Paco il Tuttofare

Paco si dirigeva con andatura ciondolante e fedele stanchezza verso la mèta, aveva cominciato a salire la famosa scalinata Spread all’incirca verso le II/LL, il che voleva dire che era arrivato quasi alla fine. La lentezza del suo ritmo era in parte imputabile alla sua scarsa prestanza fisica, a sua volta imputabile ai fantastici fagottini con le aringhe che faceva donna Rosa sua moglie, ritenuti una prelibatezza in tutto il quartiere di Fondo delle Pulci dove vivevano ormai da tempo. Non saprei dire da quanto. Paco era un essere alquanto sempliciotto che si potrebbe riassumere con una delle sue perle di saggezza “Sono stanco perché ho dormito troppo”, insomma un pigro anche se alle volte dotato di grande forza di volontà: due aspetti difficili da riscontrare nello stesso carattere. Era proprio questa forza di volontà che gli venne in soccorso nel momento della difficile arrampicata (anche le promesse fatte alla moglie, che aveva quasi fritto e cucinato la totalità delle aringhe presenti nel mar di Cacca per fargli ottenere il tanto agognato colloquio da tuttofare, lo spingevano ad andare avanti). < andiamo Paco che ci siamo quasi, svoltiamo a destra e ci riposiamo a 325 punti per un piccolo fagottino>, così il pigro e volenteroso Paco si diceva, per incoraggiarsi nello sforzo. Arrivato a 325 punti come stabilito, aprì lo zainetto e sgranocchiò il suo piccolo premio e, guardandosi intorno, vide una trentina di persone distese per terra mezze morte dalla fatica. Erano tutti poveracci che aveva visto al colloquio con il “ Medio”, in parte li conosceva, alcuni come lui venivano dal Fondo delle Pulci, altri da Fondo della Quaglia, mentre una decina mai visti suppose che fossero provenienti dalle zone ( piccoli quartieri a cui neanche ci si sforza di dargli un nome).
Per ottenere il contratto settimanale da Tuttofare si doveva prima affrontare il colloquio con il “Medio” e, se si veniva scelti, cosa che con qualche raccomandazione non era difficile (ricordiamoci i famosi fagottini di donna Rosa) si accedeva alla scalinata Spread che era di certo la parte più complicata. Nessuno sapeva bene da dove era spuntata un simile costruzione architettonica le cui dimensioni ci fanno presumere come minimo YTR anni di lavoro, ma qui iniziano i misteri perché nessuno aveva mai visto delle impalcature o operai, e questo aveva generato tutta una serie di chiacchiericci: che fosse stato un gigante a calarla? o magari caduta dal cielo? fatto sta che quando i “Competenti” si pronunciarono a favore della scala i chiacchiericci terminarono; e tutti cominciarono anche a voler un po’ bene al nuovo colosso. Le imponenti dimensioni erano ovviamente funzionali ad un chiaro obiettivo (una regola che non ammetteva discussione nel Regno Italia) infatti lo Spread doveva selezionare i futuri lavoratori settimanali all’interno del Palazzo. Chi non riusciva ad arrivare a 575 punti, quindi alla fine della scalinata, veniva scartato senza troppe chiacchiere; per tutto il tempo dell’arrampicata vigeva il fair play, una regola spiegata con magistrale serietà e chiarezza nel manuale del “ Piccolo Tuttofare”, che recitava : “Nell’ arrampicata allo Spread ognuno può correre con tutte le proprie forze per superare tutti gli altri concorrenti, ma se si facesse strada a gomitate o spingesse per terra uno dei suoi avversari questa sarebbe una violazione del fair play”, ovviamente questa lungimirante regola non presuppone nessun tipo di aiuto nei confronti di altri concorrenti, non ci deve essere alcuna attenzione se un concorrente affoga nel suo vomito o si caga le budella (le due tipologie di morti più frequenti nell’arrampicata).
Paco non mangiò tutta la sua merenda perché sapeva bene che questa avrebbe potuto appesantirlo e creare dei problemi al suo sprint verso i 575 punti. Rifocillato e soddisfatto, il pigro e volenteroso Paco si apprestava, con un balzo di certo non felino, a superare i 326 punti. Ma proprio mentre riappoggiava la zampa su questo scalino qualcosa attirò la sua attenzione: infatti c’era un vecchio, o almeno cosi sembrava (non si poteva di certo capire bene). Egli era un ammasso di stracci informi, grigi e marroni con un cappello anche questo marrone dalla quale spuntavano solo alcuni fili di capelli grigi: sempre per mantenere l’accostamento. Non era l’abbigliamento della massa informe a stupire Paco, infatti quella era la tipica divisa che si poteva incontrare dappertutto a Fondo delle Pulci (Paco e donna Rosa riuscivano a vestirsi con maggior decoro solo grazie alle abilità culinarie di quest’ultima, per maggior decoro si intende un camicia blu con pantalone beige per Paco, e un vestito nero per donna Rosa) e neanche l’attività che stava facendo “l’uomo straccio” aveva di per sé niente di assurdo, ma a Paco sembrò in quell’istante come un poco esagerata. Infatti la cosa informe era riversa su una macchia di vomito da un diametro di circa tre metri, e con la manica del maglione, anche se è veramente un grande concessione definirlo in tal modo, tentava di ripulire l’orribile macchia. Il pigro e volenteroso Paco guardava dall’alto e con interesse la scena che avveniva ai 323 punti e ad un tratto la massa informe alzò la testa di qualche centimetro. Era un vecchio all’incirca sulla sessantina, stimò Paco, cosa che era già un bel traguardo a Fondo delle Pulci; aveva una faccia scavata e occhi come dei bottoni neri ma per il resto non aveva nessuna particolarità, insomma simile a tante altre facce. I due piccoli bottoni si spostarono come delle armi telecomandate verso l’osservatore, accompagnate da una vocina rauca < O Egregio non si preoccupi di certo, giammai lascerò la ben più piccola macchiolina di sporcizia sullo Spread>; Paco capì subito che il vecchio era stato colpito come tanti scalatori dello Spread dal “reflusso vomitorium”, in parole povere soffocamento da vomito. In questi casi non c’è proprio niente da fare, ma allora chissà per quale motivo Paco gli chiese < Ma lei come sta, tutto bene?>, una domanda veramente stupida da fare in un simile frangente. Il braccio di stracci si interruppe dallo sporco lavoro e la vocina rauca disse < Si egregio lo so di certo in senso antiorario, le confido che è proprio con tali attività che sono riuscito a prendere un muto ventennale a tasso variabile del 5%>; ma Paco già non ascoltava più, si guardava la mano tremante con orrore, e non gli ci volle più di un secondo per capire che stava sopravvenendo uno dei sui attacchi.
Una simile scocciatura non ci deve portare a dedurre che il nostro amico soffrisse di una salute cagionevole, tutt’altro, anche se sovrappeso e poco avvezzo alle attività sportive Paco aveva sempre goduto di un ottima condizione fisica. “Gli Attacchi” si erano presentati da un po’ di tempo, ma da quanto Paco non sapeva proprio dirlo. Le prime volte si erano manifestati come dei suoni che gli rimbombavano nella testa: in poche parole sentiva delle voci. Queste ripetevano delle parole di cui Paco non conosceva il significato o forse non lo conosceva più. “ Nei rapporti di denaro, nel sistema di scambio sviluppato (e questa parvenza seduce la democrazia) i vincoli di dipendenza personale, le differenze di sangue, di educazione ecc. in effetti sono saltati, sono spezzati (i vincoli personali si presentano per lo meno tutti come rapporti tra persone); e gli individui sembrano entrare in un contatto reciproco libero e indipendente (questa indipendenza che in se stessa è soltanto e andrebbe detta più esattamente indifferenza) e scambiare in questa libertà; ma tali essi sembrano soltanto a chi astrae dalle condizioni, dalle condizioni di esistenza nelle quali questi individui entrano in contatto (ove queste condizioni sono a loro volta indipendenti dagli individui, e sebbene prodotte dalla società, si presentano per così dire come condizioni di natura, ossia incontrollabili da parte degli individui)”. Il pigro e volenteroso Paco che non eccelleva come abbiamo visto in nessuna attività fisica e tanto meno in ambito intellettuale, non riusciva a trovare alcuna spiegazione a tali voci che affliggevano il suo sonno di norma tanto rilassato; e decise quindi come qualsiasi persona afflitta da un qualsiasi tipo di disturbo di consultare l’economista di famiglia ovvero il signor Boldrin. Era davvero difficile poter incontrare un essere così competente come Boldrin, il suo curriculum non lasciava spazi a dubbi per quel che riguarda la sua competenza in ambito economico, competenze acquisite nei quindici anni di studio al prestigioso istituto di “CI CAGO”: fatto sta che i suoi consigli riuscirono a far ritrovare il sonno a Paco. “Gli Attacchi” però sembravano avere come una volontà propria che consisteva nell’affliggere Paco il più possibile. Infatti, come se volessero parlargli di qualcosa, questi, anche se di rado, cominciarono a far sentire la loro presenza di giorno.
Paco continuava ad osservare “L’uomo straccio” che con gli ultimi spasmi di vita tentava di pulire i residui di vomito e malediceva quel vecchio che riteneva la causa generatrice sia della sua imperdonabile distrazione e sia dell’ “attacco”. Tuttavia, sapeva anche che la totalità della colpa era imputabile esclusivamente a lui ed alla sua fottuta curiosità verso quel vecchiaccio. Erano cinque minuti che era fermo a 326 punti, gli mancavano esattamente 249 punti per arrivare alla mèta finale (ricordiamoci che la scalinata spread finiva a 575 punti) e “ L’Attacco” ormai incombeva su di lui: classi sociali, Plusvalore , uno spettro di aggira per l’Europa; “ L’Attacco” proseguiva inarrestabile: proletari di tutto il mondo unitevi, lotta di classe, rivoluzione proletaria e infine il loro socialismo consiste appunto nell’affermazione che i borghesi sono borghesi- nell’interesse della classe operaia. Paco era sopraffatto ma proprio quando vedeva sfumata la possibilità di diventare un Tuttofare del Palazzo, si sovvenne dei consigli dell’illustre Boldrin ovvero, che per contrastare questi “Attacchi” insistenti era necessario ripetere delle piccole parole rassicuranti. Così il pigro e volenteroso Paco iniziò a ripetere le parole rassicuranti “Reagan,Thatcher,Friedman” e ancora “ Thatcher, Friedman, Reagan” e l’esercizio di rassicurazione cominciò a funzionare veramente. Così Paco colse la palla al volo e con andatura ciondolante e fedele stanchezza si diresse verso la mèta, anche se sentiva come una specie di bruciore alla stomaco, come se gli “attacchi” avessero gettato delle bombe nel suo essere cosi tranquillo e rilassato.

< Un giro a destra, otto a sinistra, ancora sei a sinistra e infine uno a destra: e voilà il gioco e fatto> il pigro e volenteroso Paco leggeva e ripeteva meccanicamente le operazione scritte (con bellissima e pragmatica calligrafia) sul suo piccolo libretto delle istruzioni, un simpatico rotolino di carta che veniva dato a tutti quelli che superavano la scalinata “Spread”, e spiegava i compiti che i Tuttofare come Paco dovevano svolgere giornalmente. I libretti, e quindi i relativi compiti, potevano cambiare di giorno in giorno o anche di ora in ora, in modo tale da rispettare il principio condiviso universalmente della flessibilità. < Benissimo quindi adesso una piccola spinta e questo coso si dovrebbe aprire>; il “coso” a cui si riferiva Paco era il grande portone della stanza “debito pubblico”. Il compito del nuovo addetto era infatti quello di pulire un piccola sezione della suddetta stanza, una vera e proprio sfortuna per essere il primo giorno di lavoro. Rispettando le previsioni di Paco il cancello cominciò a scricchiolare e ad aprirsi lentamente e, scattante come un bradipo alle prime luci del mattino, il nostro nuovo Tuttofare legò le stringhe della propria tuta ai ganci che sbucavano dal pavimento. I ganci servivano a tutelare il malcapitato di turno che si trovava a dover pulire una delle sezioni della stanza “debito pubblico”, infatti questa sala era battuta da dei forti venti costanti di ignara provenienza e direzione, che rendevano impossibile a chiunque tenersi in posizione eretta. Risulterebbe inutile tentare di fare un qualsiasi tipo di descrizione di tale stanza, le dimensioni restano ignare; era proprio per questo che si pulivano solo ed esclusivamente delle piccole sezioni che dovevano essere ispezionate dai “competenti”. Con la parte posteriore del corpo sollevata da terra per colpa dei venti, il pigro e volenteroso Paco cominciò a pulire e, non erano passati nemmeno cinque minuti che era già zuppo di sudore. Ad un tratto la corda che l’assicurava al suolo cominciò a flettersi ed a tirarlo al di fuori della stanza. Paco però era troppo stanco per chiedersi cosa fosse, quindi si abbandonò con inerzia alla forza che lo portava all’esterno, poggiando la fronte sul pavimento e cospargendo di sudore tutto quello che aveva pulito (che non era poi molto). Una volta fuori si trovò di fronte l’uomo medio. Paco non poteva sapere se era lo stesso del colloquio perché erano tutti uguali, infatti questo come quello visto poco fa era composto da un ammasso di sfere grigie di forma ovale e non aveva il volto. La voce cominciò ad uscire non si sa da quale parte (perché non si vedevano cavità) e l’uomo medio disse < Il signor Paco di fondo delle Pulci?>; il pigro e volenteroso Paco rimase un po’ basito e disse < si si, sono proprio io >, < Benissimo Signor Paco, mi usi la cortesia di seguirmi: lei è stato convocato>. Paco restava sempre più basito ma era ancora troppo stanco per analizzare la situazione e quindi seguì senza indugi l’uomo medio. Fu portato di fronte ad un grande cancello, grande quasi quello della stanza “debito pubblico”, quando l’accompagnatore gli fece cenno di entrare. Paco non tradì le pretese dell’uomo medio ed entrò. Appena varcato il cancello, fu abbagliato da una luce bianca e dopo qualche secondo capì che tale luce era emanata da una sfilza di “competenti”. Si maledì per non aver chiesto informazione all'uomo medio: infatti gli ci volle ancora qualche minuto per rendersi conto di essere finito in un assemblea di “competenti” e che uno di questi si rivolgeva proprio a lui.

Capitolo III
Il Dialogo

Scalfari guardò dall’alto il piccolo e grottesco individuo che era entrato e lo invitò a piazzarsi in piedi al centro del tavolo. Fu proprio a quel punto, che uno tra i presenti, l’illustrissima Fornero si alzò indignata bofonchiando: “ E’ una vergogna. E’ sporco! Oggi sto in tailleur.” Letta, sconvolto dall’apparizione, colse l’occasione per rivolgersi all’ospite: “Che lavoro fa lei?” “Reverendissimo Signore, oggi ho appena conquistato un contratto settimanale da tuttofare”, rispose Paco balbettante e impaurito. Dalla sala si alzò tutto un rumoreggiare di voci disgustate, “oh mio Dio che schifo! Quest’uomo è un garantito”, diceva qualcuno, “beh, deve considerarsi certamente fortunato” diceva qualcun altro.
Una volta il silenzio ristabilitosi, il profumatissimo Letta, con fare paternalistico carezzò dolcemente la testa di Paco (ovviamente il tutto era completamente innaturale) e affermò: “Tu sai che qui siamo tuoi amici? In un certo qual modo veniamo tutti dal Fondo delle Pulci, stiamo tutti sulla stessa barca. Arrivando al motivo del nostro colloquio, abbiamo assistito a una sua esitazione ai 326 punti della scalinata spread che è francamente imperdonabile. Lei non merita ragazzo! Ad ogni modo, noi pensiamo che questa sua esitazione sia dovuta a certe parole che le formicolano nella testa. Questo ci è stato confermato dal nostro fedele cane Boldrin.”
Paco ansioso e preoccupato, fu disgraziatamente e incredibilmente, colpito proprio in quel momento da uno di quelli attacchi spaventosi, ed incominciò a declamare al centro della sala: “I comunisti sdegnano di nascondere le loro opinioni e le loro intenzioni. Dichiarano apertamente che i loro fini possono esser raggiunti soltanto col rovesciamento violento di tutto l'ordinamento sociale finora esistente. Le classi dominanti tremino al pensiero d'una rivoluzione comunista. I proletari non hanno da perdervi che le loro catene. Hanno un mondo da guadagnare.
PROLETARI DI TUTTI I PAESI, UNITEVI!”
Detto ciò, come in preda a un raptus, Paco si scagliò con violenza contro il neo Primo Ministro Enrico Letta tentando di staccargli il naso a morsi e urlando “Porco! Porco!”; nel frattempo, Re Giorgio, estremamente commosso, si mise a piangere invocando pacificazioni e improbabili compromessi storici. Come il lettore potrà immaginare, la rivolta di Paco durò veramente molto poco. Dopo essere stato circondato da una sfilza di uomini medi chiamati immediatamente dai padroni fu bloccato e condotto nelle segrete.

