La funivia provocatrice

Vostro Onore, signori della Giuria,
vi prego, guardate in faccia questi due uomini. Sono i Capitani Richard Ashby e Joseph Schweitzer, due patrioti americani, dello stimato Corpo dei Marò.

Richard e Joseph hanno lasciato famiglia e affetti per un duro lavoro in Europa, nell’interesse supremo della patria. Tra l’Italia e l’Austria esiste una catena montuosa chiamata le Dolomiti. Il 3 febbraio 1998 i nostri due marò volavano sulle Dolomiti per difendere l’Occidente dalla minaccia comunista e terroristica. Solo tre anni dopo ci sarebbe stato l’attentato alle Torri Gemelle, compiuto da aerei kamikaze. Meno di cinquant’anni prima il cosmonauta sovietico Jurij Gagarin era stato il primo uomo a volare fuori dall’atmosfera terrestre, per conto di una superpotenza nemica della libertà. Quindi capite bene l’importanza del loro compito: difendere la democrazia in alta quota.

Ebbene, mentre volavano sopra una zona che gli indigeni chiamano Val di Fiemme, Richard e Joseph hanno visto avvicinarsi, alla velocità di circa 0 nodi, un minaccioso abitacolo metallico, contenente 20 individui che non portavano alcun segno di riconoscimento. La scatola blindata galleggiava nel vuoto a più di 350 piedi e non ha risposto ai segnali di avvertimento.

In questi casi la prassi impone che di fronte a quella che è percepita come una minaccia imminente il pilota reagisca o facendo fuoco o con un passaggio ravvicinato che disorienti il potenziale nemico. La cautela dei nostri marò li ha indotti a scegliere questa seconda strada, ma col senno di poi potremmo dire che se avessero fatto fuoco probabilmente non si sarebbe sollevata una simile vuota polemica, strumentale alle dinamiche domestiche della politica italiana. I nostri ragazzi non potevano infatti certo immaginare che il misterioso oggetto volante utilizzasse come rudimentale sistema di trazione una fune metallica tesa tra alcuni piloni installati all’uopo su quelle montagne. Quando il nostro aereo militare ha tagliato il cavo, i venti sedicenti sciatori sono precipitati a terra.

L’accusa ha sostenuto, sprezzante della logica, che tutto ciò sarebbe avvenuto senza alcuna ragione o motivazione precisa. Queste persone sarebbero morte per nulla. I nostri soldati avrebbero agito per scherzo, per irresponsabilità o per idiozia. Secondo l’accusa, apparentemente, le forze armate degli Stati Uniti d’America sono solite uccidere cittadini di Paesi alleati per il mero gusto di farlo. E dovremmo prendere sul serio un impianto processuale basato su questo? Ci pare evidente che chi intende incolpare Richard Ashby e Joseph Schweitzer della morte dei 20 cosiddetti sciatori debba formulare un’ipotesi che spieghi a quale provocazione i miei assistiti abbiano risposto. Ma su questo sia l’accusa sia la stampa italiana tacciono, rappresentando le vittime come agnellini dalla condotta irreprensibile. Anche il buon senso popolare lo dice: la guerra si fa in due.

Gli unici a dare spiegazioni esaurienti sull’accaduto sono stati proprio i nostri marò, che hanno proclamato la loro innocenza e i loro disappunto per la lamentabile perdita di vite umane. Dall’altra parte si sono soltanto sprecate congetture poco plausibili che presumibilmente seguono un’agenda politica. Perché la controparte non ha fornito una versione alternativa? Sono morti, direte voi. Ma perché la presunta funivia non aveva neppure una scatola nera? Ed è mai possibile che durante la caduta nessuno abbia fatto una telefonata, lasciato uno scritto testamentario, pubblicato un post breve sul proprio blog, aggiornato lo stato di Facebook?

Concludo sulla questione della giurisdizione. Bene ha fatto il governo americano a non accettare che i nostri marò venissero processati là dove è avvenuto lo sfortunato inconveniente. Proprio in questi giorni, infatti, l’Italia è stata condannata dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo per lo stato miserabile in cui versano le sue prigioni. Potevamo forse rischiare che i nostri soldati, che si trovavano in Europa a compiere il loro dovere, venissero confinati in celle sovraffollate dove non sono rispettati i diritti inalienabili dell’Uomo difesi dai nostri Padri Costituenti?

Vostro Onore, signori della Giuria, credo che non sia necessario aggiungere altro.

Louis Stevenson, Esq.

(Nato come commento su Giap.)

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