Conclusione

Il giudizio di condanna a morte fu inevitabile e inesorabile. Nel suo raptus ( qualcuno nella colonia cominciò a pensare che fosse premeditato) il volenteroso Paco aveva ucciso tre uomini medi e due competenti, e quindi non poteva sperare in un atto di grazia, e di certo neanche lo desiderava. Sopra il patibolo Paco sembrava molto meno grottesco che nella sua salita allo Spread. Mentre poneva la testa sul ceppo aspettando la mano gelida del padrone, il giullare di corte Brunetta, lui si grottesco e mostruoso, farfugliava "Brutto e cattivo, sei la peggior specie di indigeno che avremmo mai potuto governare. Invece di ringraziarci per averti guidato, mordi la mano di chi ti sfama" ; detto ciò, a Paco fu richiesto di baciare una copia del Fiscal Compact, un oggetto misterioso venerato nella colonia e direttamente inviato dal centro della galassia. La popolazione di Fonde delle pulci e delle altre bidonville si era radunato al luogo dell’esecuzione. Per evitare che costoro ritenessero l’evento una condanna a morte Enrico Letta salì su un palco e cominciò dicendo < Miei cari, so che questo evento possa sembrare violento, ma non vi fate ingannare dai populisti. La morte di costui avrà come logica conseguenza l’aumento di fiducia da parte delle altre galassie. Fa parte dei nostri compiti a casa ed è solo colpa vostra se ciò accade>. Nel pieno della sua grandezza Enrico Letta si accorse di uno strano ronzio ed alzò il capo, ed ecco che lo vide: era fottuto. L’asteroide tanto temuto era infatti diventato enorme, si potevano quasi distinguere le sagome dei suoi abitanti. Allora si rese conto di quanto le dicerie fossero vere: sull'asteroide viveva una vera e propria società. Cantavano e ballavano gioiosi mentre si dirigevano diretti sul palco del primo ministro. La musica che menava le danze si sente sempre più forte, “ la nostra patria è il mondo intero, la nostra legge è libertà e un pensiero ribelle in cuor ci sta”… lo schianto fu inevitabile. Dopo il boato assordante, con le orecchie che fischiavano, sentivamo ancora quella musica, dove fino a un istante prima si trovava Enrico Letta, capo del governo di larghe intese, si apriva una spaventosa voragine. Dall'enorme cratere si levavano nubi di fumo nero.

Racconto: i meritevoli

I meritevoli

Spazio, prima frontiera, anno 2035.

- C’hai mai pensato Carlo? Viste dall’alto le differenze non esistono. - Il soldato scelto Antimo Corso continuava a far roteare il bicchiere tenendolo stretto in mano. Sapeva benissimo che acqua e olio non potevano mescolarsi, ma quel movimento, bolle gialle bolle bianche, rompeva la monotonia della stazione orbitante. Bevve dal beccuccio il liquido delle 16.00: acqua minerale e olio di datteri.
- Non è roba che m’interessa. Ho altri cazzi in testa. – Replicò il sottotenente Carlo Babatunde. Distaccato, gli occhi fissi sul monitor, non si voltò neppure. Il discorso del Triumvirato lo teneva ancorato allo schermo, la trasmissione era in mondovisione.
Antimo cercò di sbattere il bicchiere sul tavolo. L’assenza di gravità frenò il braccio, la rabbia: - Ehi nigher! Non è perché t’hanno dato lo ius soli che puoi fare quello che ti pare!
Carlo rise di gusto, si girò: - Ti annoi così tanto da perderti nel buon razzismo d’annata?
- Almeno adesso mi stai ascoltando.
- Che stronzo sei!
- Lo sai che mio nonno era leghista, è una questione di genetica. È inevitabile, sei un negro, è mio dovere fartelo notare.
- Allora, dai, signo’ se ti metto a posto carrello di spesa mi dai monetina?
Carlo s’alzò dalla postazione, lentissimo, tentò impacciato d’inginocchiarsi. Il soldato scelto allargò le braccia: - Va bene, va bene, poverino, però non lo posso fare sempre, c’è la crisi! Tò, tieni, vai con Dio! – Antimo finse di avere la moneta tra le dita, mimò l’attimo in cui pollice e indice si aprono per scaricare il soldo e la coscienza.
- Grazie signo’, grazie, lei tanto buono…
I due esplosero nella risata corale.
L’auricolare gracchiò fastidioso: - Qui Roma Fiumicino, Mona Lisa, mi ricevete? Qui Roma Fiumicino, Mona Lisa, mi ricevete? Qui Roma Fiumicino, Mona…
- Ecchecristo! Sì ti riceviamo Fiumicino, cristo, che c’è!?- Carlo tornò in posta-zione.
- L’asteroide… è a due ore dal punto stabilito.
- Lo so, lo so. Mi dovete chiamare ogni quarto d’ora per dirmi cose che già so!? Già la tensione mi fa prudere, ci mancate voi dalla Terra.
- Sa com’è, non vorremmo che quel sasso finisse sulle nostre case… è la legge internazionale sulla difesa dei cieli. Tocca a noi. Non credo di doverle ricordare che la Comunità europea ci ha costretti a risolvere la grana da soli proprio perché l’asteroide scenderà in piazza San Pietro…
- Cazzi nostri, sì, sì. Gli è andata di lusso al resto del mondo che quel coso non è più grande di una 500 e le devastazioni colpirebbero solo il centro Italia. Ma non poteva pensarci il Papa, o al più Dio?
- Beh nei Patti Lateranensi c’era una clausola sulla gestione dei cieli… sapete quelle scritte in piccolo…
- Ma per il regno dei cieli non hanno l’esclusiva loro?
- E che ne so io?
- Complimenti, comunque i contratti vanno letti prima di essere firmati. Coglioni!
- Moderi i termini sottoposto! Non è colpa nostra… nessuno di noi esisteva a quei tempi.
- Vabbè comunque ci avete scaricato tutta la merda addosso. Per questa missione andavano bene due negri. Cazzo ci fa qui dentro questo bianco? - Carlo strizzò l’occhio ad Antimo.
- Abbiamo scelto due italiani.
- Sì, italiani quando vi fa comodo!
- Siete i due italiani col maggior quoziente intellettivo che alle simulazioni han-no ottenuto il punteggio più alto.
- Strano per un ex monetizzatore italonigeriano e un ex impresario di pompe funebri bresciano. – Carlo sorrise: - Un ventennio di triumvirato e guarda cosa ci tocca fare: salvare il Vaticano dall’armageddon.
- Non nominate il triumvirato invano!! Vi va bene che la comunicazione è schermata.
- A Fiumicinooo! Raccontami altre balle. Non m’importa una sega di quel trio di buffoni, anche se ci ascoltano i Servizi Segreti della Privacy noi siamo teoricamente già morti. I detriti dell’esplosione ce li prendiamo in bocca noi, mica voi!
- Non si azzardi più a dare dei buffoni ai capi del Triumvirato. È grazie a loro se l’Italia è rientrata nei parametri EuroStat. Guardi che la dittatura di larghe intese del ’15…
- Ma non era un Governo di larghe intese? – Interruppe Antimo.
- …ha fatto cose buone per il nostro paese.
- A parte le leggi di Razionalizzazione, vero? O dovrei chiamarle col loro vero nome: leggi razziali? – Incalzò Carlo.
- Non stiamo qui a parlare di politica ora, dobbiamo salvare il Paese!
- Eh no bello non cambiare discorso solo perché sto parlando dei tuoi capi. Se quei tre non avessero copiato il compitino dalla Totally States of America vi-vremmo lo stesso nel bel paese? Siamo i soliti ultimi, con tutte le dittature che ci sono sulla Terra, noi stiamo sempre in coda: nemmeno il male sappiamo inventare!!
- Colpite il bersaglio. Attenti alla Luna. Sbriciolatelo. Diventerete eroi. Siamo certi che non ci deluderete. – Meccanico nell’elencazione, l’uomo tagliò la conversazione. L’impiegato della Torrecontrollo di Fiumicino si stava attenendo al protocollo dissensi verbali.
- Dai rispondimi stronzo, le Interprivatizzazioni? l’Immunità Burocrati, il Ministero per le Mediazioni Ideologiche, le Scuole d’Inviolenza, il Divieto di Nascita? Tutte cose buone… e quella boiata della Demigrazione degli Immeritevoli, eh? Il 10-100-100.000: meno di dieci anni di cittadinanza, quoziente intellettivo inferiore a 100, reddito sotto i 100.000 euro e sei fuori… Per colpa di quella cazzo di Graduatoria dei Meriti i miei genitori se ne sono dovuti tornare in Africa e io sono stato costretto a rimanere in Italia!
- Passo e chiudo. – Interruppe l’impiegato.
Carlo battè il pugno sulla plancia di comando. Un altro colpo lento, rabbia senza forza: - Bastardi! Bastardiiii!
- Inutile, ha chiuso la comunicazione. – Disse Antimo scuotendo la testa.
Carlo, gli occhi gonfi e lucidi: - Sono dieci anni che guardo i miei da un monitor… ‘sti bastardi… non ti rispondono mai, anche se stanno alla base della Graduatoria dei Meriti non sanno mai un cazzo. Ripetono solo quelle quattro procedure che gli hanno insegnato
- E noi? Ti ricordo che stiamo lavorando per loro.
- Non più.
- Che minchia dici?
- Noi colpiremo l’asteroide. Ma sbagliando mira.
- Cosa??
- Il simulatore d’impatto ha ricalcolato il punto dell’asteroide da colpire. Tutti i frammenti si fonderanno nell’atmosfera e solo il nucleo colpirà l’Italia. Roma. Il triumvirato.
- Sei del Fronte degli Italiani Immeritevoli, vero?
- Bingo!!!
Antimo abbassò lo sguardo: - L’ho sempre saputo, sai!? Ho seguito tutte le vostre azioni. – Rialzò gli occhi: - Ma non ho mai avuto le palle per unirmi a voi…
- Sei con me, ora?
- Non ho un cazzo da perdere, sì, ci sono. – Un tentennamento: - Ma tutte quelle persone?
- Quelli sono solo i Meritevoli, dopo la crisi del ’29 in Italia sono rimasti solo loro. Non ci perdiamo nulla. E poi il pezzo di asteroide colpirà il palco. Ci lasceranno le penne solo i gradi più alti della Graduatoria.
- Ma sono esseri umani!
- Mi spiace Antimo, avevi torto. Anche da lontano, anche dallo spazio, le differenze restano.
- Allora ridammi la monetina, non te la meriti, fratello.
Il sottotenente avvicinò il braccio al palmo aperto del soldato scelto. La moneta invisibile non cadde. I due, invece, si strinsero la mano a sigillo dell’alleanza e dell’intento comune. Il sorriso di entrambi fu la loro firma congiunta.

Ore 18.01

Dopo l’impatto con la bomba, dal vetro blindato della stazione orbitante Mona Lisa, l’asteroide sembrò più piccolo di un pallone di calcio. A contatto con l’atmosfera del Pianeta diventò un fuso di fuoco.
Entrambi sapevano: entro pochi minuti la stazione sarebbe stata fatta esplodere con il sistema di autodistruzione comandato dalla Terra. Semplicemente un tasto rosso da premere.
Carlo attivò il parlascrivi per dettare gli ultimi appunti dell’impresa:
- Spazio, prima fontiera.
Eravamo a decine di chilometri sopra l’Italia. Mentre dal nostro monitor in presa diretta con Piazza San Pietro, il triumvirato GrilLettAlfano tranquillizzava il Popolo dei Meritevoli in merito alla sicurezza del Paese, il sottotenente Babatunde Carlo e il soldato scelto Corso Antimo procedevano alla distruzione dell’asteroide MK ULTRA. Un’interferenza di provenienza ignota, una musica (identificata poi nel Va’ pensiero di Giuseppe Verdi) con imprevista potenza, s’insinuava nel sistema di lancio della bomba, modificando una variabile relativa alla traiettoria. L’asteroide non veniva completamente distrutto come pianificato. Un frammento superava la barriera atmosferica, raggiungendo il palco su cui il dittatore gregario Enrico Letta conferiva ai Meritevoli gli esiti della politica dell’inviolenza applicata alle menti dei riottosi Immeritevoli che lo scorso mese avevano oltrepassato i confini della nazione. Il Letta veniva colpito in pieno petto. Venti gerarchi, tra cui i dittatori master Angelino Alfano e Giuseppe Grillo, morivano sul colpo per l’esplosione generata dall’impatto.
La missione pertanto risultava pienamente riuscita.
Dalla stazione orbitante, prima che questa esplodesse secondo procedura, il Fronte degli Italiani Immeritevoli salutava con dito medio levato la fine del Triumvirato.
Qualche attimo prima che la morte ci cogliesse, dal nostro monitor, dopo il boato assordante, con le orecchie che fischiavano, sentivamo ancora quella musica.
Dove fino a un istante prima si trovava Enrico Letta, capo del governo di larghe intese, si apriva una spaventosa voragine. Dall'enorme cratere si levavano nubi di fumo nero.

FELICITAZIONI

FELICITAZIONI

Il buio fu squarciato da fasci di luce accecante.
Migliaia di persone, strette le une alle altre, fermarono il vocio alzando gli occhi al cielo. L'astronave scese lentamente al centro della piazza, dal portellone uscirono le sagome di cinque umanoidi coperti da tute e caschi spaziali.

L'impianto diffuse con violenza i primi accordi di tastiera accolti da un boato. Mentre l'astronave si spegneva, la boy band guadagnava il palco e iniziava il solito show. Saltavano goffi in quelle tute di stagnola, seguendo vagamente il playback con le loro chitarre e tastiere a tracolla, luci laser e macchine spara-fumo facevano il resto.

*

Giustammano, ventimila abitanti, cintura nord di Torino. L'evento è l'inaugurazione del nuovo centro commerciale, pare, il più grande d'Europa. Come giornalista seguivo il concerto dall'area-vip, a lato del palco.

Una festa iniziata nel pomeriggio all'apertura delle porte con le autorità locali in pompa magna e un mare di gente da ore ai cancelli. Centomila metri quadri votati alla merce, due supermercati e una galleria con oltre cento servizi commerciali di ogni tipo.
Nel corso della giornata attrazioni per famiglie, una lotteria con ricchi premi e cotillons, la comparsata di qualche volto noto televisivo e, udite udite, la visita del Primo Ministro Letta, già a Torino per inaugurare il deposito bagagli della nuova stazione di Porta Susa.
Visita annunciata per il primo pomeriggio, nel disinteresse generale, e rimandata più volte per una serie di imprevisti occorsi al Ministro. A dopo il comico di Zelig, poi a prima del concerto finale. Infine: “se il Premier vorrà ancora onorarci della sua illustre presenza – l'annunciatore tra l'indifferenza della gente – ebbene l'arrivo per quella che a noi è gradita benedizione, è annunciato alle ore ventitré, subito dopo l'esibizione del gruppo.”

Il concerto era all'aperto nella grande arena interna al centro commerciale. Cinquemila persone si muovevano a tempo col playback indicando all'unisono il cielo. Dalla mia posizione privilegiata avrei potuto intercettare Letta al suo arrivo, presentarmi come giornalista, avvicinarlo.

*

Il motivo del mio racconto è proprio questo. Non già i fatti, ormai noti alla cronaca, l'asteroide e tutto il resto. Ma il mio trovarmi così vicino a poter chiedere conto di qualcosa, senza intermediari, avere il modo di riparare a qualche torto. Pensai a un libro letto in gioventù, la biografia di Giovanni Passannante. Il futuro non è scritto, mi dicevo.

*

Ricordo l'imbarazzo degli organizzatori a fine concerto. Dietro il palco un vociare di: non risponde al telefono, riprova, ho chiamato ora la sua segreteria.
Il gruppo salutò la folla tra gli applausi. Il palco rimase illuminato, vuoto.
Il Primo Ministro Letta è trattenuto per un imprevisto, pertanto non potrà presenziare alla cerimonia. E' sicuro, assessore? E' sicuro. Qualcuno dovrà salire sul palco e annunciarlo al pubblico, sono tutti in attesa.

Il pubblico era immobile, occhi fissi al palco, nella speranza di un bis. Un silenzio denso come tra lampo e tuono. Poi il boato, fumo. Il panico. All'inizio nessuno pensò a un asteroide. La zona fu evacuata e il palco messo in sicurezza: lievi danni alla struttura e nessun ferito.

Tornai a casa con le orecchie che fischiavano e scrissi il mio pezzo. Essendo l'unico giornalista presente avevo una sorta di esclusiva. Quando lo inviai, a notte fonda, il direttore mi chiamò: “la visita di Letta è rimandata a domani mattina, vai, abbiamo il gancio per un'intervista. Sarà una cerimonia chiusa, per la stampa. Loro si fanno pubblicità con la storia dell'asteroide, noi dobbiamo battere il ferro finché è caldo.” Presi dei sonniferi e un cognac per dormire.

*

Ho un sogno ricorrente. Vago in un paese assolato, lontano da casa. Vedo mio fratello in un cortile con un giocattolo di legno ma non lo riconosco. Allora decido di fuggire, rubo un auto e guido come un folle, piangendo, ma i comandi non rispondono. Fatico. Quando esco di strada il sogno si fa cosciente. C'è una ragazza bruna sul sedile accanto, a forza le apro le gambe e cerco di avere un rapporto con lei. So che sto sognando ma non sempre mi riesce. Ho letto che sognare di morire vuol dire morire.

*

Passò la notte, poche ore dopo ero di nuovo in quel luogo.
Blindati della polizia e molti agenti tutt'attorno al centro commerciale. Un piccolo presidio ambientalista esponeva uno striscione. Tutto tra il regolare via vai di clienti. A loro l'entrata principale era interdetta ma non sembravano curarsene. Scendevano dalle loro auto e si dirigevano al secondo ingresso senza far caso all'apparato di Polizia schierato.
Mostrai il pass, un omone pelato con l'auricolare mi fece segno di avvicinarmi. Un urlo mi fece voltare, diversi poliziotti stavano trascinando un ragazzetto gracile col volto tra le mani. L'uomo mi fece un secondo segno più insistente. Mentre entravo alle mie spalle partì una carica contro il presidio. All'interno c'era aria condizionata, odore di vinile e canzoni pop giovanili alla radio. Dove la sera prima era caduto il meteorite avevano montato una pedana a coprire il buco, un lavoro spiccio in deroga alle norme di sicurezza.

Il Ministro salì sulla pedana di fronte a davvero poche persone. Pochi minuti in favore di fotografi e giornalisti, uno spot.
“Pensate se fossi venuto ieri” esordì Letta. “Dicono che la possibilità di essere colpiti da un meteorite è di una su un milione”. I presenti annuirono mal celando scaramantici gesti.
“Anzi, sono nel posto più sicuro al mondo: la probabilità che succeda due volte nello stesso luogo è pressoché nulla.”
“Ebbene è un momento importante per il paese di Giustammano e per l'Italia...”
Eccetera, eccetera. Aspettavo il momento dell'intervista. Il mio momento.

Ripensavo a tutto il sangue visto nelle piazze, all'austerità e all'impotenza. Pensavo a questo tempo infame, a tutte le persone viste piangere senza possibilità di appello. Pensavo soprattutto alla mia indignazione di persona oppressa e alla mia inutilità di giornalista che scrive “misure necessarie” o “questione di ordine pubblico”. Termini come stabilità e progresso, quella neo-lingua questurina che dice sfollagente i manganelli e parla di “alleggerimento” dei manifestanti quando sono presi a calci in faccia. Con dentro una buona dose di quella “leggerezza” avrei guardato negli occhi l'uomo che di tutto ciò è garante, sono certo, avrei avuto il coraggio. L'avrei afferrato e avrei urlato, non so l'effetto della mia voce, non posso immaginare il suono della mia rabbia, avrei urlato: vergogna!. Nient'altro. Vergogna!

*

Le sue ultime parole furono: bisogna guardare al futuro con cauto ottimismo.

Dopo il boato assordante, con le orecchie che fischiavano, sentivamo ancora quella musica.
Dove fino a un istante prima si trovava Enrico Letta, capo del governo di larghe intese, si apriva una spaventosa voragine. Dall'enorme cratere si levavano nubi di fumo nero.

Scrivo questa mia memoria

Scrivo questa mia memoria per consegnare alle future generazioni la verità che oggi non può venir intesa. La mia speranza è che questa non vada perduta. Importanti informazioni ricadrebbero nello stesso oblio da cui le abbiamo sottratte con così tanta fatica; l’umanità non avrebbe la possibilità di conoscere la verità sull’avvenimento che sconvolgendo il nostro pianeta, le ha donato una nuova speranza di rinascita. Conscio (o piuttosto speranzoso)del fatto che chi sta leggendo non ha ricordo della nostra vita di oggi su questo pianeta, cercherò, nel tempo che mi rimane, di dar conto, nella maniera più chiara possibile, di ciò che è successo.
Sono trascorsi oramai 503 anni da quando per la prima volta venne sperimentata, quella che è divenuta la forma apparente di gestione del potere a livello mondiale. Questo successe nella capitale della penisola in cui io sono nato, l’Italia. Venne formato il primo governo delle Larghe intese, Enrico Letta ne fu il primo presidente. Quello che sembrò essere inizialmente un esperimento, talmente sprezzante dell’intelligenza del popolo da risultare quasi comico, si rivelò un sistema vincente. Tant'è che nei decenni successivi venne esportato in tutto il mondo. I diversi gruppi rappresentativi del popolo rinunciarono formalmente a entrare in conflitto fra loro. Si proclamò una leale collaborazione per il bene collettivo. Furono scelti come membri del governo personaggi placidi e asserviti a quello che sarebbe diventato l’Olimpo. Diedero così vita a questo nuovo spettrale organismo, chiamato governo delle larghe intese. La scommessa era pericolosa perché obbligava a rinunciare a quell'inganno in cui si traevano gli elettori: credere che i gruppi rappresentativi fossero realmente portatori di differenti valori, e che lo scontro fra essi servisse a raggiungere il benessere collettivo. Con questo collaudato meccanismo d’illusione si rese sterile per decenni ogni tentativo di cambiamento. Ciò nonostante si optò per il cambiamento. Il rischio che un sempre maggior numero di persone, perduta ogni tentazione di delegare ad altri poteri su sé stessi, agisse in maniera autonoma e collettiva, venne dapprima soffocata con violenza, e successivamente scongiurata definitivamente obnubilando le coscienze.
I governi si succedevano perpetuando sempre se stessi. Ben presto si radicò nella mente del popolo che l’unica via non potesse che essere quella della pacificazione incarnata da questi governi. Testimonianza della progressiva forza esercitata da quest’ idea sulle menti è l’incapacità, crescente negli anni, dimostrata dai pensatori dell’epoca, di riconoscere, come dietro quella calma apparente, mostrata dai governi delle larghe intese, si condensasse un potere demiurgico nelle mani di un ristretto gruppo di persone. Gruppo di persone che sarebbe stato conosciuto (da quelli che si posero la questione della sua esistenza) come l’Olimpo. Il degradamento dell’istruzione (che ben presto sfociò in dilagante analfabetismo), le sostanze chimiche nel cibo, il pervadente uso di pubblicità furono fra le principali cause dell’ assoggettamento all'ideologia della stasi e della calma. L’umanità così ottenne una pace coartata in cambio della propria libertà. Ma l’arma più penetrante e invadente fu la musica. Forse è necessaria una piccola digressione, dato che la musica per il lettore potrebbe esser tornata a svolgere quel compito che, in base ai dati da noi raccolti, svolse dagli albori dell’umanità fino ad alcuni secoli fa: intrattenimento ed esaltazione dello spirito. Grazie ad alcune nobili e coraggiose menti (e allo sforzo di chi tramandò a questi negli anni passati, le informazioni da loro possedute) sono riuscito ad avere una nebulosa immagine di cosa la musica fosse stata per i nostri predecessori. Se ciò che è contenuto nei cartacei è vero, i governi delle larghe intese si sono, non solo resi colpevoli di aver asservito gran parte della popolazione del pianeta, ma di aver privato essa di uno strumento in grado di sollevare le loro anime dalle privazioni in cui essi stessi le sprofondarono. La musica è stata, ed è utilizzata, per imbrigliare gli slanci dell’animo umano, a placare, affievolire ogni sentimento di ribellione e risentimento. La musica è servita a rendere flebile e ovattato ogni stimolo naturale. L’uomo è stato privato della possibilità di percepire puramente stimoli esteriori. Dapprima furono riprodotte in ambiente esterno, sinfonie capaci (secondo gli studiosi del tempo) di affievolire l’animosità. Con il progredire della tecnica, e la creazione dei sistemi sottocutanei, la manipolazione si rese adattabile ai singoli processi mentali. Venivano, e vengono, riprodotte melodie congruenti con lo stato emotivo del singolo soggetto, capaci di mutare al mutare dell’intensità della sensazione provata. Viviamo oggi con un incessante motivo di sottofondo, che accompagna la nostra vita, capace di smorzare qualsiasi sentimento. La quasi totalità del la popolazione del pianeta vive la propria vita inconsapevole di cosa sia il silenzio. Attraverso un comune senso si sterile concordia si è domata e sottomessa un intera razza, privandola di ogni slancio emotivo, uniformandola e rendendola incapace di reagire vivacemente. Si è riusciti nell'intento di trasferire quelle qualità peculiari dei governi delle larghe intese all'intero genere umano, al fine di asservirlo e renderlo docile alla volontà dell’Olimpo.
Tale paralisi ha fatto affogare l’umanità tutta nell'oceano di ignoranza in cui era già da tempo fatta sprofondare. Infatti l’insegnamento fu mantenuto al solo scopo di individuare le migliori giovani menti. Queste venivano istruite nel solo campo della scienza e della tecnica. L’insegnamento ai restanti terminava nel momento in cui la selezione si realizzava. Così si creò un popolo pronto ad essere sottomesso alla implacabile volontà dell’Olimpo, attraverso i placidi comandi dei governi delle larghe intese.
Per quanto mi riguarda, sono stato fra i pochi della mia generazione ad essere istruito. Come tutti, istruito nei soli campi della tecnica e della scienza. Mi sono rivelato una fra le migliori menti della mia generazione. Mi è stata data la possibilità di scegliere in quale campo applicarmi. Scelsi il campo dell’astrofisica. Di conseguenza mi trasferii nella più importante stazione orbitante della Terra. Mi piace pensare che inconsciamente la scelta sia stata dettata dalla ripugnanza per quella che era la vita sulla crosta terrestre. Qui ho potuto condurre a compimento i miei studi sulla dislocazione della materia, attraverso quelli che i membri dell’Olimpo, volgarmente chiamano, buchi neri. Questo fu il mio più grande successo in campo scientifico. Nella stessa stazione realizzai però scoperte ugualmente importanti. Conobbi una mente sopraffina, il mio mentore. Mi iniziò ai segreti della storia, così pervicacemente celati. Ricercando clandestinamente fummo in grado di ricostruire le informazioni contenute in questo scritto.
Non dimenticherò mai il momento in cui, dopo esser riuscito a disattivare i sistemi sottocutanei, in uno di quei rari e incommensurabili momenti di libertà dal giogo musicale, guardai, dall'alto della stazione orbitante, la bellezza del nostro pianeta. Blu, bianco e verde. Una sensazione mai provata m’invase il petto, il fiato mi sembrò sfuggire dai polmoni per andare a prendere d’assedio il cuore, che inizio a picchiare violentemente. L’unica musica nelle mie orecchie erano le sferzate del mio sangue. Allora decisi. Restituire la libertà perduta ai miei compagni recidendo le redini che ci imbrigliavano. Il segnale per agire provenne dalla fonte più inaspettata: dallo stesso governo delle larghe intese da cui tutto iniziò, 5 secoli addietro. Fu nominato come capo del governo di larghe intese di Roma Enrico Letta. Concludere tutto nella maniera in cui tutto era iniziato. Decisi di utilizzare la stessa conoscenza che loro stessi si erano cosi preoccupati di farmi apprendere. Una piccola pioggia di meteoriti si sarebbe abbattuta sulla luna da lì a pochi mesi. Meteoriti più che sufficienti, se ben indirizzati, a colpire i punti nevralgici della rete dei governi di larghe intese, Olimpo compreso.
La speranza risiede nelle future generazioni, la mia, oramai resa cieca e sorda a qualsiasi tipo di riflessione razionale, non può trarre nessun beneficio da questo scritto. Le prossime, forse, potranno vederci un esempio: un urlo liberatorio, stretto in un nero silenzio congelante. Ma ciò che importa più di tutto, oggi, è che dopo il boato assordante, con le orecchie che fischiavano, sentivamo ancora quella musica. Dove fino a un istante prima si trovava Enrico Letta, capo del governo di larghe intese, si apriva una spaventosa voragine. Dall'enorme cratere si levavano nubi di fumo nero.

Tifiamo Asteroide

LETTA

Il cancello si aprì e l’auto cominciò a risalire il vialetto in direzione della villa. Aveva appena smesso di piovere, e il silenzio improvviso, interrotto dal suono dei penomatici sulla ghiaia bagnata, risvegliò l’uomo dal suo torpore. La notte era anonima e nera. La luce dei lampioni sufficiente a far riconoscere il percorso.
L’auto si fermò ai piedi di una scalinata. L’autista scese, girò intorno alla macchina e andò ad aprire la portiera del passeggero. “Buonanotte Presidente” disse.
L’altro ricambiò il saluto e si avviò verso il portone. Ripercorreva nella memoria le immagini viste poco prima in televisone. Intorno a lui, sugli angoli della casa, gli addetti alla sicurezza si scambiavano messaggi in codice. Dalle stanze della cucina proveniva un lontano sottofondo di musica classica.
“Presidente” disse l’addetta alla servitù non appena lo vide metter piede nella hall. “La sua cena-”
“Non adesso Mariella” la interruppe l’uomo.
La donna non disse nulla. L’uomo controllò le lancette dell’orologio in fondo alle scale. “Per cortesia, avverta la signora che salirò in camera più tardi”. Poi raggiunse una porta sul lato opposto del salone e si sottrasse alla vista dei presenti.
All’interno dello studio le luci si accesero all’istante. I dipinti appesi alle pareti sembravano osservarlo. C’erano sculture d’epoca romana appoggiate su piedistalli di granito, pile di documenti che fuoriuscivano dalle cartelle ammassate sulla scrivania.
L’uomo si fermò davanti a un busto di Giulio Cesare e passò le dita sulla corona d’alloro. Premette con forza su una delle foglie e sentì come risposta, sul lato opposto dello studio, il clac della libreria che si distaccava dalle pareti. “Non voglio essere disturbato da nessuno e per nessuna ragione” disse all’interfono. Era comparso un ascensore alle spalle della libreria. L’uomo vi entrò.
Anche questo, il quel tempo oramai passato che sempre più maliconicamente ricordava, aveva fatto parte di una precisa e grandiosa ritualità: lo scendere nelle viscere della terra, dieci, venti metri sotto le fondamenta della villa, dove ad aspettarlo c’era l’esatta geometria delle sale e delle strumentazioni in esse contenute. Anch’esso come tutto parte del grande sogno perfetto, dei bagni crioconservativi, delle sedute radianti, dei raggi azzurri e delle notti passate al galactofono.
“OCI” disse rivolgendosi all’acciaio delle pareti.
“Buonasera Presidente”.
“Accendi gli schermi liquidi e prepara la vasca crioconservativa”.
“Niente trattamento dermoriduttivo questa sera, Presidente?”
L’uomo guardò il pavimento ruotare e le pareti dividersi, la vasca scendere dalla cavità che si era aperta nel soffitto: “niente trattamento” disse.
“Come preferisce Presidente”.
Era una voce femminile, calda e profonda. Ma anche, in una qualche impercettibile e – col tempo se n’era andato sempre più convincendo – fastidiosa maniera, metallica. Risultato a sua volta di un obiettivo mai realizzato. Un progetto, quello della donna ideale, mai portato a termine, e nel nome del quale erano state organizzate feste e cene a cui i suoi collaboratori avevano condotto ogni volta i soggetti selezionati. Divertente, misteriosa, sensuale, timida, ma anche briosa, superficiale, oca, troia. La donna perfetta doveva essere tutto e il contrario di tutto.
L’uomo entrò con lentezza nella vasca, e il pube, al contatto col liquido, s’irrigidì leggermente.
Ma prima di tutto questo c’era stato anche dell’altro.
C’era stato, in primo luogo, il progetto della base sotterranea da cui ogni cosa avrebbe dovuto essere organizzata: il sogno coltivato fin da bambino, quando chiuso nell’armadio dei genitori, con la pila a penzoloni dalla bocca, leggeva le storie della Marvel immaginando che un giorno sarebbe diventato Bruce Wayne.
Poi, cos’era successo poi?
Poi i bagni crioconservativi si erano rivelati incapaci d’interrompere la vecchiaia, il galactofono non era riuscito a farlo parlare con Dio e i raggi azzurri non l’avevano spinto oltre i margini dell’universo.
“E adesso anche questo” mormorò, ripensando al video del capo del governo che usciva da un ristorante dandosi il cinque con un leader della sinistra. “Il cinque!”, ringhiò. Come se non fossi stato lui, lui!, il primo a introdurre il principio dell’informalità negli apparati di governo…
“Presidente” disse la voce di OCI, “la prego, si rilassi. Cerchi di non pensare più a nulla”.
L’uomo riappoggiò la nuca alla base della vasca e chiuse gli occhi. Ecco, piano piano. Piano piano la mente si stava distendendo. Piano piano tutto stava ritornando sotto controllo.
“Amoreeeee? Amoruccio sei lì?”
Maledizione. L’uomo riemerse dal liquido e schiacciò il pulsante sul bordo della vasca. Ma non aveva detto a Mariella che non voleva essere disturbato da nessuno?
“Cara”, disse cercando di mantenere il tono della voce più pacato possibile, “sono nello studio, ho ancora del lavoro da fare”.
“Ma amoruccio… Io qui da sola mi annoio”.
L’uomo riprese fiato. “Guarda la televisione, tesoro, leggi una rivista, fatti le unghie, poi quando vengo su mi racconti dove sei andata a fare shopping questa settimana. Sei andata a fare shopping giusto?”
La voce sembrò essere rimasta sorpresa dalla domanda.
“Sì che ci sono andata”.
“E allora!, non hai comprato tutte quelle cosine di cui mi parlavi sempre?”
“Sì che le ho comprate”.
Ci fu un attimo di silenzio.
“Ma amoruccio, io senza di te non voglio più andare da nessuna parte. È da una settimana che sei a Roma. Io quando vai a Roma...” piagnucolò, “mi sei mancato da morire, e i giornali dicono che hai un’altra”.
“I giornali s’inventano le cose, lo sai”.
“Ma ti sono mancata anch’io o no?, da morire intendo.”
“Certo che mi sei mancata”.
“E perché allora non mi hai chiamata? Ero così in pensiero…”
“Ma se ti ho chiamata appena sceso dall’aereo, non ricordi? Ti ho detto d'andare a letto e non aspettarmi sveglia”.
“E invece si dà il caso che sono sveglia, sveglia sveglia sveglia”.
L’uomo sospirò.
“E va bene” disse. “Dammi un quarto d’ora ok? Intanto mettiti il cinturino con le borchie intorno al collo. Se ti addormenti ci penso io a svegliarti”.
“Lo prometti?”
“Promesso”.
“Doppia croce baciata sul cuore e ritorno?”
L’uomo tacque.
“Allora ti aspetto tra un quarto d’ora con le borchie al collo”.
“Brava”. E spense l’interfono.
‘Ci mancava anche questa’ masticò uscendo dalla vasca e dirigendosi verso il guardaroba. Alle sue spalle la piattaforma aveva ricominciato a salire verso il soffitto.
“OCI” disse, “per stasera il mio bagno finisce qui”.
“Ma presidente, il bagno crioconservativo è fon-”.
“Lo so OCI. Il bagno crioconservativo è fondamentale per mantenere il mio equilibrio cellullare. Ma cosa vogliamo farci? Evidentemente non è serata”.
“Non vuole neppure che le accenda il galactofono?” chiese la voce.
Il galactofono. L’uomo sentì un principio di rabbia riaccenderglisi nella testa. Il galactofono era stato la sua delusione più profonda. Lo strumento che avrebbe dovuto farlo parlare con dio: e invece, a parte un cenno d'assenso – come una specie di fruscio – udito una notte di molti anni prima, non aveva mai più dato segni di funzionamento.
Era dunque tutto qui? Era dunque questa la ragione per cui ogni uomo veniva messo al mondo e anelava a rimanervi il più possibile?
‘L’orrore’ ragionò avviandosi verso l’ascensore, ‘l’orrore…’
Ma al suono di quelle parole sentì rinascere dentro di sé un senso di conforto. Come se qualcosa di lontano avesse ricominciato in quel momento a parlargli. Era la certezza, provata da bambino, che ci fosse un luogo dove il bagno crioconservativo funzionava, la donna ideale esisteva e il galactofono comunicava con Dio.
“OCI” disse, “spegni l’interfono ed entra in modalità stand-by”.
Quando le porte dell’ascensore si riaprirono era in una stanzetta dal soffitto basso e dall’arredamento modesto. Da una parte c’era un tavolino in formica con sopra una serie di plichi. Dall’altra, contro un muro, il vecchio armadio dei genitori.
L’uomo si diresse verso il tavolo e passò in rassegna i plichi. V’era riportata, su di ognuno, una parola: “Bersani” lesse sul primo, e scosse la testa. Aveva passato anni a cercare di cavar fuori da quel nome un’opera di qualità. Alla fine invece si era ritrovato tra le mani una raccolta di raccontini brevi e senza spessore, che oscillavano tutti tra il farsesco e il superficiale: nulla, in confronto all’epica in quattro tomi che gli aveva saputo ispirare il suo predecessore “Romano”.
Sul plico successivo c’era scritto “Travaglio”. Era quello che negli ultimi tempi gli aveva dato le maggiori soddisfazioni. Ne aveva tratto un personaggio complesso, una sorta di supereroe sfigato ma incredibilmente cocciuto, che sfidava nemici più grandi di lui in tenzoni da cui usciva ogni volta sconfitto. Travaglio era un eroe moderno, un prometeo contemporaneo: in lotta con un potere di cui non riusciva mai ad intuire propriamente l’entità.
Vide poi il plico “Bocassini”, ma l’uomo vi distolse lo sguardo all’istante. Al suo interno l’inizio di una distopia che non aveva mai superato i primi paragrafi. Materia scottante, con cui non amava avere a che fare.
Infine sollevò l’ultimo plico, quello ancora senza nome. Prese una penna, staccò la pellicola di plastica che ricopriva l’area per l’intestazione e scrisse “Letta”.
L’idea aveva cominciato a balenargli nella testa davanti alle immagini televisive. Un principio d’ispirazione, niente di più. Ma abbastanza da cominciare a lavorarci sopra.
Ci sarebbe stato il suono prepotente di una musica, magari una delle sue canzoni. Poi sarebbe arrivato il cataclisma, la fine di tutto, lui che imbracciava il galactofono e convinceva dio a risparmiare il mondo. Dentro ci avrebbe messo i cavalieri dell’Apocalisse, le tremende oscurità dell’animo umano, la televisione, l’editoria, qualche accenno al complotto, un po’ di figa e l’annullamento perpetuo dell’imu.
Aprì l’armadio e vi entrò. Si raggomitolò alla sua base, con una pila stretta tra i denti, roteò la penna per pochi istanti e cominciò a scrivere:
“Dopo il boato assordante, con le orecchie che fischiavano, sentivamo ancora quella musica.
Dove fino a un istante prima si trovava Enrico Letta, capo del governo di larghe intese, si apriva una spaventosa voragine. Dall’enorme cratere si levavano nubi di fumo nero”.

LE STREGHE RABDOMANTI

L'aria era satura del profumo sprigionato dal bosco e dai cipressi e il sole splendeva sui colli. All’Abbazia era l’ora della pausa caffè; i ministri stavano già uscendo alla spicciolata dall’aula circolare diretti verso il giardino, dove premurosi inservienti avevano imbadito la tavola con bevande calde, spremuta fresca e croissant appena sfornati. Per il terzo anno consecutivo il governo si era ritirato sulle colline toscane, per quello che ormai era definito il Meeting di Primavera. Enrico Letta, Presidente del Consiglio, lasciò il gruppo e si diresse verso il bordo della piscina, dove soffiava una piacevole brezza, una mano in tasca mentre con l'altra reggeva lo smartphone da cui non staccava gli occhi. Credo fu in quel momento che iniziò ad accorgersi della nostra presenza, a sentire levarsi dagli alberi il nostro canto. Si guardava attorno senza capire da quale direzione arrivasse la musica. I lineamenti da rettile del suo viso non tradivano particolari emozioni. Probabilmente stava pensando alle imponenti misure di sicurezza messe a punto per l'occasione e si sentiva protetto. Anche gli altri sembravano incuriositi, ma non certo spaventati; nella loro limitata e convenzionale visione del mondo, immaginavano forse che si trattasse di qualche forma di intrattenimento organizzata per “fare spogliatoio”. Invece, il Governo era stato circondato dalle streghe.
Ci stavamo avvicinando a passo lento e cadenzato, da ogni direzione, dai boschi e dalle strade bianche che circondavano il monastero, intonando una lugubre litania. Non ricordo le parole e non saprei ripeterle; scaturivano spontanee, suggerite dall’energia delle nostre bacchette. La bacchetta era una forcella di legno che reggevamo dalla parte della biforcazione. Le aste delle forcelle vibravano, alcune piano piano, altre con violenza, tanto che le meno esperte faticavano a reggerle. La nostra guida, che ci dava l'intonazione e il ritmo, era Teodora, una donna minuta dai capelli nerissimi e i tratti orientali; la sua intesa con la bacchetta era perfetta, tanto che il loro movimento simultaneo sembrava una danza.
Teodora, come me, apparteneva alla comunità del sedicente supereroe troglodita Marco “Walden”. Già da alcuni anni, un gruppo di persone stanche della società dei consumi, seguendo l'esempio di Walden, si erano ritirate sull'Appennino Tosco-Emiliano, dove vivenano dei frutti del bosco e della terra. I seguaci di Walden erano, con sua stessa sorpresa, in costante aumento. Esistevano ormai comunità troglodite in tutto l'Appennino e una era in via di formazione sui Pirenei. Questo avveniva in un periodo in cui la gente era sempre più indolente e depressa; la disoccupazione dilagante, le frottole sull’austerità necessaria, il culto dei capipopolo, l'ansia da prestazione sociale, fomentata da televisione e social network, soffocavano intelletto e vitalità, entusiasmo e voglia di aggregazione. Alcuni riuscivano a scuotersi di dosso l’apatia cercando un nuovo modello di civiltà, e lo trovavano tra i boschi e le montagne. Lo spazio vitale dei trogloditi diventava però sempre più esiguo; niente era stato messo in atto per preservare l’ambiente, al contrario, si continuava ovunque a scavare, costruire, disboscare. Walden non sembrava preoccuparsi troppo; secondo lui l'importante era continuare a procurarsi acqua e cibo, aspettando fiduciosi la fine ormai prossima dell'Occidente. Ma un giorno comparve Teodora.
Bisogna sapere che Walden si era appassionato alla rabdomanzia, senza in realtà crederci troppo, in seguito a un'avventura che si era sempre rifiutato di raccontare; credo c’entrasse una donna. La pratica si era diffusa nella comunità e fu proprio questo ad attirare Teodora, già esperta rabdomante. La massima esperta, in realtà, dato che aveva ampliato più di chiunque altro il campo di conoscenza della tecnica. Un giorno di diversi anni prima, quando un mazzo di chiavi che stava cercando con una nuova bacchetta di faggio le era balzato addosso da sotto il divano, scoprì che attraverso la rabdomanzia era possibile non solo trovare oggetti, ma anche spostarli. Intuì inoltre che essa poteva avere altre potenzialità, oltre alla telecinesi. Diede così inizio allo sviluppo della cosiddetta rabdomanzia magica, sebbene non amasse questo termine. Secondo lei, il potere delle bacchette aveva un fondamento scientifico, anche se non sapeva dimostrarlo, e nessuno dei ricercatori che se n’erano segretamente interessati era ancora riuscito a definire il fenomeno.
Teodora scoprì a poco a poco altre peculiarità della nuova arte, ad esempio che non tutti i tipi di legno erano adatti per fabbricare bacchette, e che il faggio che si addiceva a lei non funzionava allo stesso modo per chiunque; il rabdomante doveva essere in sintonia col legno della sua bacchetta. Realizzò inoltre che le donne avevano in genere molto più talento per la rabdomanzia magica rispetto agli uomini, ma la loro abilità svaniva se erano tristi o depresse, il che la portò a formulare una confusa teoria, mai dimostrata, secondo cui il talento rabdomantico sarebbe legato alla produzione di estrogeni e serotonina nel soggetto. La rivelazione decisiva fu, però, che il potere aumentava in modo esponenziale allorquando più rabdomanti si univano con la stessa precisa volontà.
Molte di noi troglodite di Walden ci scoprimmo entusiaste streghe rabdomanti, come decidemmo di chiamarci. Ma le ambizioni di Teodora, nostra maestra e guida, si spingevano ben oltre la creazione di un'accolita di seguaci: quello che lei davvero voleva era tirare il freno d'emergenza del convoglio che stava inesorabilmente portando il popolo italiano all'annichilimento. Non c’era da confidare nella ribellione della gente, che era sì depressa, e sì, aveva paura del futuro, ma non si arrabbiava più. Quando la paura smette di tradursi in rabbia, le persone perdono volontà e capacità di reazione. Bisognava scatenare qualcosa di grosso, e lei aveva un’arma a disposizione, molto potente, tanto che perderne il controllo avrebbe potuto causare danni devastanti. Questo rischio era uno dei fattori che rendeva scettico Marco Walden riguardo le intenzioni di Teodora; come qualsiasi altro supereroe, sapeva che da un grande potere derivano grandi responsabilità e già nel 2012 aveva avuto il sospetto che il terremoto emiliano avesse qualcosa a che vedere con un importante esperimento rabdomantico, che aveva coinvolto le streghe di tutta l’Italia settentrionale. La piccata replica di Teodora fu che la sua accusa era dettata dall'invidia e che si era trattato di una coincidenza. Walden inoltre aveva ripudiato la società, e quindi sosteneva che lo stato, il governo, la politica e la rivoluzione non erano affar suo e della sua comunità. Teodora non era d’accordo; c’era bisogno di un’azione efficace e spettacolare, di un brusco risveglio delle coscienze. Il nemico numero uno, il mostro da distruggere, fu identificato nel diabolico governo di larghe intese, in cui tutti i fautori del capitalismo confidavano per mantenere lo status quo.
Tra i luminari delle specialità più disparate interessati all’attività di Teodora, c'era anche un astronomo. Fu proprio lui a partorire l’idea definitiva: un meteorite. Ne serviva uno grande abbastanza da non essere del tutto consumato dalla compressione dell'aria nell'atmosfera, e potersi così schiantare su Palazzo Chigi spazzando via Letta e il suo governo. Sarebbe servito a cambiare qualcosa? No, replicava serafico Walden, morto un Presidente del Consiglio se ne fa un altro. Ma Teodora era convinta che in ogni caso sarebbe stata una vendetta, per di più interpretata dalle folle come punizione divina venuta dal cielo e quindi dall'impatto emozionale travolgente.
Nonostante la polemica con Walden, la maggior parte delle streghe decise di seguire Teodora nell'impresa di deviare un corpo celeste dalle dimensioni adatte e avvicinarlo alla terra. L'operazione copriva un'area vastissima; eravamo in centinaia a concentrarci nello stesso momento su un oggetto indicato dall'astronomo, da zone diverse del bacino mediterraneo, cercando di attirarlo verso di noi. Le prime prove furono fallimentari ma promettenti. Lo spostamento avveniva quasi sempre, ma non nella direzione voluta. Ci vollero alcuni mesi di pratica ma in aprile, all’ennesimo tentativo, un frammento di asteroide lasciò la sua orbita e iniziò a dirigersi di gran carriera verso la Terra. L’occasione era da non perdere; il meteorite avrebbe impiegato quattro giorni a raggiungere il suolo terrestre. Entro quattro giorni il governo sarebbe stato in ritiro; provocare un tale disastro in aperta campagna era senz’altro più pratico e meno pericoloso che nel cuore di Roma. Iniziammo da subito la manovra di avvicinamento; il pilotaggio consisteva appunto in una marcia lenta e regolare verso il punto d’impatto previsto, per concentrare lì tutta la nostra energia. Bisognava muoversi da diverse direzioni mantenendo la stessa distanza dall’obiettivo. Alle undici del mattino del quarto giorno, avevamo tutte oltrepassato le mura e le siepi dell’Abbazia. Le bacchette influivano sull’attenzione dei militari di guardia, che non ci notarono affatto, come ipnotizzati; caprioli, lepri e cinghiali, invece, avvertito il pericolo, fuggivano davanti a noi.
Eravamo ormai vicinissime al luogo della riunione: l'antica voliera dell'Abbazia, da cui era stata ricavata una sala circolare con pareti a vetrata. Il suono che producevamo quasi inconsapevolmente si era fatto musica. Le querce, i cipressi, i rovi di spine avevano assorbito l'energia che sprigionava dal legno magico e si erano uniti a noi. Dai loro rami proveniva una melodia celestiale, sempre più limpida, sempre più intensa. Tanto intensa che sovrastò quasi fino all'ultimo il sibilo del meteorite in avvicinamento. Quando i ministri alzarono finalmente la testa verso il cielo la sfera di fuoco era ormai a poche decine di metri. Tutto si svolse in pochi secondi. Un grumo vagante di roccia infuocata colpì la vetrata dell'aula. Maurizio Lupi, Ministro dei Trasporti, era ancora dentro e fu avvolto dalle fiamme. Angelino Alfano, Ministro degli Interni, ebbe la testa staccata di netto da una lastra di vetro.
Il corpo principale del meteorite si schiantò sulla piscina. Noi avevamo smesso di cantare, ma non gli alberi. Dopo il boato assordante, con le orecchie che fischiavano, sentivamo ancora quella musica. Dove fino a un istante prima si trovava Enrico Letta, capo del governo di larghe intese, si apriva una spaventosa voragine. Dall'enorme cratere si levavano nubi di fumo nero.

Xenogoverno versus Ellen Ripley. Geneticamente coinvolti

Lo posto anche qui, anche se l'ho già mandato via mail.

Prologo

– Ed io contavo i denti ai francobolli, – canticchiò il tenente Ellen Ripley, tra sè e sè, attivando i deflettori della Michel Schmitt. La cintura di asteroidi deviò dalla sua rotta, schivando di pochi chilometri la nave spaziale. Era un Heraklitéion di classe Polemos, e i campi macrogravitazionali erano la base del suo lavoro.
– Dicevo "grazie a Dio", "Buon Natale – continuò il tenente.
Il videofaro d'emergenza collegato con la base terrestre squillò furiosamente.
– Mi sentivo normale. Qui Ripley – rispose – Hello, downtown?
– Ripley, sono Lambert. É successo un casino – la voce era concitata, ansiogena.
– Spiegati, Lambert.
– Guarda tu stessa. Collegamento video con il laboratorio della base terrestre. Criptato, fa' attenzione. Tra 3, 2, 1

I

I biopolitici del centro di ricerca della Leftist Social Engineering si fermarono, allibiti. Di fronte a loro, fortunatamente imprigionata nella calotta di vetro, si ergeva la cosa più terrificante che mai i loro occhi avessero potuto vedere, o sognare. La dottoressa Lambert si riscosse dalla paralisi e prese a scuotere per un braccio il capo del centro di ricerca, dottor Ash. Lo scienziato fissava Enrico Letta con gli occhi vitrei, le pieghe della bocca cristallizzate in un'espressione di delirio estatico.
– Ash, che cazzo abbiamo combinato? Non era questo quello che dovevamo creare!
– Il Progetto Moderatio era una cazzata, Lambert, lo sai meglio di me.
Gli occhi di Ash non si staccavano dalla creatura. Era nera come il peccato. Si agitava furiosamente nella bolla di contenimento, dimenando la testa oblunga e priva di occhi, ma dotata di occhiali.
– Era scritto fin dal principio che avremmo dovuto crearlo – riprese Ash – Lo Xenogoverno. Un perfetto organismo politico. La sua perfezione strutturale è pari solo alla sua ostilità nei confronti del mutamento.
– Tu lo ammiri! – interloquì Lambert.
– Ammiro la sua impurezza. Un vero figlio bastardo della democrazia rappresentativa. Un superstite della Prima Repubblica, non offuscato da coscienza, rimorsi, o illusioni di moralità.
Il ruggito della creatura interruppe il dialogo degli scienziati. Lo Xenogoverno spalancò le fauci sbavando, urlando che l'IMU sarebbe rimasto intatto, così com'era. Ma dall'interno della bocca, nel terrore degli scienziati, proruppe coperta di bava una piccola testa di Berlusconi.
– L'IMU va cancellato! – strillò, e subito si ritirò nelle profondità esofagee del mostro. Lo Xenogoverno arrestò ogni sua azione politica, e riprese a dimenarsi sotto la cupola.
– E questo come cazzo pensi di spiegarmelo, Ash! – gridò Lambert. – Se c'è una cosa di cui sono certa, è che NON abbiamo usato quel DNA!
– Ti ricordi com'è cominciato il progetto, vero? – domandò Ash.
– Certo – rispose la scienziata, andando con il pensiero agli inizi del Progetto Moderatio – Si trattava di sintetizzare in laboratorio una sinistra moderata. Era quello di cui il Paese aveva davvero bisogno, ci avevano detto. Mettere fuori gli estremisti, avere davvero un moderno partito di sinistra, che fosse capace di dialogare...tutte queste cazzate qua, insomma.
– Brava. Ho eseguito i test genetici, amica mia. Una cosa che avresti potuto fare anche tu, ovviamente. E vuoi sapere una cosa? In tutte le componenti che abbiamo utilizzato per Moderatio, c'erano già tracce del suo DNA. Cosa ne deduci?
Il volto di Lambert era sbiancato. Rispose, la voce tremante:
– Ne deduco che Berlusconi si è ricombinato all'interno del processo di sintesi, benchè l'avessimo escluso dalle fonti genetiche.
– Assolutamente – concluse il dottor Ash.
Lambert scattò verso il tasto dell'autodistruzione. Non era così che sarebbe dovuto andare il Progetto, oh no. Quella cosa era maledetta, era sbagliata, era blasfema e andava distrutta, e subito.
Il gomito di Ash la colpì alla bocca dello stomaco, atterrandola.
– Cosa cazzo pensi di fare, idiota? Pensi che abbiamo lavorato tutti questi mesi, tutti questi anni, per permetterti di distruggere il frutto del nostro lavoro in un istante?
La donna si mise carponi, boccheggiando e tossendo.
– Pensaci, Lambert – riprese il ricercatore – Decenni di lavoro. E adesso abbiamo il governo. Non è un'opportunità, anche per te?
– Hai ragione, Ash. Come al solito. Strizzò l'occhio alla videocamera collegata con la nave spaziale.
– Mi fa piacere, Lambert. Siamo d'accordo, allora. Rilasciate Enrico Letta! Liberate lo Xenogoverno!
La calotta di vetro si alzò. La creatura uscì dal laboratorio.

II

Mesi di follia e terrore apatico. Venimmo a sapere della nascita del governo di larghe intese. Non solo gli scienziati, ma anche la popolazione comune si avvide ben presto della peculiare natura dello Xenogoverno. Non uccideva spesso. E quando uccideva, di rado era per nutrirsi. Si limitava a strisciare tra le tenebre, fino ad arrivare alle spalle delle sue vittime; dopo averle stordite, le trascinava nell'anfratto tra i colli di Roma che aveva eletto come suo nido. I malcapitati si risvegliavano, impossibilitati a muoversi da una sostanza colloidale, di fronte ad un oggetto sferico che le autorità scientifiche definivano "Uovo di stabilità". Questo si schiudeva immediatamente, facendo fuoriuscire una copia di Repubblica che si avvolgeva alla testa della vittima. Quel che accadeva successivamente era ancora più mostruoso. Un piccolo elettore moderato sfondava il torace delle vittime, uccidendole. Dopo poche ore era già cresciuto al punto da poter asserire con convinzione la necessità della TAV, o l'importanza di avere un governo. E poi strillava: strillava facendo un verso stridente, che, a chi ascoltava, suonava come: "Celochiedeleuropa!"; oppure sussurrava "Nonvogliamocidelmale".
Ovviamente, si riprodussero a centinaia, a migliaia, a milioni. Molti divennero giornalisti, blogger, amministratori...ma la verità è che li potevi trovare ovunque, persino tra i tuoi amici, al venerdì sera, mentre sorseggiavano una birra in tua compagnia.

III

Ripley non aveva alcun dubbio. Le furono necessarie poche settimane per riportare la Michel Schmitt nell'atmosfera terrestre. Agganciato al campo gravitazionale della nave, come il pugno corazzato di Dio, portava lo sciame di meteore.
– Senza dovermi fingere innocente – cantò. Mentre la nave entrava nel campo gravitazionale del pianeta azzurro, attivò i deflettori. Lo sciame prese a puntare sulla familiare sagoma della penisola italiana.
Il tenente programmò la rotta di ritorno, e attivò gli altoparlanti esterni della nave. Quello era uno spettacolo da non perdere, riflettè.

Epilogo

Dopo svariate settimane di riproduzione incontrollata e inintelleggibile, lo Xenogoverno e gli elettori moderati presero a manifestare una sorta di mente alveare. Un giorno, ci recammo di nascosto a quella che sembrava l'equivalente xenobiologico di una grande adunata, sulla piazza antistante a Palazzo Chigi. D'un tratto i ruggiti di Enrico Letta e i versi striduli degli elettori moderati si arrestarono, mentre un segno fiammegiante s'innalzava nella volta celeste. Un canto tragico e bellissimo invase le nostre orecchie.
E l'esplosivo spacca, taglia, fruga, tra gli ospiti di un ballo mascherato, io mi sono invitato a rilevar l'impronta dietro ogni maschera che salta e a non aver pietà per la mia prima volta.
Dopo il boato assordante, con le orecchie che fischiavano, sentivamo ancora quella musica.
Dove fino a un istante prima si trovava Enrico Letta, capo del governo di larghe intese, si apriva una spaventosa voragine. Dall'enorme cratere si levavano nubi di fumo nero.

Chirocefalo del Marchesoni

Anno 2213. Bordello Chez Loren. Galassia 31.
L’atmosfera si era scaldata un po’ troppo. Uscire così allo scoperto, tra le fila dell'esercito, non era stata una grande idea: vatti a fidare dei politici che prima parlano di "nuovi paradigmi" e poi ti immolano come una capro espiatorio all'altare dello status quo. Altro che era dell'acquario e zeitgeist e liberazione delle menti. I media tutti a ruota, e adesso viveva nascosto da un mese in un bordello, sperando che nessuno psi della squadra speciale neuronale captasse il suo campo magnetico.
L'unico modo per uscire dal pantano in cui si era ficcato era tornare alla base e fuggire col prototipo. L'arma totale, studiata e costruita in previsione della Grande pace, definitivo strumento deterrente per il controllo delle galassie, nello spazio e nel tempo. Vallo a capire che quello che hai in orbita non era un semplice asteroide, ma il prototipo. Tutti con la caga ogni volta che si parlava di asteroidi: l'avevano pensata giusta, per seminare il panico perenne.
Un passaggio attraverso la zona plaid, e avrebbe potuto intercettare l'unica speranza. Per lui e per #OccupyGalaxy.

Anno2013. Net.
"È fissato: sarà al lago di Pilato. I soliti marchigiani blasfemi"
"Parli tu, che ti esprimi a forza di de' qui de' là"
"De' hai ragione. Hasta la victoria"
"Si. L'asta delle budella de su ma'".

Anno 2013. Bunker Bilderberg. Svizzera. Pianeta terra.
Atmosfera claustrofobica: pallidi e tesi e sudaticci, personaggi dalle cravatte anonime e completi grigi e blu discutono le informazioni appena arrivate dai loro omologhi degli altri pianeti del Distretto. Le prime immagini colte dai telescopi spaziali Hubble, Spitzer, Fermi Gamma Ray, confermate anche dall’osservatorio terrestre di Keck esprimono un'unica e lapidaria sentenza: un corpo spaziale di dimensioni preoccupanti sta avanzando in direzione del pianeta Terra. Impossibile deviarlo. Non è chiaro di cosa si tratti, sembra un asteroide.
Il tavolo comincia a discutere in modo animato e i visi si fanno paonazzi, la vene gonfie del potere: dominatori, lobbies, multinazionali, banchieri, fondi di investimento, Bric, Brac Trac, Pigs, Chicks, ci sono quasi tutti. E ora ci mancava solo l'asteroide.
Dopo un’attenta analisi i tecnici interpellati sono tutti d’accordo. Quel corpo celeste è diretto verso la città eterna, Roma. Le battute isteriche si sprecano e la sala comincia a sdrammatizzare, come se la comica inaffidabilità e la nota (anti)statura morale della classe dirigente di quel piccolo Paese chiamato Italia riuscisse in qualche modo a banalizzare anche quel momento drammatico.

Anno 2013. ddl approvato definitivamente dalle Camere del Parlamento italiano il 14 agosto 2013.
"Secondo il codice d'emergenza approvato dal capo di Stato e visti i commi 4.2 e 4.3 viene statuito che, per identificazione fiscale e a fini del censimento evoluto richiesto espressamente dalle Camere del Parlamento italiano, il popolo italiano verrà diviso in tre sotto popolazioni, istituzionalizzando altresì uno stato preesistente: i Ciechisordomuti, gli Spiriti attivi, gli Spiriti pigri.
Dati i commi 6.3 e 7.1 e visti i risultati della commissione Veronesi: Ciechisordomuti sono coloro che hanno un sesto senso ipersviluppato che permette loro di orientarsi nell'overload informativo e fa sì che abbiano un’intelligenza superiore.
Spiriti attivi, dato anche il parere vincolante espresso dalla Commissione europea, sono gli scarni, rabbiosi, pieni di collera, incapaci di indirizzare verso un obiettivo specifico le loro velleità anarco-rivoluzionarie.
Spiriti pigri sono obesi, usano la tv per informarsi e tendono a non agire.

Le tre popolazioni, ormai radicalizzate nelle loro differenze, sono in lotta tra loro e l'ultima tornata elettorale ha portato ad un Governo instabile, che cerca credibilità attraverso la nomina di un Consiglio dei ministri di spessore. Il Capo di Stato temporeggia con la nomina di dieci saggi, che possano traghettare il Paese oltre la crisi.

Anno2013. Net.
"De', hai sentito i dieci saggi: Gandalf, il Saggio di Farland, Santa Claus, il maestro Miyagi, il mago Bibendus, Morpheus, Yoda, Nonna Salice, anzi lei no perché è una donna, hanno preferito Anacleto il gufo, Libra il cavaliere d’oro e David Gnomo"
"Siamo giusto in tempo, se tutto va come dovrebbe, ce la facciamo prima dello sfacelo. Anzi, prima dello sfracelo, come ha detto quel decerebrato intervistato da Floris"
"Ritardo mentale, diceva La tosse grassa. Stacco"
"Ciao, de'"

Anno 2013. Italia.
Governo troppo fantasioso, e dai più ritenuto troppo vecchio. Enrico Letta, dinastia politica influente, viene nominato capo del Governo. Letta, l’illuminato.

Comincia una serie di annunci per la popolazione tipo la tredicesima al contrario, anziché aggiungere, quella somma si sottrae dallo stipendio di dicembre. Tutto per le larghe intese, l'ampia compagine di Governo. Ma in fondo nessuno si lamenta, a parte gli spiriti attivi che l’hanno sempre fatto senza dare mai fastidio a nessuno.

Ultima tra le notizie catastrofiche che coincidono con l’inizio dell’attività della strana squadra di Letta c’é quella dell'asteroide. Già, il corpo celeste che arriva dallo spazio profondo: gli spiriti passivi non ci credono e minimizzano, quelli attivi iniziano a sbraitare e scrivere post, credendo di poter allontanare con le onde sonore e dell’etere l’enorme masso. I Ciechisordomuti immobili, captano vibrazioni, poi sorridono in modo beffardo.

Anno 2013. Centro Italia.
"Riepilogo per tutti. Mi senti Lupo? Nemo?" "Il segnale va e viene, bisogna parlare con quelli di autistici-inventati"
"Dunque, ci saranno Emilia Romagna, Marche, Toscana, Lazio e Umbria. D'accordo sui percorsi a piedi e coi cavalli che fa scena e già dà l'idea dell'autosufficienza. L'importante è la copertura mediatica per la spedizione. Arrivati al lago di Pilato, dichiariamo la zona “spazio autosufficiente”.
Siamo pronti a qualsiasi reazione del Governo".

La dichiarazione arriva proprio quando il gruppo Bilderberg comincia il conto alla rovescia. Non si capisce più nulla. La tripartizione del popolo italiano salta. Panico per le strade. Confusione e dinamiche fuori controllo.

Quando l'asteroide comincia a divenire incandescente per l'attrito con l'atmosfera, una piccola capsula viene espulsa e quello che sembra un paracadute sta lentamente scendendo sui monti Sibillini.
L’onda sonora dell’impatto arriva fin lì.

Anno 2020. Diario di Nemo.
Dopo il boato assordante, con le orecchie che fischiavano, sentivamo ancora quella musica.
Dove fino a un istante prima si trovava Enrico Letta, capo del governo di larghe intese, si apriva una spaventosa voragine. Dall'enorme cratere si levavano nubi di fumo nero.

Chicxulub 2013: un nuovo inizio

Da tempo immemorabile, il mondo era dominato da un'antica dinastia di rettili: spaventosi animali a sangue freddo, dal corpo ricoperto di scaglie e gli occhi gialli a fessura, talmente grandi e pesanti da far tremare la terra ad ogni passo, costringendoci in preda al terrore a cercare rifugio nelle nostre tane.

Detti animali, noti anche come dinosauri della seconda repubblica, comprendevano due tribù principali, in perenne lotta tra loro: i carnivori, tra cui il temibile e ferocissimo Berluscosaurus rex e gli erbivori, bestioni alquanto goffi e di indole tipicamente statica la cui occupazione preferita consisteva nello riempirsi lo stomaco di vegetazione in uno stato di compiaciuto torpore, peraltro causando gravi danni all ambiente circostante, sì che di quando in quando, esaurito il foraggio in una determinata area, si vedevano costretti a muoversi alla ricerca di nuovi pascoli da sfruttare.

Da notare che mentre i primi - i carnivori - cosituivano un gruppo sostanzialmente omogeneo sotto il dominio incontrastato del B. rex, i secondi - gli erbivori - risultavano suddivisi in svariate sottotribù costantemente piagate da perniciosissime faide interne e lotte fratricide all'ultimo sangue, in parte a causa della competizione per le risorse ma anche e soprattutto per via delle numerose ed interminabili dispute ideologiche, la principale delle quali attinente il fatto se il cibo dovesse essere semplicemente deglutito e quindi triturato nello stomaco con l'aiuto di piccole pietre, oppure prima debitamente masticato onde facilitarne la digestione.

Tuttavia, incredibile a dirsi, questi possenti leviatani virtualmente onnipotenti, un bazar di zanne, artigli, corna, code a mo di frusta o mazza ferrata e numerosi altri micidiali articoli, ad un certo punto iniziarono a perdere la loro sicumera. E, pur cercando di non darlo a vedere, iniziarono ad avere paura.
Magari a causa del clima, che di recente aveva iniziato a mutare, facendo sollevare gli oceani, o delle frequenti e imponenti eruzioni vulcaniche che avevano impestato l'aria sino a renderla quasi irrespirabile, o forse semplicemente perchè in qualche modo sentivano che il loro ciclo stava volgendo alla fine, il tempo loro concesso quasi agli sgoccioli.

Ma soprattutto, ancora più incredibilmente, avevano iniziato a temer noi, i piccoli ed insignificanti "pelouches a sangue caldo", come con aria di scherno solevano chiamarci; noi, così fragili e indifesi da essere costretti passare la nostra esistenza diurna nascosti in profonde buche scavate nel terreno oppure rannicchiati tra il folto degli alberi, azzardandoci ad uscire allo scoperto solo col favore delle tenebre. Eppure, nonostante la nostra pochezza e debolezza, c'era in noi un senso di fiduciosa attesa e di indomita speranza, come se qualcosa ci fosse dovuto, il che ci permetteva di condurre le nostre vite con una ragionevole dose di ottimismo.

Fu dunque a causa di questo sopraggiunto timore da parte dei dinosauri, di questa perdita di fiducia in loro stessi, che avvenne l'impensabile: ovvero che gli eterni nemici, carnivori ed erbivori, decisero di stabilire una tregua e coalizzarsi al fine di preservare il loro dominio sul mondo, che a torto o a ragione sentivano ora minacciato.

Naturalmente ciò che a noi dissero, poichè di tanto in tanto si degnavano di rivolgerci la parola, fu che questo accordo era per il bene di tutti, in particolare il nostro, dato che avrebbe reso il mondo più prospero e sicuro. Che non dovevamo preoccuparci ma soltanto avere fiducia in loro. Al che ci intimarono di fare ritorno alle nostre luride tane, ammonendoci di non fare chiasso e non disturbare a meno che non volessimo correre dei guai.

La cerimonia d'insediamento del governo di pacificazione, come venne chiamato, si tenne il giorno stesso, con l'Enricolettasaurus, un giovane erbivoro da poco svezzato e l'Alfanosaurus, un carnivoro opportunista di piccola taglia, che si stringevano la mano (o meglio, la zampa), sotto lo sguardo compiaciuto del Napolitanosaurus, un protosauropode erbivoro di lignaggio tanto nobile quanto antico ed universalmente rispettato.

Ad una certa distanza, ma in posizione tale da dominare l'intera scena, attraverso il fogliame potevamo scorgere il possente B. rex, le terribili fauci semiaperte in quello che a noi parve un sinistro sorriso.

Per lungo tempo le nostre orecchie si rifiutarono di stare erette, i nostri palati di deliziarsi al contatto col cibo, le nostre membra di trovare conforto nei nostri giacigli, mentre ogni traccia di speranza sembrava essersene andata dai nostri cuori.

Finchè una notte, algida e stellata, un oggetto luminoso attraversò il cielo, rischiarando a giorno la pianura prima di scivolare con un sibilo dietro all'orizzonte proprio in direzione di un rilievo noto col nome di monte Palazzochigi, dove i dinosauri erano soliti ritrovarsi per darsi ai bagordi.

Lo cogliemmo come un segno del destino, i nostri occhi spalancati lustri di luce riflessa e commozione.

Dopo il boato assordante, con le orecchie che fischiavano, sentivamo ancora quella musica.

Dove fino a un istante prima si trovava l'Enricolettasaurus, capo del governo di larghe intese, si apriva una spaventosa voragine. Dall'enorme cratere si levavano nubi di fumo nero.

Tifiamo Asteroide. Titolo: "Rane in rivolta"

RANE IN RIVOLTA
Era una mattina afosa di fine luglio, ma la caligine grigia che respiravamo nella piazza aveva ancora il sapore acre dei lacrimogeni lanciati la sera prima dagli elicotteri.
L'urlo della ragazza mi arrivò da lontano, risalendo la marea inquieta di ragazzi, seduti come me sul cemento.
"Arrivano, arrivano!"
Scattai dritto e la scorsi, in piedi sul basamento in marmo di uno dei lampioni esterni, mentre tendeva il braccio verso il Corso che conduceva al centro, alla "City" delle banche, alla Questura.
La piazza esplose in un fragore denso di doloroso sollievo: da molte ore aspettavamo la carica finale, quella che dopo giorni di occupazione e piccole scaramucce ci avrebbe spazzati via, e l'attesa aveva ormai divorato ogni energia mentale.
La forza che avevamo addosso quella no, quella c'era ancora tutta, racchiusa nelle fibre ancora intorpidite dalla notte umida.
Negli occhi arrossati intorno a me leggevo la mia stessa essenza: una molla caricata oltre l'esasperazione, bisognosa solo di uno scatto liberatorio, verso qualunque destino.
Che sarebbero venuti lo sapevamo tutti dal giorno prima, perché era chiaro che la situazione in cui si era cacciato il Ministro dell'Interno col suo ultimatum alle 100 piazze occupate da tre settimane non avrebbe consentito altra soluzione che la prova di forza.
Per fronteggiare l'emergenza, si sapeva che il Consiglio dei Ministri al completo era dalla sera prima in seduta congiunta, a oltranza.
L'intento era quello di restituire al paese l'immagine di una coesione ritrovata, tale da fugare i dubbi e le critiche astiose mosse dalla solita stampa del Padrone; sempre lui, sì, che ancora tirava i fili di tutti da dietro il sipario.
Era successo infatti che la settimana prima si erano dimessi un paio di ministri, anzi ministre, come avevano voluto chiamarsi nel tentativo patetico di passare un pò di smalto sulle unghie sudice di una nomenklatura decrepita e maschilista.
Dicasteri minori, roba da pari opportunità e integrazione sociale, ma l'opposizione che puntellava quello strano Governo si era avventata su queste defezioni per rivendicare la propria presunta coerenza e per chiedere che si facesse, letteralmente "piazza pulita" dei sovversivi.
Le due ministre, non a caso nate lontano dall'Italia, si erano rifiutate di essere accomunate ai primi tentativi di sgomberare le piazze con la forza, dalla quale infatti erano scaturite conseguenze immaginabili, a cominciare dai due ragazzi investiti da una camionetta a Genova (uno dei quali era morto) e proseguendo con i pestaggi di Bari, di Bologna, di Brescia.
Letta aveva acquisito l'interim dei due ministeri, ma le defezioni provenienti dalla sua "parte" lo avevano pesantemente indebolito, costringendolo a ricercare nuova legittimazione, ad adeguarsi alle posizioni dei "falchi", primo fra tutti, ovviamente, il Ministro dell'Interno.
Vidi la ragazza scivolare agilmente giù dal lampione e scomparire dietro le tende e i ragazzi della prima linea, quelli che avrebbero subito il primo impatto.
Sollevai il fazzoletto bagnato sul viso e raccolsi il casco, mentre i più fortunati e organizzati intorno a me fissavano dietro la nuca le cinghie delle maschere antigas.
Adesso che stava per finire tutto, mi sorpresi a pensare come tutto era cominciato dal niente, un mese prima.
E mi stupiva ancora quanto avessi sbagliato nel mio amaro convincimento che ogni protesta era ormai inutile, che la rana in pentola fosse ormai bollita, cucinata a fuoco lentissimo, un grado dopo l'altro, in una assuefazione mortale.
Questa cosa del noto anfibio che, al contrario dell’esperimento, decide di aver superato il limite di sopportazione e schizza fuori improvvisamente dalla casseruola era diventata un tormentone mediatico:
“La rana ha preso coscienza, la rana è in rivolta” aveva urlato a un giornalista un ignoto manifestante, uscendo rapidamente dal campo della telecamera, mentre nello stesso comparivano in corsa i manganellatori; mezza Italia era rimasta a dir poco perplessa, ma fortunatamente l’inviato aveva subito spiegato in diretta la metafora.
E così, le occupazioni che si erano moltiplicate in tutto il paese erano state rapidamente etichettate come “la Rivolta delle rane”, con buona adesione di noi batraci, che avevamo perfino adottato il gracidio come grido di battaglia; se non vi ci siete trovati in mezzo, vi siete perso qualcosa di irripetibile: quando Polizia o Carabinieri si schieravano dietro il muro di scudi, all’improvviso qualche centinaio di rane cominciavano a gracidare, in un crescendo che si fondeva e si faceva ritmo incalzante, ininterrotto.
“Cra, cra, cra, cra…” sempre più forte, in uno sfottò che diventava minaccia, roba che l’Haka degli All Black vi sarebbe sembrata una ninna nanna medievale.
In ogni caso, nessuno del bel mondo intellettuale era riuscito a decifrare le ragioni imperscrutabili della sollevazione simultanea, neanche nell’ambito dei molti talk show - più o meno demenziali - dove si erano diligentemente vagliate e scartate tutte le varie ipotesi circa la goccia che aveva fatto schiantare, più che traboccare, il vaso.
1. Non poteva essere stata la faccenda dell'ambulante piemontese che si era appena dato fuoco con la moglie in piena stazione centrale, perché la lista dei nuovi bonzi era già lunga e aveva perso appeal da mesi; vero è che questa volta si era trattato di un doppio suicidio, ma dopotutto sembrava la naturale evoluzione delle cose, nonché una commovente dimostrazione di solidarietà di coppia dopo tutta la pedante campagna contro il femminicidio.
2. Non poteva essere stata la chiusura improvvisa della nota fabbrica di elettrodomestici pugliese (con immediata delocalizzazione), visto che gli operai messi sul lastrico erano si e no 900, numerosità non particolarmente eclatante rispetto ai precedenti del settore, anche a voler considerare l’indotto. Inoltre i due proprietari avevano assicurato (e la loro provata fede religiosa non poteva lasciare dubbi) che una volta superato il periodo di difficoltà avrebbero proposto agli operai italiani di trasferirsi in Moldavia, ovviamente con nuovo contratto coerente con la legislazione locale.
3. Non poteva essere stato neanche l'arresto dell'Assessore alle attività produttive di un famoso capoluogo del Nord, perché le infiltrazioni mafiose in Val Padania ormai erano arcinote; in questo caso poi l’interessato aveva addirittura immediatamente offerto di collaborare, fornendo anche notizie utili alla restituzione di altri 18 milioni, sottratti con un precedente maneggio.
4. Neppure la pubblicazione degli ultimi dati epidemiologici conseguenti all'aumento del tasso di diossina nelle falde utilizzate per l'irrigazione poteva aver scatenato reazioni partucolari: dopotutto era un trend costante, in crescita, sì, ma senza accelerazioni (come invece quello relativo alle polveri sottili, peraltro noto ma, si sa, inevitabile...).
5. E’ vero che le decisioni definitive e contemporanee di acquistare i famigerati e costosissimi “caccia di supporto aereo ravvicinato & bombardamento tattico” e di rifinanziare le missioni "di pace" all’estero avevano suscitato scalpore, ma di fronte alle penali che altrimenti lo Stato avrebbe dovuto corrispondere (in questa situazione di difficoltà finanziaria!) nonché tenendo presenti gli impegni internazionali presi con gli alleati, ci si stupiva francamente di qualche reazione scomposta, comunque circoscritta ai soliti idealisti velleitari.
6. Riguardo alle situazioni sociali note (e ormai francamente di scarso appeal mediatico) la disoccupazione giovanile, la sorte degli esodati e il destino ormai certo dei vari cassintegrati costituivano fenomeni ormai consolidati e lodevolmente assorbiti nell'ambito degli asset aurei della nazione (familismo, rassegnazione & arte di arrangiarsi).
Sì, c’era stato qualche rigurgito allorché una grande azienda nazionale aveva chiamato al lavoro straordinario al sabato anziché far lavorare gli operai in cassa integrazione: dagli studi televisivi si era però correttamente fatto osservare che i picchettaggi organizzati contro i crumiri violavano apertamente il diritto al lavoro di questi ultimi, garantito costituzionalmente.
7. Pure sul piano dell’equità fiscale era difficile ipotizzare reazioni cosi dirompenti: si allungava la lista dei beni sequestrati ma nello stesso tempo era ormai chiaro che le misure antievasione presentavano effetti collaterali tutt’altro da sottovalutare, come la fuga degli yacht dai porti italiani verso i posti barca di quelli dei paesi vicini, con il conseguente collasso degli operatori della nautica (ventimila addetti). Meglio era, evidentemente, continuare a tollerare e accontentarsi di qualche altro condono.
8. Si diceva: forse è una rivolta nata dalla necessità di proteggere finalmente l’ambiente. Ebbene, sull’andamento del clima (“tornadi in Val Padana” anziché le solite nebbie, per dirne una) c’era notoriamente poco da fare, se non abituarsi al nuovo clima monsonico, come ampiamente e pacificamente suggerito dai metereologi (al pari degli amici americani, che affrontavano da sempre gli uragani senza tanti isterismi).
Sempre in argomento, c’era anche il fatto del mega-iceberg, grande come metà Isola d’Elba, che per il riscaldamento terrestre pareva si stesse staccando dal pack, ma anche qui bisognava saper reagire in modo manageriale, trasformando criticità in opportunità; così aveva fatto un pool di armatori europei, che a Rotterdam stava allestendo una flottiglia di cisterne con navi appoggio appositamente modificate, in modo da recuperare e pompare il ghiaccio man mano che si fondeva. Acqua ultrapurissima, si cominciava a dire, formatasi milioni di anni fa, nel Pliocene; i creativi avevano già concepito una bottiglia con un design esclusivo e i ricconi di tutto il mondo avrebbero fatto a cazzotti per portarla in tavola.
Fatto sta, mi dissi soppesando nella mano il mio unico palloncino, che eravamo in tanti, in tutte le piazze d’Italia, ad urlare adesso, insieme “cra, cra, cra, cra”.
Un palloncino, sì, piccolo, da bambini. Nessuno doveva poterci chiamare violenti: in quelle tre settimane non un solo sampietrino era stato divelto e i pochi beccati a riempire di benzina qualche bottiglietta erano stati buttati fuori con ignominia; con una decisione adottata fra tutte le piazze (anche qui, misteriosa, meravigliosa consonanza) l’unica arma consentita, una soltanto per ciascuno da usare davanti all’ultima carica, era un palloncino riempito con vernice colorata, marrone, il colore giusto per dipingere adeguatamente chi ci avrebbe spazzati via, malmenati, forse torturati (visto che ormai era chiaro che lo si poteva fare impunemente).
Dalle strade che immettevano nella Piazza, dalla parte opposta al Corso, continuavano ad arrivare i ragazzi degli altri turni, quello che aveva smontato a mezzanotte e quello che ci avrebbe dovuto dare il cambio alle 4 del pomerigio; era chiaro a tutti che non ce ne sarebbero stati altri, di turni, e tutta la Gente di Piazza della Repubblica era ora lì con me, a ricevere in pieno l’insulto finale.
Guardai lo schermo messo su alla meno peggio nei giorni prima, dove venivano continuamente proiettate le immagini provenienti dalle altre piazze (un piccolo gruppo elettrogeno ci assordava e impuzzolentiva periodicamente per ricaricare le batterie dei PC e degli stereo nascosti nella tenda-regia).
C’era una compagna che parlava da Bologna, dal Crescentone invaso da ragazzi e anche gente più avanti negli anni; disse qualcosa che nonostante gli altoparlanti si perse nel brusìo e poi sul telone comparve Piazza del Popolo.
Anche da qui non si riusciva a sentire la voce, ma era chiaro che il tipo parlava con concitazione e visibile soddisfazione, come se stesse illustrando qualcosa di importante; ci scuotemmo l’un l’altro, per richiamare l’attenzione e fare silenzio.
Sul telone, comparve improvvisamente un’altra piazza, stavolta vuota, a parte una catena lontana di poliziotti anch’essi in tenuta antisommossa; dietro di loro, un Palazzo cinquecentesco, molto bello, molto grande.
“Palazzo Chigi” disse uno dietro di me “c’è il Governo in riunione lì dentro…”
Guardai meglio e capii che aveva ragione; alla stessa conclusione doveva essere giunta tutta la piazza, perché esplose di nuovo l’urlo di prima, anzi, più grande perché molti altri nel frattempo si erano aggiunti.
Il telo mostrò in rapida successione molte altre piazze, piene di noi tutte rane liberate da se stesse, e tutte brulicavano di braccia nude protese verso un unico bersaglio lontano.
L’immagine tornò su Palazzo Chigi e l’urlo crebbe ancora di intensità.
Con un fischio lancinante gli amplificatori vennero sparati al massimo volume e fu possibile cogliere qualche frammento di quanto stava dicendo il nostro compagno:
“saliti…colonna…vero e proprio blitz. Altoparlanti... internazionale..”
Ci zittimmo all’unisono e allora udimmo: da un’altra dimensione, lontanissima e perciò enorme nella sua ostinazione, giunse lieve alle nostre orecchie una melodia, a tratti intuita, sfrangiata in note che non riuscivano a trovare il modo di coesistere, di darsi la mano e camminare insieme verso la compiutezza.
Ci guardammo l’un l’altro, smarriti, dolorosamente, di fronte all’incapacità di afferrare ciò che pure ci era noto nel profondo.
Qualcuno, da qualche parte, pose fine al tormento:
“L’Internazionale… stanno suonando l’Internazionale…”
Così era, e prendemmo a guardarci in faccia come bambini stupiti, come adulti commossi.
Non solo erano riusciti a trovare un pertugio dal quale riprendere il Palazzo: in qualche modo, o meglio con le tante differenti modalità che poi si sarebbero moltiplicate nelle innumerevoli narrazioni del mito, qualcuno era riuscito a penetrare nella Colonna di Marco Aurelio, risalendo la scala a chiocciola interna fino alla sommità, dalla quale si dominava il Palazzo.
Adesso, dalla cima, gli altoparlanti diffondevano nel sole di Roma le note dell’Internazionale.
Di nuovo la Piazza urlò e si sollevarono i pugni; ma non erano di minaccia stavolta.
Erano solo pugni, chiusi.
Le immagini tornarono ad avvicendarsi su tutte le piazze: con la stessa misteriosa e totale sincronia, migliaia di rane risvegliate tendevano le braccia nude, ridevano e cantavano.
Cantavano, sì, anche la mia Piazza stava cantando, anch’io stesso, che neanche ricordavo bene le parole:
“Compagni avanti, il gran Partito
noi siamo dei lavorator.
Rosso un fiore in petto c'è fiorito
una fede ci è nata in cuor.”
“Eccoli, eccoli” urlò quello accanto a me; mi voltai: le teste dei ragazzi della prima linea stavano sbandando e indietreggiando, mentre si scatenava l’inutile, meraviglioso lancio dei palloncini.
Sullo schermo, le altre piazze continuavano a passare senza apparenti cambiamenti.
“Cominciano da noi, siamo i primi…” sentii urlare e capii cosa intendeva dire: la nostra città, una delle prime ad insorgere, là dove era nato il Partito, quasi cent’anni prima, doveva essere punita.

Fu esattamente in quell’istante che avvenne.

Cominciò dapprima con un sibilo, qualcosa a metà fra una sirena lontanissima e una enorme vibrazione armonica.
Poi crebbe il ruggito, grave, rotolando su se stesso come un macigno investito da una cascata, improvvisamente astioso e dirompente.
Infine esplose, costringendoci a coprirci le orecchie.
Mi volsi di nuovo: anche la carica si era interrotta e le prime divise che ora si intravedevano – marroni – erano immobili, i caschi fissi verso il telone.
Guardai anch’io: nel cielo che si intravedeva al di sopra del palazzo era comparso qualcosa, una scheggia rovente, un nuovo sole, non capivo, ma ad ogni istante raddoppiava dimensioni e luminosità.
Spalancai la bocca per dire qualcosa, qualsiasi cosa, ma non feci in tempo: l’immagine tremò, violentemente, e immediatamente si oscurò; era come se un’enorme nube ocra fosse esplosa e corresse verso l’obiettivo.
Urlammo adesso, tutti, poi tornò il silenzio.
Ci voltammo: i poliziotti erano ancora immobili, qualcuno grottescamente nell’atto di trattenere uno di noi.
Poi presero a guardarsi l’un l’altro, come risvegliati da un lungo torpore; e vidi uno di loro allungare una mano e aiutare una ragazza a risollevarsi.
Le immagini tornarono sulle altre piazze, attonite, una dopo l’altra; salvo una, che non doveva ricevere la trasmissione perché appariva ancora festosa, i pugni alzati, le voci spiegate:
“Su, lottiam! l'ideale
nostro alfine sarà
l'Internazionale
futura umanità!”
E capii in quell’istante che per qualche ragione incomprensibile, irripetibile come un allineamento planetario o un meteorite che sfugge alla sua orbita, inosservato dagli astrofisici, le rane si erano destate semplicemente per quello che avevano dentro ed era fiorito, contemporaneamente.
Adesso l’immagine sul telone era tornata su Palazzo Chigi, o meglio, sul luogo nel quale fino a pochi secondi prima era in corso il Consiglio dei Ministri che avrebbe sancito la repressione dei nostri ideali.
La nube si stava lentamente posando; le note dell’Internazionale, incerte, inarrestabili, erano di nuovo udibili.
Dopo il boato assordante, con le orecchie che fischiavano, sentivamo ancora quella musica.
Dove fino a un istante prima si trovava Enrico Letta, capo del governo di larghe intese, si apriva una spaventosa voragine. Dall'enorme cratere si levavano nubi di fumo nero.

UtoFia (un'utopia col fiato lungo)

Non è semplicemente possibile. Se continuo a fare questa vita – tradurre libri pagata poco e male, abitare strizzata in pochi metri quadri, vivere costretta a scegliere tra un libro e una cena fuori, il dentista o la bici nuova – finirò per ammalarmi: e allora dovrò scegliere di nuovo se curarmi o vestirmi. Non ce la faccio più.”

“Ti capisco, bella di casa. Pensa che da dieci giorni mi sono messa a fare anche la cameriera, visto che con la musica ci pago a malapena le bollette, e mi son pure sentita dire che sono fortunata ad averlo, un lavoro. Non lo capiscono che ritenersi fortunati a lavorare è come confondere le proprie catene per un gioiello.”

“O chiamare cioccolata la merda.”

“E mangiarsela.”

“Slurp.”

“Amen.”

Era una sera come decine di altre; ce ne stavamo sulla spalletta del fosso, intravedendo le luci del porto in lontananza e sognando quel viaggio che non avremmo fatto mai: l'Argentina dopo l'oceano, Buenos Aires dal mare e poi via terra fino al Cile, Santiago e Isla Negra, Violeta Parra e Neruda, e ancora la Colombia e la Bolivia, e Cuba e il Messico... Sogni, solo sogni.

E forse fu perché si sognava, e a sognare forte esce il sangue dal naso ma senza sogni non si cambia il mondo, a me e Francesca venne voglia di cantare. Di colpo, senza esserci messe d'accordo, attaccammo a squarciagola: e dopo le prime note indecise, dopo le prime parole sbagliate, chi sa come ci ritrovammo a snocciolare tutte le canzoni che conoscevamo, una dopo l'altra, senza esitazione. Ci guardavamo e passavamo dall'italiano allo spagnolo, dall'inglese alla pura invenzione, dal rock al pop più sfacciato e stupido ma che in quel momento ci sembrava bellissimo, importante, significativo.

Non so chi, di noi due, si accorse per prima che, se fino a un attimo fa avevamo cantato circondate dal silenzio della notte, ora intorno a noi si levavano altre voci, stonate intonate armoniose stridenti: dalle finestre, dai balconi, dagli angoli delle vie, dai moli del porto, dalla periferia alle nostre spalle, da ogni spazio aperto e chiuso si levavano voci, voci, voci. Alzammo gli occhi e ci accorgemmo che non eravamo più sole – se mai lo eravamo state. Intorno a noi, ovunque, decine, centinaia di persone – sole, a coppie, a capannelli – erano uscite in strada, ciascuna con il suo sogno in corpo e tutte che guardavano in alto, come noi, e come noi cantavano. Mercedes Sosa si confondeva con i Beatles, i Tuxedo Moon con Elio, l'Internazionale viaggiava sovrapposta a Imagine, London Calling si mescolava a un tango strappacuore. E tutti, e tutte, tenevamo gli occhi al cielo.

Avremmo dovuto stupirci, di più, saremmo dovute rimanere basite da quella follia: invece ci sembrava normale. Potenza dei sogni, forse. Potenza della voglia di scrollarsi di dosso la merda, potenza della determinazione a non confonderla con la cioccolata, potenza di quel mare di voci e d'occhi fissi, puntati verso un bordo di tetto dal quale finalmente anche noi, continuando – contro ogni logica – a cantare,vedemmo spuntare una massa informe, rossastra di lava e nera di roccia. Sì, spuntò. E subito dopo ci sovrastò, e solo lei rimase nel cielo, oscurando ogni stella e la luna. Spuntò e come un bolide – come il bolide che era – si diresse oltre l'orizzonte.

Chi sa se pensammo tutti la stessa cosa; chi sa se tememmo tutti la stessa cosa; chi sa se la sperammo. Chi lo sa e chi lo saprà mai: trascinandosi appresso il nostro canto in un volo che sembrò risucchiare l'aria, la luce, ogni suono possibile, il corpo – che non era affatto celeste – si inabissò verso sud, oltre la costa, verso Roma. Qualsiasi pensiero fu ingoiato dalle note immense che avevano ripreso a spaccarci il petto, musica scatenata di corpi senza alcun freno, liberi, selvaggi.

Fu un attimo: dopo il boato assordante, con le orecchie che fischiavano, sentivamo ancora quella musica.
Dove fino a un istante prima si trovava Enrico Letta, capo del governo di larghe intese, si apriva una spaventosa voragine. Dall'enorme cratere si levavano nubi di fumo nero.

Go to sleep

1.Preambolo

"… che capiscano che stanno deliberatamente continuando a fare del male a milioni …"
“Chi è che fa male?”
“I cattivi tesoro mio, gente cattiva.”
“Fanno male pure a noi?”
“Fanno male a tutti.”
“E chi li sconfigge?”
“Sono troppi tesoro, sono invincibili.”
“Papà ma gli Invicibili sò buoni!”
“Sono, Ciccio, sono buoni! Non sò. Impariamo a parlare italiano a tavola per favore? Eh?”
“Però erano buoni..”
Si fermò a guardare il padre a bocca aperta, pronto a ripetere quelle tre parole a oltranza finché non gli avesse dato retta. Ci aveva messo poco a imparare il trucco. Gli accarezzò quel facciotto che trovava irresistibile, lo adorava e adorava vederlo crescere. “Questi non sono gli stessi invincibili amore” disse “sono cattivi ma sono indistruttibili anche loro… in un modo diverso però.” Realizzò che si stava infilando in una strada senza uscita. Per fortuna i bambini fanno le cose molto più facili, pensò. Ciccio rimase interdetto per qualche secondo, poi disse: “E non li sconfiggi con niente niente?”
“Eh, credo proprio di no..” Sospirò rivolgendo uno sguardo distratto alla TV. Ora passavano immagini di piazza Colonna. Se passa anche questa, pensò, siamo davvero nella merda.
“Neanche cò un asperoide?” Si voltò verso il figlio e scoppiò a ridere, ma lo trovò troppo buffo per correggerlo. Rise anche Ciccio, chissà per quale motivo. “La maestra ha detto che gli asperoidi fanno buchi grandi così che si chiamano crateri.” Scandì l’ultima parola lentamente, come se ci provasse gusto a dirla.
“Bravissimo amore mio. Impari un sacco di cose a scuola.”
Poi gli chiese della colonna inquadrata in TV. Il padre gli disse che era lì da secoli, che era un simbolo di vittoria.
“Così i cattivi festeggiano quando vincono?” L’associazione non faceva una piega, pensò, e per la seconda volta glissò. “E’ ora di fare un sonnellino, che dici?” Gli diede un lungo bacio sulla fronte: “vai a nanna dai.”
“Si ma me posso mette le cuffiette?” Prima che il padre potesse dire qualcosa si corresse: “Mi posso mettere le cuffiette?”
Sorrise. “Ok ma solo cinque minuti.”

2.Amplificare pensieri

"… Sooomething biig is
goonna happee-e-een …"
A che pensa la gente? A che pensa per esempio il mio ex capo, adesso che sta ai piani alti, mentre cammina per strada? O quando va a dormire dico. O quando si ferma due minuti. Che serve a una come me per essere uno come lui?
C’era una differenza tra me e loro. Mentre stavo lì a canticchiare appresso al pezzo che avevo caricato sul portatile, in mezzo a un numero allucinante di fili ingarbugliati, io riflettevo un sacco. Il mio era un lavoro che avevo imparato a fare in maniera automatica, all’inizio dovevo essere superattenta ma c’era voluto poco a prenderci la mano. Adesso che andavo spedita, potevo pensare ad altro mentre facevo comunque un buon lavoro. Anche se quel giorno non era il lavoro per cui mi stavano pagando.
Mi avevano insegnato che siamo tutti uguali ma non ci avevo mai creduto. Mio marito si incazzava là fuori e andava in piazza a protestare ma io no. C’è chi ci tiene a non essere uguale, pensavo, altrimenti non si spiegano un mucchio di cose. Tagliai un’altra derivazione di quelle rosse, quando armeggiavo con quelle rosse mi ritrovavo sempre a pensare ai complotti. Che magari c’era qualcosa di grosso dietro, qualcosa che non ti dicevano per buoni motivi. Che ci tenevano a tenere per pochi. Non lo volevo sapere cos’era. Mio marito sarebbe impazzito pur di indagare, scoprire, smascherare, ma io no. Lui non vedeva l’ora di puntar loro il dito contro, non io. In quella scatola di cemento e laminato, l’idea del complotto poteva metterci un attimo a farsi strada, forse per la poca luce, forse per i bip e gli altri suoni brevi e ritmati che sembrava di stare in un film di fantascienza anni ’50. Forse per quelle stupide derivazioni rosse che spuntavano ovunque. Con me non attaccava più di tanto però, perché al dunque me ne fregavo. E, ironia della sorte, io quegli stupidi fili rossi li tagliavo. Invece non riuscivo a convincermi che quelli come il mio ex capo non pensassero mai agli altri. A quelli come me per esempio. Per quanto tempo avessi passato là sotto, ero sicura che a quelli come me ci pensavano in qualche momento. Attaccavo una fibra ottica, si spandeva una piccola luce blu sul mio palmo e sembrava tutto così chiaro. Anche solo per il fatto che tutto sarebbe potuto finire in un secondo, che avrebbero potuto perdere quello che avevano all’istante, solo per questo avrebbero dovuto sentirsi vicini a noi, pensavo.
"… Sooomeone’s son or
soomeone’s daughtee-e-eer …"
Era davvero importante per me aver ragione su quel punto. L’idea dell’”amplificatore di pensieri”, come lo aveva soprannominato il mio prof davanti a tutti per ridicolizzare e stroncare il mio progetto anni addietro, era nata per altri scopi. Ma adesso che le connessioni del sintonizzatore erano fisicamente di fronte a me, il suo utilizzo prioritario, il suo battesimo, era diventato un altro.
Ero stata davvero fortunata a finire lì, la paga era decente e non dovevo incontrare teste di cazzo tutto il giorno come prima. Non so bene perché avessero scelto me, di sicuro per il mio progetto segreto era stato come una manna dal cielo. Negli ultimi mesi avevo fatto avanti e indietro tra Palazzo Chigi e la postazione dove mi trovavo ora, ma il lavoro era un gioco da ragazzi per me e nel tempo rubato avevo a disposizione tutto quello che mi serviva e che non ero riuscita a mettere insieme da casa, dove riuscivo solo a fare piccoli test. Stavo anche per dare un senso alla mia laurea in fisica. Quale occasione migliore che testare il sintonizzatore proprio sui miei datori di lavoro?
Avevo piazzato la ricevente e un primo amplificatore a “Palazzo”, come lo chiamavano i miei due compari. Mentre stavo là sotto loro erano di guardia fuori, anche se non si vedeva un anima intorno. Perfetto. Qui avevo nascosto il sintonizzatore. Se avesse funzionato quella sera, avrei potuto continuare tutto dallo studio di casa.
“Vieni su, corri!”
“A fare che?”
“Devi vederlo con i tuoi occhi!”

3.Segnale piatto

“Oh cazzo!”
La prima reazione fu di incredulità. Non poteva essere vero quello che stavano mostrando in TV. Avevano interrotto il programma che stava ascoltando mentre rimetteva a posto la cucina. Alzò il volume, ma chiunque fosse stato il reporter, stava bofonchiando parole senza alcun senso. D’altronde di senso, anche a voler essere lucidi e lui non poteva esserlo in quel momento, ce n’era poco in quelle immagini. Quando si ritrovò a volerlo descrivere qualche ora dopo, non andò meglio: “C’era Piazza Colonna inquadrata per intero, e proprio sopra, credo che fosse.. un ammasso di pietra, enorme, fermo. Però era strano, si muoveva come se.. Come se ci fossero delle onde tutto intorno.. a tratti sembrava scomparire e poi riapparire.. insomma.. e improvvisamente..”.

***

“Oh cazzo!” esclamai. Non era necessario uscire del tutto dalla botola per vedere la cosa che stava gravitando bassa nel pezzo di cielo a poca distanza dal punto in cui ci trovavamo.
Mi ci volle un pò per riprendermi, ma spiegarmi quello che mi si presentava davanti era fuori discussione. C’erano due grossi problemi, pensai. Prima cosa, non tanto l’asteroide in sé, perché di quello si trattava, ma il fatto che fosse come immobile in aria. Secondo, quell’affare non sembrava vero, cioè per qualche strano effetto ottico, pensai in quel momento, non sembrava tridimensionale manco per il cazzo. Anzi, sembrava proiettato, e anche male a pensarci bene, visto che ogni tanto sembrava sbiadire. Tanto che dopo i primi istanti di panico, iniziai a ridere. Ero già pronta a prendere per il culo i miei due compari ancora a bocca aperta, quando un pezzo di quel coso si staccò e cadde giù, dritto sulla colonna di Marco Aurelio.

***

“Papà..”
La voce di Ciccio lo fece trasalire mentre era con gli occhi ancora incollati al televisore. Corse nella sua cameretta, ma non era lì. “Papà”. La voce veniva dall’altra camera. Quella che avrebbe dovuto essere chiusa a chiave. Lo trovò ancora rannicchiato sulla poltroncina di pelle con un paio di cuffie (se così si potevano chiamare, pensò, con tutti quei fili penzolanti e attaccati al PC) troppo grandi per lui in testa, uno dei padiglioni che gli copriva la faccia. Lo scosse per svegliarlo. “Tesoro”
“Ho sognato l’asperoide.”
“Vieni qui.” Gli tolse le cuffie, una serie di sibili acuti uscivano dalle casse. All’altro capo il display dell’amplificatore mandava luci blu a intermittenza. Lo prese in braccio e lo portò fuori dalla stanza. “Chi diavolo ti ha detto di entrare nello studio di mamma?”

***

Non so cosa mi spinse in quel momento, ma tra le reazioni scomposte dei miei compari e la visione della gente che cominciava a scappare per le strade intorno a Piazza ex-Colonna, non ci pensai due secondi. Mentre loro gridavano cose tipo “bye bye Palazzo” tornai giù di corsa, feci scattare in su il selettore e indossai le cuffie. Poi tornai su e rimasi in ascolto.
Nella fretta, dovevo aver fatto qualche casino con tutte quelle maledette derivazioni rosse, fatto sta che adesso oltre al segnale che ricevevo in cuffia, le casse continuavano a mandare in sottofondo il pezzo che avevo messo su mentre lavoravo. Gli altri non ci badarono, presi com’erano a tifare asteroide. Io cominciavo a ricevere qualcosa.

***

“Ma me l’hai detto tu che potevo metteme le cuffiette.”
“Quelle tue t’avevo detto, non queste.” Ma non riuscì a rimproverarlo in quel momento. In TV stava succedendo il finimondo. La giornalista sembrava impazzita, dallo studio cercavano di tradurre in maniera comprensibile i suoni che emetteva e che erano coperti dalle urla della gente e dalle sirene della polizia. Solo a tratti si riusciva ad intravedere qualcosa tra tutto il fumo che si era alzato sulla piazza, anche se l’ammasso era ancora lì, fermo. Mentre era andato a recuperare Ciccio, pensò, qualcosa doveva essere successo, ed era un gran casino.
“Ho sognato pure il c-r-a-tere” disse. E il resto dell’asteroide cadde giù davanti ai loro occhi.

***

Rimanemmo lì, gli altri a sbracciarsi e a urlare incuranti del pezzo che andava in repeat, io a sperare di captare qualcosa di diverso da quello che sentivo. Un qualsiasi pensiero decente prima dell’impatto, o anche dopo. Anche solo da uno di loro, anche solo dal mio ex-capo.
Nel frattempo altra gente si era riunita dove eravamo noi.
Rimanemmo finché non accadde, e oltre. Mi tolsi le cuffie solo dopo parecchio, quando mi sembrò chiaro che era tutto inutile. Qualcosa la sentivamo però. Dopo il boato assordante, con le orecchie che fischiavano, sentivamo ancora quella musica. Dove fino a un istante prima si trovava Enrico Letta, capo del governo di larghe intese, si apriva una spaventosa voragine. Dall'enorme cratere si levavano nubi di fumo nero.

#Tifiamoasteroide Zano NATO

Lo posto anche qua, per certezza... ;)

I Nani di Larghe Vedute ne erano convinti: il mondo sarebbe finito, e molto presto. La comparsa di urlatori e predicatori da bivacco ne era stata anticipazione e gli stessi segnali erano molto chiari: la zona d'ombra portata sul mondo dal Governo Letta delle larghe Intese era stato il primo. L'assenza totale di comprensione del presente, dettata dalla catarsi telematica della popolazione era stato il secondo segnale. Il terzo, il più chiaro e lampante di tutti era l'asteroide che minacciava di colpire la terra, già visibile sugli schermi della Nasa e su facebook.
I Nani di Larghe Vedute avevano correttamente interpretato tutti i segnali, tutto corrispondeva alle profezie di Gino della tavola Calda "da Aristoteles" di Buggiano, venerato dai nani col nome di Luminare Luigi. Era stato proprio il Luminare Luigi a fondare la setta dei Nani di Larghe Vedute, compiendo lo scisma storico dalla Società dei Testimoni di Cheope per divergenze di opinioni. Il nodo cruciale del dibattito era incentrato sui videocitofoni: i Nani arrivavano al pulsante per suonare, ma nessuno riusciva a vederli nello schermo. Posero il problema alla setta, ma i Testimoni di Cheope replicarono che non potevano utilizzare ausili o saltare a piè pari i campanelli con videocitofono. Luigi il Luminare approfittò del clima di accesa e teologica discussione per staccare la costola dei Nani ai testimoni di Cheope, ed a loro affidò tutta la sua cosmogonica profezia. La profezia del Luminare sarebbe stata presentata da tre segnali: l'incoscienza del popolo, una zona d'ombra a coprire la terra ed un asteroide nel cielo. L'asteroide avrebbe, prima o poi, con certezza colpito la terra, per la precisione andandosi ad impattare col paese di Caccamo sul Lago, nelle Marche, aprendo la stagione del Luminoso Regno della Teiera Ming, che al momento fluttuava in cielo. Proprio lì, a Caccamo sul Lago, i Nani fondarono la loro comunità, il loro centro di aggregazione maggiore per lodare ed aspettare il regno della Grande Teiera.
Che quella della teiera potesse essere una teoria dell'assurdo di un certo Russel, ai nani non poteva interessare: il Luminare aveva parlato chiaro, aveva scritto le profezie sulla carta gialla della Tavola Calda "da Aristoteles" ed i segnali dell'arrivo del grande regno della Teiera erano lampanti.
Fu per questo che la comunità sorta a Caccamo sul Lago non accolse molto bene la notizia che tutti i giornali sbracciavano con grandi titoli: "Il Governo di Larghe Intese contro l'asteroide! Verrà lanciato un missile, pilotato dal ministro per lo sviluppo Zanonato, che andrà ad impattarsi contro l'asteroide. Il missile si chiamerà Zano NATO". Subito sotto il titolo si leggeva che per mandare in orbita il missile sarebbe stato necessario aumentare al 26% l'Iva e tagliare i contributi all'agricoltura, dimezzare le pensioni e abbattere tre o quattro scuole nel Veneto, giusto per divertimento. In compenso l'Imu sarebbe stata cancellata assieme all'asteroide, che proprio nelle sale del governo oscuro in quei giorni veniva chiamato Asteroide Imu.
L'annientamento dell'asteroide avrebbe voluto dire l'annientamento della profezia. I Nani prima si misero ad urlare. Poi iniziarono a correre l'uno contro l'altro. Poi si ubriacarono, e alla fine decisero di lanciare anche loro in aria un missile che annientasse quello di Zanonato. Solo che non avevano molte risorse dalla loro.
Motivo per cui decisero di chiamare l'unica persona in grado di sconfiggere sempre il male, l'unico appena appena inferiore al Luminare Luigi, l'unico in grado di creare in circa mezzora armi di distruzione di massa. Non Alì il chimico. McGiver.
McGiver si sentì per un secondo il Tom Cruise della situazione, anche lui aveva una setta di appartenenza ed anche lui avrebbe dato tutto per la sua esistenza. Motivo per il quale giunse in fretta, nell'arco di un giorno e mezzo (si sa, McGiver non ha bisogno di valigie, ne può creare una all'aeroporto con un pezzo di cartone, un rotolo di carta igienica e un cappellino dei Giants).
Appena arrivato McGiver si mise ad urlare insieme ai nani. Poi tutti si misero a correre cozzando le teste l'uno con l'altro. Poi si ubriacarono insieme, ed alla fine McGiver disse: "Ci sono, fornitemi un elastico, le Cristal Ball e un battipanni". I nani andarono allo spaccio di Caccamo sul Lago e ne tornarono con gli ingredienti del successo.
Il missile era pronto. Bellissimo. Una Cristal Ball gigante di colore verde, comandata da un batti panni, lanciata in aria da un elastico. Un solo nome era possibile per la controffensiva: Nano NATO. A comandarla, fiero, deciso, McGiver.
Lo scontro in cielo fu epico. Le fiamme si mischiarono ai fumi verdi della Cristal Ball. L'asteroide portò a segno la sua missione.
Dopo il boato assordante, con le orecchie che fischiavano, sentivamo ancora quella musica.

Dove fino a un istante prima si trovava Enrico Letta, capo del governo di larghe intese, si apriva una spaventosa voragine. Dall'enorme cratere si levavano nubi di fumo nero.

Grazie a tutti gli autori dei racconti!

Comincio col ringraziare le decine e decine di persone che hanno contribuito a questo gesto d’amore verso il nostro governo. Il risultato è davvero incredibile, sono stato sommerso di commenti e lettere elettroniche e ci vorrà un po’ di tempo per mettere ordine, ma vi assicuro che ne varrà la pena. La cosa più sbalorditiva è che i racconti non sono per niente ripetitivi, ne avete pensate veramente di tutti i colori!

Gli autori portino pazienza, verranno contattati tra qualche giorno con le mie proposte di piccole modifiche (voglio tenere uno stile redazionale omogeneo – punteggiatura, corsivi ecc. – e in qualche caso circoscritto potrei addirittura osare suggerire qualche miglioramento a un livello più alto), di titolo e di firma (in parecchi casi c’è da scegliere tra nome e pseudonimo, talvolta c’è più di uno pseudonimo e alcuni racconti sono addirittura frutto a loro volta di scrittura collettiva!).

NB: Se qualcuno degli autori non mi ha comunicato in nessun modo il suo indirizzo e-mail (cioè se ha mandato il racconto via commento ma senza inserire un indirizzo di posta elettronica), per favore lo faccia scrivendo ad asteroide@maurovanetti.info oppure il suo racconto sarà adottato dal Curatore che, pur mantenendo la firma indicata, deciderà in autonomia come crescerlo fino alla maggiore età.

Confessione di un meteorite (lo so, sono in ritardo)

Annoiato, roboavo per la galassia.
Mamma Nebulosa, qualche milione di anni fa, me lo aveva ripetuto chiaramente: il tuo posto è la via Lattea.
Ma va' a prevederla, la memoria.
Voi vi ricordate cosa vi ha detto mamma 30 anni fa?
Bene, è lo stesso.
Io me lo ricordavo, ma devo aver fatto un poco di confusione.
Via Latta... Lattia... Letta?
Ecco, sì, Letta.
Passavo dalle vostre parti e l'ho sentito dire al telegiornale.
Letta.
A dir la verità non sapevo si chiamasse Gianni. Pazienza.
E dunque pronti, partenza, via: direzione Palla azzurra, città di Roma, palazzo Chigi.
Sono entrato nell'atmosfera: arrivo, Gianni.
Cazzo succede, qui brucia tutto.
Sono una palla di fuoco.
No, devo aver sbagliato qualcosa, ma ormai non riesco a frenare.
Vedo lo stivale.
Arrivo, arrivo, Gianni... sapessi che caldo. Beh, vicino a Roma vedo dell'acqua.
Gianni, passo a prenderti e ci facciamo un bagno a Ostia, che dici?
Ora vedo il tavolo un tavolo circolare, vedo...

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Dopo il boato assordante, con le orecchie che fischiavano, sentivamo ancora quella musica.
Dove fino a un istante prima si trovava Enrico Letta, qualcuno dice Lattea, capo del governo di larghe intese, si apriva una spaventosa voragine. Dall'enorme cratere si levavano nubi di fumo nero.

PARALLASSE!

Il 22 Agosto 2013 alle 7:26 PM, ora di Houston, la strumentazione della NASA rilevò un'anomalia nella posizione di un gruppo di asteroidi a circa 200 milioni di km dalla Terra.
L'ingegnere responsabile del monitoraggio urlò «PARALLASSE!» ma dovette abbandonare all'istante la sua partita a Ruzzle, sorpreso dalla schermata di pericolo. Così mentre sulla Stazione Spaziale Internazionale l'astronauta polacco esultava per il round dominato, l'ingegnere si prodigava per verificare se si trattasse del solito falso positivo, trovando però conferma alla rilevazione precedente.
All'origine dell'anomalia c'era lo scontro con una cometa, che aveva modificato la traiettoria di un asteroide di medie dimensioni, il quale ora andava minacciosamente a incrociare l'orbita terrestre.
Ne venne informato immediatamente il Direttore della NASA, e da lui a salire fino al Presidente degli Stati Uniti, che pretese di essere portato a conoscenza di ogni particolare.
La data dell'impatto sarebbe stata il 29 settembre, e la potenza sprigionata superiore a tutte le bombe atomiche presenti sul pianeta. Obama deglutì e decise di informare tutti i principali leader mondiali, convenendo sul mantenere 24 ore di riserbo in cui definire una stragegia comune, prima di rendere la notizia di dominio pubblico.
La chiamata con l'italiano Letta fu la più difficile, perché proprio poco prima la NASA gli aveva comunicato il punto d'impatto su cui andavano a convergere tutte le simulazioni: la sede di uno dei monumenti più famosi del mondo, nonché proprio la città del Presidente del Consiglio, Pisa.

Il riserbo previsto durò ben poco, perché già nella mattinata italiana la notizia cominciò a rimbalzare sui social network e le principali piattaforme blog, diffusa da alcuni parlamentari di minoranza della Commissione Difesa, a scopo di trasparenza. Nel breve volgere dei minuti Twitter vide battuto ogni proprio precedente primato, inondato da commenti, preghiere e tesi astruse, come quella che voleva l'asteroide essere in realtà un'astronave tramite la quale la civiltà rettiliana si decideva finalmente a palesarsi.
A palesarsi per certo furono invece complottisti di ogni fazione, tra cui emerse la figura di Pervis Wanking, programmatore originario dell'Arizona, già venerato come il maggior esperto mondiale di HAARP e World of Warcraft (anche considerati separatamente) che si fece promotore di una conferenza internazione dal titolo "HAARP: Lo useranno per salvarci o preferiranno l'apocalisse pur di non farsi scoprire? In entrambi i casi dimostrerebbero che abbiamo ragione noi."

Il piano per rendere inoffensivo l'asteroide era all'apparenza rudimentale: una sorta di enorme pallone aerostatico riempito di idrogeno ad altissima pressione sarebbe stato colpito da un missile al sopraggiungere dell'asteroide, così che l'onda d'urto generata lo respingesse nel mar Tirreno. Tirreno che per evitare il rischio tsunami, per decine di chilometri quadrati era stato ricoperto con tonnellate di un fluido non newtoniano capace di attutire l'impatto.

Tale era la fiducia riposta nel buon esito della missione, che il 29 settembre Letta e il suo governo avevano deciso di schierarsi al gran completo per assistere all'evento trionfale, su un palco posto ai piedi della Torre di Pisa, a simboleggiare il trionfo dell'Umanità e di ciò che essa ha saputo realizzare (non sempre dritto) contro le avversità.
A dire il vero in tutta questa fiducia giocava un ruolo importante il fatto che dopo la paura iniziale si fosse scoperto che la particolare composizione dell'asteroide al contatto con l'atmosfera l'avrebbe fatto sbriciolare rendendolo pressoché innocuo (informazione che memori del precedente si proibì di divulgare a qualsivoglia commissione parlamentare) se non nel raggio di qualche metro.

Il grosso timer sul palco segnalava l'ingresso negli ultimi 60 secondi prima dell'impatto, quando partirono le note dell'inno di Mameli e Letta si voltò verso il ministro della difesa Mario Mauro per sussurrargli «Ho insistito che il missile venisse lanciato da un prototipo di F-35, così prenderemo due piccioni con una fava e nessuno criticherà più il velivolo che ha salvato l'Italia e il mondo». Mauro sbiancò e fissando Letta cercò di passare dietro ai bodyguard per poi defilarsi.

Non molti chilometri più ad ovest il pilota sul caccia ricevette il segnale, puntò sul pallone perfettamente posizionato e premette il bottone sul joystick, ma non accadde nulla. Provò allora a lanciare il missile sul lato opposto ma ancora non accadde nulla. Quindi con mossa felina predispose al lancio la seconda batteria, ma scoprì che non era stata caricata, dato che con altri due missili il velivolo avrebbe avuto problemi a decollare dalla portaerei...

Dopo il boato assordante, con le orecchie che fischiavano, sentivamo ancora quella musica.
Dove fino a un istante prima si trovava Enrico Letta, capo del governo di larghe intese, si apriva una spaventosa voragine. Dall'enorme cratere si levavano nubi di fumo nero.

Copertina

Ciao. Stiamo preparando l'ebook, ma ci manca la copertina!
Lanciamo dunque un contest nel contest, chiedendo a tutti gli artisti di mandarci le loro proposte entro la fine di giugno.

Immagine: quel che volete ma avrebbe senso metterci un asteroide e/o Enrico Letta.
Titolo: "Tifiamo asteroide" (con la A minuscola, senza virgolette).
Sottotitolo: "Cento storie sulla fine catastrofica del governo Letta".
Sotto il sottotitolo: "a cura di Mauro Vanetti".
Ancora più sotto: "con una postilla di Wu Ming".
Proporzioni: A5.
Formato per la submission: JPEG, bassa risoluzione, non esecutivo.

A giudicare i lavori saranno Christiano (xho) e Valentina (Flaccidia). Nello spirito collettivista e inclusivo di tutta questa operazione, niente esclude che i diarchi decidano di fare un libro con più di una copertina... Mandate i vostri capolavori ad asteroide@maurovanetti.info, verranno prontamente inoltrati alla Commissione Affari Estetici.

se non ci sbrighiamo però

se non ci sbrighiamo però cade prima il governo dell'asteroide.

Pressione

Visto che "le vostre aspettative alimentano il nostro sbattimento", eccomi a fare la mia parte di pressione.
Ho già sparso voce a destra e a manca, tutti i miei amici l'hanno trovata un'idea grandiosa e mi chiedono quando esce. Io pure mi chiedo quando esce! Dacci notizie!! Considera che ho anche dissotterrato twitter dopo mesi e mesi per stare aggiornato :-)

#Tifiamo Asteroide

a che punto siamo ?
Non vedo l'ora di vedere l'ebook finito

Un grazie, tuttavia ai wuming per la grandiosa idea e a Mauro Vannetti per aver ospitato tutti questi.. "Asteroidi"

Piomba o non piomba?

(finta esasperazione): MA INSOMMA, VOLETE DARVI UNA MOSSAAAAAAA?????????
Sul serio, ce la facciamo ad uscire entro il prossimo equinozio?

Grazie

Grazie degli incitamenti! Stiamo andando avanti ogni giorno e ormai tutti i racconti sono stati letti e messi in ordine; è già iniziata l'impaginazione. Questa settimana sarà decisiva per l'avanzamento dei lavori e poi ci sarà solo la volata finale, in cui gli autori verranno consultati per concordare le correzioni. Ricordatevi che ogni piccola cosa che si fa va *moltiplicata per cento* e capirete come mai ci stiamo mettendo un bel po'. :-)

Continuate così

Noi vi sosteniamo tantissimo! Con le copertine come siete messi? sono già state visionate e selezionate?
Aspetto trepidante l'uscita!

Fate presto.

Se per far cadere Letta sarà bastato pensare ad un e-book sul suo governo...perchè non pensate ad un e-book su Silvio?
Buon lavoro.
Ciao.

Da cantare su un motivetto qualsiasi che denoti impazienza.

du du du, di du du...

Daaaaaai!!! Tra un po'

Daaaaaai!!! Tra un po' l'istant book sarà attuale come quelli usciti sul caso di Cogne

A more.disagio

Ciao more.disagio,
sono un po' perplesso dal tuo racconto.

Per dirla tutta, mi sembra una roba rossobruna se non proprio fascistoide. Questo per non parlare di quel che vedo che scrivi anche altrove sul web, sembra che mettere in buona luce i topi di fogna di CasaPound sia un po' una tua ossessione; se il tuo obiettivo è "segnare un punto" in una polemica a distanza coi Wu Ming e contro l'antifascismo, sinceramente non ci interessa. Se ho capito male, fammi sapere.

Il racconto di more.disagio

Il racconto di more.disagio ha il difetto di essere molto brutto, oltre che rosso-bruno in modo sciocco e infantile

Rossobrutto?

Ti dirò, secondo me invece non è così male, per com'è scritto: ha un suo ritmo e una sua ironia. Ma poi, ecco, boh:

"Però io volevo bene pure a quelli del Blocco Mutante perché, a parte il vestirsi elegante e apprezzare quella #musicairrazionaleeborghese che piaceva tanto anche a me, pure loro tifavano socialismo. [...] I poliziotti, rinfrancati dall’improvviso silenzio, iniziano a marciare contro il Blocco Mutanti."

OK, questa sì che è fantascienza...

daiiiii, non ce la faccio

daiiiii, non ce la faccio più ad aspettare!
Ma nell'attesa non possiamo almeno scriverne un altro di temino?

Non è che...

Non è che aspettate a pubblicare confidando ingenuamente nella Sentenza della Cassazione, vero?
Perchè questi non se ne vanno neanche se vengono condannati per corruzione di giudici finalizzata allo stupro di bambini orfani di lavoratori precari dell'Ilva bombardati da F35 del Kazakistan.
Non so se mi spiego...

Possibile che un asteroide

Possibile che un asteroide ne elimini solo uno?
Certe cose succedono solo in Italia!

Grazie per lo sbattimento

Grazie per lo sbattimento (penso) enorme! Leggendo l'indice però mi è dispiaciuto constatare che il mio racconto non è stato inserito nell'e-book. Può esistere qualche spiegazione? Mi sembra particolarmente strano, anche perché ho notato almeno due riferimenti nella prefazione del libro riconducibili al mio racconto: una dittatura perpetua dei governi delle larghe intese e che l' Enrico letta spiaccicato fosse in realtà un suo omonimo. A parte eventuali coincidenze o plagi, ciò mi fa pensare che il mio racconto sia stato almeno letto. Esiste quindi qualche spiegazione?

Per d.a.p.

Caro d.a.p, ti rispondo anche qui sopra. La spiegazione è semplice: sono pirla. Oberati dallo sbattimento ci siamo persi per strada il tuo racconto (e non solo il tuo). Tutti i racconti perduti compariranno a breve nella terza ristampa di Tifiamo asteroide. Ti chiedo scusa anche qua sopra.

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